A moon shaped pool: dai Radiohead l’energia scaturita dalla forza dell’inquietudine

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

La band inglese torna con un nuovo lavoro inedito ricco di suggestioni. Un disco ombroso e decadente, che parla di sconfitte ma esorta a mettersi in discussione per ritrovare la luce

NoteVerticali.it_Radiohead_A_moon_shaped_pool_coverDal buio alla luce, muovendosi a tentoni nell’ombra e seguendo le tracce offerte dalla luna. Sembra essere questo il percorso seguito dai Radiohead in un disco, “A moon shaped pool“, che raccoglie inquietudini e paure trasformandole in energia, pura, ribelle e anarchica, che dà a chi ascolta l’effetto di una scossa. Il nuovo lavoro, prodotto da Nigel Godrich e uscito all’improvviso dopo cinque anni di rumors continui che, causa progetti solisti dei membri della band, avevano addirittura fatto dubitare circa l’effettiva voglia di continuare di Thom Jorke e soci, spiazza. E non accade solo al primo ascolto. A ben vedere, è questa l’impressione migliore che se ne possa trarre. Sì, perché dai Radiohead non ti aspetti certo continuità, ma pugni nello stomaco, passepartout verso universi paralleli, e un biglietto di sola andata per ossessivi viaggi subliminali, che iniziano già con “Burn the witch“, traccia d’apertura del disco e primo singolo, distribuito cinque giorni prima del rilascio dell’album senza che nessuno sapesse nulla, né dell’uno, né dell’altro. Ebbene, in questo brano a spiazzare sono anzitutto gli archi della London Contemporary Orchestra, che suonati ‘col legno’ a creare un effetto percussivo, offrono un ritmo inatteso e danno vigore a una struttura compositiva che spazia in un arrangiamento che sposa alla perfezione con la voce delirante di Yorke. Interessante e inatteso è anche il testo, da leggersi secondo una connotazione certamente politica, a dispetto di chi vorrebbe i Radiohead relegati nel limbo delle elucubrazioni pseudo-esistenziali. La caccia alle streghe, quell’ossessivo We know where you live, è quella che si scatena di questi tempi contro il diverso, per pensiero, razza o religione:

Red crosses on wooden doors
And if you float you burn
Loose talk around tables

Ma è anche una caccia volta a stanare chi cerca di ragionare con la propria testa, e si oppone, con la forza della ragione, al piattume imperante di chi vorrebbe imporre il pensiero unico, l’accettazione incondizionata del bene imposto dall’esterno:

Abandon all reason
Avoid all eye contact
Do not react
Shoot the messengers
 

Il video che accompagna il brano, in questo senso, è assai emblematico. E’ una storia girata in stop-motion, ispirata al film horror inglese “The wicker man” e animata dai personaggi della Trumptonshire Trilogy, serie tv per bambini che imperversava nell’Inghilterra degli anni ’60.

NoteVerticali.it_Radiohead_Thom_Yorke_Daydreaming_videoAtmosfera del tutto diversa nella seconda traccia del disco, “Daydreaming“, intima e struggente confessione di una sconfitta. Una resa incondizionata raccontata in prima persona da Yorke, che incarna probabilmente se stesso e la propria inquietudine anche nel video girato da Paul Thomas Anderson. Yorke è un sognatore, uno di quelli che non impara mai come vanno davvero le cose:

Dreamers
they never learn
beyond the point
of no return
 

E quando ormai ci si sveglia, il peggio è ormai fatto, il dado è tratto, e si resta con un infinito senso di tristezza in mano. Ecco allora che quel vagare ininterrotto ad aprire continuamente porte che accedono prima in un garage, poi in una clinica, quindi in una biblioteca, poi in una casa, ha pace solo se ci si rifugia in se stessi, al calore primitivo del fuoco in una caverna. C’entra Platone? Forse. Se la musica appare declinata in un gioco onirico cantilenante e ossessivo, lo scenario ricorda molto “Eternal sunshine of spotless mind“, film del 2004 di Michel Gondry, con Jim Carrey e Kate Winslet distribuito in Italia con lo sciagurato nome di “Se mi lasci ti cancello“. L’impressione, netta, chiara, è che il brano si presti a una lettura delle vicende personali di Yorke, sconquassato dalla fine del suo legame pluriventennale con Rachel, la sua compagna di una vita, con cui ha condiviso metà della sua esistenza, ben 23 anni. E che quell'”Half of my life” pronunciato al contrario, e camuffato da un russare onomatopeico, oltre a rappresentare un colpo di genio in fase di produzione, sia il grido disperato di un’anima in pena.

Un’anima che vaga in uno spazio di oscurità pressoché totale, in cui la luna lascia passare una debole scia di luce.

Then into your life, there comes a darkness
And a spacecraft blocking out the sky
And there’s nowhere to hide

E’ la sensazione che fa da sfondo anche a “Decks dark“, terza traccia del disco, dove il protagonista, vagando nel buio del proprio presente, si affida ai ricordi, e ipotizza un dialogo immaginario con uno sconosciuto interlocutore, quasi sicuramente oggetto diretto del suo sentimento:

Have you had enough of me?
Sweet darling
Sweet time
Sweet dark

Musicalmente parlando, il brano è più vicino ai classici Radiohead, con batteria e chitarra elettrica che si accompagnano a effetti più violenti che richiamano addirittura colpi d’arma da fuoco. Più conciliante, ma solo in apparenza, è “Desert Island Disk” (ah, avete notato l’ordine alfabetico di successione dei brani? Sarà così fino alla fine del disco…) dove il suono della chitarra classica genera malinconici ricordi. Per il protagonista appare, ancora una volta, il desiderio di andare oltre, verso un’altra vita, e di proiettare la propria esistenza al di là della finestra che in quel preciso momento sta accogliendo la propria riflessione:

 

Through an open doorway
Across a street
To another life
And catching my reflection in a window
Switching on a light
One I didn’t know
Totally alive
Totally released    
 

Ful stop” è forse il brano del conflitto, nel quale si rinfacciano le colpe altrui, e si è pronti a mettere tutto in discussione per futilità, orgoglio o chissà cos’altro. E’ un pezzo molto tirato, che fa venire in mente corse senza meta con lo scopo di perdere coscienza. E per dimenticare una verità che non sarà certamente utile a migliorare le cose: stavolta l’ossessione appartiene a quel Truth will mess you up ripetuto quasi fino allo sfinimento.

 

NoteVerticali.it_Radiohead_2Particolarmente ispirata è “Glass Eyes“, dove il piano elettrico ma soprattutto gli archi generano un senso diffuso di fragilità:

 

Hey it’s me
I just got off the train
A frightening place
Their faces are concrete grey
And I’m wondering, should I turn around?  

Chi canta è spaesato, perso, ma non se ne preoccupa, anzi sembra abbandonarsi alla propria condizione gridando la propria resa:

 

I feel this love turn cold…

In “Identikit” torna a esprimersi al meglio l’orchestralità rock che è l’altra faccia della medaglia di questo disco crepuscolare e intimo. Si parte con un riff dominato da basso e batteria, mentre la voce solista risuona come in un’eco lontana. Sembra di essere in una caverna (Platone ritorna anche qui). E ancora una volta sono loro, la confusione e il disorientamento, a farla da padrone. Il protagonista rifiuta di accettare una triste verità che già conosce:

 

When all I see you messing me around
I don’t want to know, I don’t want to know, I don’t want to know
When I see you searching me around
I don’t want to know, I don’t want to know, I don’t want to know

E anche qui si parla di dolore, quel dolore che fa addirittura piovere:

 

Broken hearts make it rain

Da segnalare la presenza dei cori, che qui acquistano una connotazione quasi mistica, proprio mentre il basso lascia spazio al suono più deciso della chitarra elettrica, che poi si diverte declinandosi nelle distorsioni di un assolo difficile da dimenticare.

 

The Numbers” ci sembra, musicalmente parlando, il brano più completo del disco. Un pezzo già eseguito dal vivo a dicembre del 2015, in un arrangiamento che coinvolge ovviamente basso, batteria e chitarra elettrica, ma che introduce soprattutto un giro di chitarra acustica che resta impresso in mente in modo ossessivo. E sono davvero un colpo al cuore quelle divagazioni che l’orchestra d’archi regala dialogando con la voce solista, mentre qua e là cogliamo un sussurro di piano che sottolinea una frase armonica perfettamente al proprio posto, come una folata di vento che offre vita a un prato. E non è un caso, perché il testo parla di natura, anzi della terra:

 

We are of the earth
To her we do return
The future is inside us
It’s not somewhere else
It’s not somewhere else
It’s not somewhere else  

 

Il messaggio di Yorke e soci sembra abbastanza chiaro: il potere appartiene al popolo (Patti Smith docet), ma soprattutto alla natura. Lei se ne frega dei numeri, è regolata da leggi che vanno al di là di ogni umano ragionamento. Basta solo prenderne atto:

 

We call upon the people
People have this power
The numbers don‘t decide
Your system is a lie
The river running dry
The wings of a butterfly

Di umana debolezza si vive anche in “Present tense“, già nota dal 2009 ma stavolta arrangiata in stile bossanova:

 

This dance
This dance
It’s like a weapon
Like a weapon
Of self defense
Self defense
Against the present
Against the present
Present tense  

 

NoteVerticali.it_RadioheadL’autodifesa praticata dal protagonista sembra un viaggio verso l’oblìo, quasi che il dimenticare sia l’unico modo per superare le difficoltà del presente. E immergersi completamente nell’altro (In you I’m lost) è forse il modo migliore per andare oltre. Un testo anche qui evocativo, che l’arrangiamento trasforma in danza ciclica verso ciò che è leggiadria e libertà.

Con “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief” Yorke e soci prendono in prestito da un lato una vecchia cantilena per bambini (una di quelle usate per fare la conta) e dall’altro il titolo di un romanzo di John Le Carrè. Arrangiamento minimal, impreziosito da code orchestrali che rimandano a soundtrack anni ’60, per un testo criptico dal quale emerge la sensazione del disorientamento (un “Inno del perdersi” direbbero i Verdena):

 

All the birds stay up in the trees
All the fish swim down too deep and lonely
And they pray
Honey, come to me before it’s too late

 
Più incisivo nella propria dolce malinconia è “True Love Waits“, con il quale l’album si congeda dall’ascoltatore. Non si tratta di un inedito, essendo la canzone già nota dal 1995 e registrata in un live del 2001. Nel brano regna un palpabile senso di attesa, qualcosa di eternamente sospeso, che spinge il protagonista a definire la propria esistenza incompleta finché non si raggiungerà l’intesa amorosa:

 

I’m not living
I’m just killing time
Your tiny hands
Your crazy kitten smile…

Ed è significativo che Yorke abbia voluto inserire il brano a chiusura del disco. Sembra un ciclico ricondursi a Daydreaming, allo stesso senso di inadeguatezza e di instabilità che traspare da quel brano. Ed è altrettanto significativo che l’ultima frase pronunciata – e ripetuta quasi ad libitum – sia proprio “Don’t leave“, più di un’invocazione all’amata a non abbandonarlo.

 

A moon shaped pool” finisce qui, lasciando nell’ascoltatore un senso di profonda inquietudine per situazioni irrisolte, per un disorientamento latente che traspare da ogni traccia del disco. Il lavoro nel suo insieme sembra più che mai un disco di Yorke e non dell’intera band. La coralità percepita in “Burn the witch“, salvo qualche eccezione come quella colta in “The Numbers“, va infatti via via dissolvendosi nelle tracce successive, sino a terminare in una dichiarazione di resa incondizionata palesata in “True Love Waits“.

A moon shaped pool” è quindi un disco ombroso e malinconico, ma non per questo spettrale. Riscontriamo in esso anzi vitalità, la stessa vitalità che emerge da chi ha perfettamente chiaro il suo status precario da consentire alla propria consapevolezza di farsi carico delle propria condizione. E forse è proprio questo l’input più forte che possiamo trarre da un disco, un’esortazione a guardare in noi stessi, a mettere in discussione paure, sconfitte e sensazioni di fallimento piccole e grandi che accompagnano le nostre giornate.

RADIOHEAD, A MOON SHAPED POOL, XL, 2016.

 

RADIOHEAD – DAYDREAMING