At Hope’s Ravine: il magma effusivo e l’energia musicale degli Holy Esque

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Federico Mattioni, rapportando la vita e i sensi al cinema, sta tentando di costruire un impero del piacere per mezzo della fruizione e della diffusione delle immagini, delle parole, dei concetti. Adora il Cinema, la Musica e la Letteratura, a tal punto da decidere d'immergervi dentro anche l'anima, canalizzando l'energia da trasformare in fuoco, lo stesso ardere che profonde da tempo immemore nelle ammalianti entità femminili.

La band scozzese regala un disco di vibrante tensione compositiva in quello che per ora è a nostro giudizio l’esordio dell’anno…

NoteVerticali.it_At_Hopes_RavineAnni fiorenti per l’indie-rock britannico, in particolare nella scena scozzese. Gli Holy Esque vengono da Glasgow e dopo due EP e una serie di singoli, pubblicano il loro primo LP, dal titolo “At Hope’s Ravine”. Il quartetto di musicisti composto da Pat Hynes (voce/chitarra), Hugo McGinley (seconda chitarra), Ralph McClure (batteria), Kei Reid (tastiere), ha già collazionato recensioni piuttosto ottimistiche.

Il ritmo martellante da garage-band delle chitarre e della pulsante batteria, la nevralgica forza propulsiva dello stile vocale vibrazionale di Pat Hynes e la virulenta iniezione adrenalinica incentivata dalle estensioni delle tastiere di Kei Reid, donano al primo lavoro un magma effusivo di epica elettricità, ma anche di non mascherata tensione compositiva, che fa il bello e il brutto tempo specie nelle risonanze più grezze a livello compositivo. Non tutto funziona a dovere nell’arco degli undici brani, l’enfasi è troppa in alcuni capitoli, ma per essere un esordio, tanto di cappello all’energia musicale che è in grado di sprigionare. Il disco viene lanciato dal singolo Hexx, che esprime al meglio le caratteristiche musicali della band, già anticipate da Prism e Rose. Contaminazioni anni ’80-’90 e 2000: alla base i connazionali Simple Minds (quelli di Sparkle in the Rain), le atmosfere degli U2 del primo decennio nelle significative ballad (quella che dà il titolo al disco e che lo chiude, che fa tanto The Unforgettable Fire), poi dagli Editors (My Wilderness sembra fatta su misura) a The Twilight Sad e Glasvegas per la pienezza evocativa del suono e per le accattivanti ma scostanti melodie. Due brani dell’album facevano già parte degli EP: la travolgente ma anche elementare Silences, e la perla Strange, forse il pezzo più convincente di questo primo scorcio di promettente carriera degli Holy Esque, dove Hynes dà il meglio del suo incisivo e abile trillare di gola.

Poi, da Doll House, proprio nell’episodio in cui il ritmo si abbassa di tono, è l’intero percorso a risentirne, si prova un po’ di stanchezza e ci si lascia andare a qualche malumore, come anticipato. Come tutte le gradevoli promesse, ci sarà da scommettere sulla manutenzione delle caparbie capacità espressive.

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HOLY ESQUE – AT HOPE’S RAVINE

  1. Prism
  2. Rose
  3. Hexx
  4. Covenant (III)
  5. Silences
  6. Strange
  7. Doll House
  8. Tear
  9. My Wilderness
  10. St.
  11. At Hope’s Ravine