Between 3&4: Andrea Infusino, armonie, jazz e libertà

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

L’artista è nulla senza il talento, ma il talento è nulla senza lavoro: la frase di Émile Zola ci sembra perfettamente calzante per presentare “Between 3&4” (Emme Record Label), opera prima di Andrea Infusino, compositore e chitarrista jazz, artista talentuoso che ha impreziosito la propria vocazione artistica con un lungo lavoro di ricerca. Anni di gavetta che, nonostante la sua giovane età, lo hanno portato a cementare la propria creatività con una maturità de facto conseguita al di là di ciò che dice la carta d’identità. “Between 3&4” comprende 7 tracce, composte dallo stesso Infusino che nel disco suona la chitarra. Completano il quartet, Marco Rossin al sax, Fabio Guagliardi alle tastiere e Manolito Cortese alla batteria.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Andrea, impegnato nella promozione del disco.

“Between 3&4” è un’opera complessa, quasi un disco maturo e non un debutto discografico. A quando risale il primo seme compositivo del lavoro e come è nata l’idea di fare un disco?

Le idee che sono poi diventate musica risalgono ad alcuni anni fa, circa il 2012. E’ stato un momento difficilissimo ma anche di riflessione e di nuovi slanci. Questo si è riversato anche nella musica, dove anche lì ho messo diverse cose in discussione, scrivendo tanto.
Scrivere mi ha permesso di crescere musicalmente ed è un’attività molto stimolante, cui si deve sempre puntare nonostante le prime frustrazioni o il confronto con i grandi della musica.
L’idea di incidere la mia musica, o interpretazioni fatte da me, c’era già da tanto tempo e le composizioni originali, lavorate assieme al gruppo del quale mi fregio di lavorare, sono state il lancio giusto in questo settore. E’ un po’ un salto nel vuoto: non sai mai se quello che fai tu sia davvero valido e apprezzato dal pubblico, ma è il rischio che si corre a volersi presentare nel settore in modo più sincero, coraggioso, e anche giusto. Far funzionare una cover non è facile, ma è pur sempre citare un lavoro pregresso di qualcun’altro, per quanto questo denoti conoscenza e capacità interpretative.

Il 3 e il 4 che compongono il titolo hanno a che fare con la numerologia, vero?

Assolutamente si, mi hai scoperto! Si, alcune tematiche profonde come la numerologia sono a me molto care. I simboli sono importanti e siamo tutti più o meno attratti da essi. Fanno parte dell’essere umano e spesso conservano significati archetipici dell’umanità.
“Fra 3 e 4” per me rappresenta l’oscillazione fra il perfetto e l’imperfetto, precisamente fra il cielo –l’elevazione – e la terra – la materia cruda-.
La musica ci chiama tutti a una missione. In questa missione ci deve essere molto impegno e, come in una religione, esercizio. Questo esercizio può essere minato fra la voglia di elevarsi e il seducente terreno: anche nella musica ci sarebbero tanti esempi di questo problema irrisolto e irrisolvibile. Ma per me è stato un esempio di vita, tradotto in una composizione e in un bel brano grazie al gruppo, che mi ha fatto capire che in ogni cosa, ogni giorno e con chiunque possiamo elevarci o seppellirci, essere saggi o stolti. L’attrazione che proviamo per l’uno o l’altro polo crea la nostra vita, la rende meno banale e degna di essere vissuta, nonostante i momenti positivi e negativi del caso. A noi la scelta di dimostrare a noi stessi come ci comportiamo ogni volta che siamo fra il 3 e il 4.

Ascoltando il lavoro, emerge un senso di libertà che lo attraversa tutto. Il disco sembra suonato in presa diretta: è stato davvero così? Ci racconti il legame che ti unisce ai musicisti che hanno suonato con te?

La libertà è un valore fatto di conquiste. Quello che ascolti è vero, libertà e presa diretta. Un lavoro che si affaccia al jazz non poteva non avere un certo grado di libertà espresso in questi due modi. A differenza di altri generi musicali nel jazz la presa diretta è l’unico modo, e il migliore, per catturare l’energia che si sviluppa ad ogni interpretazione. Questa energia dà il senso della libertà e soprattutto quello dell’interplay. L’interplay è uno scambio armonico, ritmico, melodico fra i musicisti: questo per me è un concetto fondamentale. Denota padronanza e capacità di aprirsi all’altro, accettarlo e stimolarlo. Non a caso la musica è un linguaggio e nell’improvvisazione l’interplay è un modo di dialogare d’alto livello.
Oltre gli aspetti tecnici e della comune direzione, quello che unisce il gruppo è l’amicizia e il rispetto. Questo ha creato un clima disteso, dove le energie erano giocoforza concentrate sulla musica. A volte questo si perde: tanti aspetti ricoprono troppo spazio e la musica rimane sul 5%. Io pretendo da me stesso che sia il contrario e nel lavoro “Between 3&4” l’organizzazione ha ricoperto un ruolo marginale seppur decisivo. Eravamo lì, come scrive nelle note il grandissimo Umberto Fiorentino che mi ha donato il suo parere e il suo ascolto, col piacere di suonare e di farlo bene, così come è stato.

Cosa ti lega invece al jazz? Hai sempre avuto la passione per questo genere di musica?

Musicalmente sono nato grazie agli ascolti dei miei genitori, poi quelli di mio fratello che in realtà è stato colui il quale mi ha dato davvero lo slancio e il materiale giusti per formarmi.
Iniziando con il rock-neomelodico proprio di giovani ragazzi ribelli, il jazz mi ha folgorato e il suo studio appassionato giorno e notte. Quindi: non ho avuto sempre questa passione, ma è stata ed è la più forte da ormai 20 anni. Negli anni ho avuto modo di comprendere che il jazz è un grande genere ma che è pieno di millantatori che ne usurpano la bellezza. Dopo la musica classica, il motore di tutto, per me viene il jazz. E come tutte le cose belle, sono piene di responsabilità e di soddisfazioni. Queste due qualità ravvivano ogni giorno in me la passione per la musica e per il jazz.

“Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sullo strumento e suona ciò che la tua anima detta”. Lo ha detto Charlie Parker. Che ne pensi di questa frase?

Ne so qualcosa! Nei primi anni di studio, mi ispiravo proprio a lui per trovare la motivazione e l’energia di studiare. Ho lavorato sullo strumento anche 12 ore al giorno. Si narra che Charlie Parker avrebbe studiato anche 16 ore al giorno. Consci di questa informazione, cogliamo ancora meglio l’importanza dell’affermazione. Un genio che, nonostante il suo talento unico, ha lavorato così tanto ci indica che la strada è la libertà. Per citare me stesso, anche se può apparire presuntuoso, per arrivare al 3, devi faticare tanto sul 4. La materialità dello strumento, finanche l’approccio fisico allo studio, oltre che il lavoro teorico, sono gli elementi con cui sporcarsi le mani. Quando fai musica, però, lo fai con le mani pulite!

A proposito di Charlie Parker, il be-bop è senz’altro una delle tue influenze, vero? Quali sono le altre?

Ti direi che Charlie Parker è tutto. Ma questa affermazione è dettata dalle mie preferenze personali e non può essere un concetto oggettivo. Le altre mie influenze e grandi artisti che dovremmo ricordare nel jazz ma non solo, sono Miles Davis, John Coltrane, Thelonious Monk, Wayne Shorter, Wes Montgomery, Bill Evans, Freddie Hubbard, Sonny Rollins, Clifford Brown, beh… più ci penso e più la lista si allunga! Mi permetto di aggiungere, non me ne voglia nessun sostenitore degli altri, che Miles Davis ha avuto una capacità di essere trasversale, versatile e precursore. E’ riuscito a reinventarsi e a migliorare qualsiasi cosa abbia toccato. Penso che questo gli si debba riconoscere, tanto nel jazz che nelle sue espressioni più specifiche e collaterali.

Ascolti anche musica pop?

Certamente. E’ musica, ed è bella tutta. E’ importante, tutta. Pur ammettendo la mia profonda ignoranza, ci sono grandi esempi di grandi artisti e professionisti: Michael Jackson, Freddie Mercury, Whitney Huston, ma anche grandi gruppi e tanti altri artisti. Di quelli che sto scoprendo adesso e probabilmente sono più attuali cito necessariamente Alicia Keys, ma anche Rihanna, Bruno Mars, John Legend, Ariana Grande, Michael Bublè, Amy Winehouse. Tutti artisti di grandissimo talento e capacità, qualità che a volte sembrano venire meno dallo sbrilluccichio dello show-biz. Non meno importante Lady Gaga, per me eccessiva e fuori luogo nelle sue esternazioni, ma un grande talento vocale: non a caso ha duettato con un “certo” Tony Bennett… e ancora prima lo fece la Winehouse!

La musica è solo una delle declinazioni di Andrea Infusino che, giova ricordarlo, è un ottimo ingegnere informatico e tra i più valenti esperti SEO d’Italia. Come concili la tua natura artistica, priva di schemi, con il rigore che è tipico di una professione come quella dell’ingegnere?

Troppo gentile! Ci metto solo tanto impegno cercando di far un lavoro che mi consenta di dormire sonni tranquilli la notte. Lo faccio perseguendo gli obiettivi e mantenendo la mia onestà. Sicuramente la possibilità di conciliare le cose me lo permettono tante persone là fuori, quindi il potersi esprimere passa anche dalla comprensione di chi te lo consente, laddove ci siano questi presupposti. 

C’è un frammento di un brano di Paolo Conte che recita “le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”… Ma è vero che i jazzisti sono un po’ misogini?

Beh mi permetto di essere in disaccordo con il Maestro Conte. Almeno parlando per me. In realtà ho conservato quanto sto per scrivere in questa domanda, per affermare che la dedizione e l’amore materno prima, e l’altrettanta dedizione, spirito critico e supporto della mia dolce metà poi e adesso sono la benzina che mi fanno andare lontano. Senza Angela, non avrei conquistato tante cose, non mi sarei conosciuto e non avrei fatto anche “Between 3&4”. Quindi, se posso definirmi un jazzista, io non sono misogino, tutt’altro.
Poi sull’amore verso le donne, ci sono esempi di grandi artisti del jazz che le hanno amate, anzi forse pure troppo e troppe!

 

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Nonostante la tua giovane età, hai una certa esperienza soprattutto come attività concertistica. Qual è la differenza tra suonare dal vivo e registrare in sala d’incisione?

Sono due esperienze intense e formative. La differenza, per me, è che nell’incisione hai la responsabilità di mettere “nero su bianco” qualcosa che rimarrà così per sempre. Allora lavori più di riflessione, intelligenza pianificando al meglio ogni aspetto di quello che si suonerà. Per me è anche un punto di partenza: un lavoro in studio è un trampolino di lancio per quello che dal vivo verrà proposto, anche estendendolo di molto.
Dal vivo, ti giochi tutto e subito. Non devono venire meno precisione e pianificazione, ma sapendo giocare di spettacolo, le deviazioni non pianificate escono bene e sono quegli eventi inattesi che rendono ogni esibizione unica. Ogni live è unico. Questo è sia qualcosa da temere ma anche di cui essere sedotti.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai già un altro disco nel cassetto?

Ho tanto altro materiale di mia composizione, ma anche tanti standard jazz che vorrei incidere e riarrangiare. Al momento siamo impegnati ancora nella promozione e nella diffusione di “Between 3&4”. Voglio ringraziare i maestri di cui mi sono circondato, che mi hanno dato tempo, professionalità e talento: Marco Rossin, Fabio Guagliardi e Manolito Cortese. Senza di loro non ci sarebbe stato nulla, devo loro tantissimo!
Ringrazio anche Paolo Scarpino che con la sua professionalità ci ha permesso di ascoltare un gran lavoro di studio, nonché Emme Record Label con gli instancabili e grandi Enrico Moccia e Carlo Cammarella. Last but not least Umberto Fiorentino e Fabio Zeppetella che da Roma, oltre il tempo e lo spazio, fanno sempre il tifo per me e mi sostengono sempre. Insomma uno staff in ogni aspetto che mi ha dato tanto e che mi onoro di aver lavorato, sperando di continuare con gli stessi nei progetti futuri… squadra che vince, non si cambia!

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