Blackstar: la stella bianca tinta di nero di David Bowie

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Federico Mattioni, rapportando la vita e i sensi al cinema, sta tentando di costruire un impero del piacere per mezzo della fruizione e della diffusione delle immagini, delle parole, dei concetti. Adora il Cinema, la Musica e la Letteratura, a tal punto da decidere d'immergervi dentro anche l'anima, canalizzando l'energia da trasformare in fuoco, lo stesso ardere che profonde da tempo immemore nelle ammalianti entità femminili.

La rockstar britannica ci saluta con l’ultimo ricco bagaglio d’innovazione…

NoteVerticali.it_David_Bowie_Blackstar_coverUna vita spesa sulle note della poesia camaleontica del vissuto. David Bowie ha sempre dato l’impressione di rilucere di sano progresso. Il Duca Bianco, l’Uomo-Stella della storia della musica, lo sguardo alienante di tutto un cinema di chimera, emarginazione, lotta impari, mostruosità, genia.

Il suo ultimo album Blackstar giunge poco prima della dipartita. Soffre il mondo, agonizzano le stelle, una di esse, l’oscura, tenta di mettere a fuoco un percorso stratificato e denso, consistente, insomma il suo ultimo colpo di classe. Un viaggio enigmatico e arty dentro il flusso del musicare. Lazarus, brano n.3, ne è forse il testamento più puro, la vena pulsante di un jazz-rock che si adagia sul soft, facendo quasi a cazzotti con l’oscurità piena e mistica della title-track che apre il disco. ‘Tis a Pity She Was Whore cavalca il rock con una tagliente batteria e sonorità jazz ambivalenti. Sue (or in a Season of Crime) abbraccia il progressive tutto d’un fiato con palpiti post-punk e lampi elettrici/elettronici di mezza storia del rock.

NoteVerticali.it_David_Bowie_Blackstar_Girl Loves Me stira striature dark su tappeti synth e ritmi glacialmente ipnotici. Dollar Days brilla di un pop etereo che sa di battiti di vita e di confusione, l’appannato retaggio di un folk spirituale ormai frammentato sulle ali trepidanti di mille rivoli. I Can’t Give Everything Away diviene così il saluto fraterno nell’estremità delle congiunzioni e delle devianti complicità dialettiche, in un afflato scompaginante e vagamente apocalittico nel suo crepuscolarismo di fondo.

Ziggy Stardust, Young Americans e la trilogia trasformista Low-Heroes-Lodger (1977-79) sono lontani, così come è già lontano l’ottimo antecedente The Next Day (2013), mentre sembrano cadere tutti dal cielo nero della minaccia, senza sprofondarsi nel blu del mare. Si sentono echi lontani, disordinati, schizofrenici il più delle volte, di album del passato. Questo è storia a sé, della simile sovversione possente e lugubre dell’ultimo Scott Walker. Un oggetto decomponibile non identificato, complicatamente ricomponibile. Specie se lo si dovesse ricomporre a sua immagine e somiglianza. Basterebbe osservarlo con l’orecchio puntato di sbieco ed accorgersi di quanto questo versatile artista abbia spesso anticipato i tempi.

LAZARUS – DAVID BOWIE