Endkadenz vol. 2: la poesia rock dei Verdena per i nostri giorni frammentati

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_Verdena_Endkadenz2Dal rosso al blu. E’ il passaggio cromatico che investe il secondo capitolo di Endkadenz, dove il flusso creativo targato Verdena approda dopo una navigazione perigliosamente geniale. Li avevamo lasciati ‘a un passo dal mare’, con le ultime note di Funeralus, ultimo frammento del mosaico che aveva dato vita al volume uno (qui la nostra recensione di Endkadenz vol.1) della saga decadente del progetto discografico che visto la luce a gennaio. Pieno inverno, per un rilascio che ha invece riscaldato i cuori e le menti grazie anche a un tour acclamato e vissuto da un capo all’altro dello stivale. Li ritroviamo qui, a fine agosto, con un nuovo capitolo della stessa saga, per quello che, è bene ribadirlo, è di fatto la continuazione di uno stesso album. Un flusso creativo interrotto solo dalla burocrazia discografica, che non spezza il continuum di melodia e ritmo, in un’onda anomala di suggestioni e rimandi che fanno bene al rock di questi tempi.

Cannibale è il biglietto di presentazione del disco. Una nenia malinconica condotta da un riff elettrico, poi l’inconfondibile voce di Alberto:

…che frenesia,
non sento fatica in me,
piove, ritrovo gli dei…
credo ti illuminerò,
ho un fuoco dentro, sai
che asciuga le lacrime
e fuggire da qui potrei,
consolami e non farmi male,
consumerai ciò che rimane…         

Interessante la parte centrale affidata alla musica, che, pronti anche a sostenere eventuali linciaggi, definiremmo epica e quasi liricamente rock. Il finale è affidato a dittonghi di fiati e parole in libertà pronunciate al contrario. In questo senso, a cannibalizzare l’ascolto sono le sensazioni, innumerevoli, che questi primi quattro minuti e ventuno secondi provocano certamente in chi ascolta.

NoteVerticali.it_Verdena_1Si passa al secondo spunto, “Dymo“, che inizia con un pianoforte sovrastato da un incedere ritmico in tempo dispari, dove un bel gioco con il rullante e le spazzole crea una sensazione di tachicardico clamore. La voce distorta di Alberto, che inizia incerta:

In bilico, e non vorrei
trovami un medico
non rido più, i sogni sono neri

è quantomeno liberatoria nell’apertura dell’inciso:

Mi ami o non più? Tu mi ami o non più?

continuerai
shock onirico,
oggi sei fanatico…
l’amore è qui dove sei… 

Ed ecco un nuovo cambio di tempo. Il rullante lo regola ancora, e il suono sembra riemergere da chissà quali caverne:
 
hai ragione,
credimi fai bene
lo si fa per difendersi…

Dopo un richiamo al Battisti di “Anima latina” (l’annata 1974 di zio Lucio è, a quanto pare, uno dei riferimenti fissi dei tre giovanotti di Bergamo) il brano termina con una coda in cui riecheggia un che di orchestrale. Ecco poi le note di un pianoforte con cui la voce di Alberto gioca a mo’ di scat, fino alla chiusura che dà il la a “Colle immane“, terza traccia, scelta anche come primo singolo estratto dall’album. Qui il ritmo è più aggressivo, la voce di Alberto ovviamente distorta e coperta – forse troppo – da una chitarra troppo in primo piano. Non sappiamo cosa abbia ispirato il testo, probabilmente il “colle immane” è proprio uno dei luoghi geograficamente vicini al gruppo, forse proprio intorno all’Abbazia nel bergamasco scelta come loro quartier generale:

…Sciocco io per sempre
sarò mai cosciente
sciocca tu comunque…
 
…colle immane,
chissà che pensi tu…

Ancora una volta, la scelta del termine ‘sciocco’ che troviamo qua e là nei testi. Non siamo molto convinti da questo brano, a differenza del successivo, “Un blu sincero“, che invece ci piace molto. La voce di Alberto è stavolta più chiara e comprensibile, e ben incastonata in un arrangiamento che valorizza anche la melodia:

Uomo ormai
è un segno in più che dai
rinchiudi il sole, dormi,
cosa rimane da dividersi
è un blu sincero e tu vuoi
non scherzare se nemmeno puoi
sei tu di più
non posso restare, non posso restare
 

NoteVerticali.it_Verdena_2Anche qui un cambio di tempo a metà brano, che spiazza piacevolmente l’ascoltatore. Il testo è evocativo come al solito, ma stavolta maggiormente introspettivo. Ci piace molto la frase in chiusura:
…sei tu più di quello che sogni…    

Con “Identikit” lo stile sembra quello dei vecchi Timoria. Le percussioni in sottofondo e un accompagnamento di sitar aprono il brano, fino all’ingresso vocale di Alberto: 

Che male c’è
vivo dentro di te
immobile
io sarei
giuro immobile
io non credo impazzirò
dammi nuove idee…

 
La voce solista ha in sé una tensione palpabile, testimone di una storia incerta e in bilico. Sembra che a parlare sia la sua coscienza, liberata da angosce e paure che la reprimevano: in questo senso è molto interessante la parte strumentale, con cui si chiude il brano.

NoteVerticali.it_Verdena_4E giungiamo ai due “Fuoco amico“, la cui presenza aveva incuriosito e non poco non appena era stata resa nota la tracklist del disco. “Fuoco amico I” ha chiaramente il marchio di fabbrica dei vecchi  Verdena, per l’esordio full di chitarre e percussioni che crediamo faccia un certo furore nei live. Il testo è di difficile comprensione, per l’effetto di distorsione volutamente elevato applicato alla voce di Alberto. La tensione musicale è comunque marcatamente palpabile, lo ‘scontro’ interno al protagonista – o alla sua storia d’amore – è in atto e non presenta né vincitori né vinti. Esauriti i primi quattro minuti e nove secondi, si passa a “Fuoco amico II (pela i miei tratti)“, dove il basso, che all’inizio parte in autonomia, conduce alla grande i giochi per buona parte dell’esecuzione:

 
…ma forse è il cuore
che non regge chilometri,
sciocco odiarsi
pela i miei tratti, chiamami…
 

Il pathos narrativo è al suo apice, la voce lo incarna alla grande, in un brano la cui tensione emotiva sale alle stelle. Percussioni a sostegno del riff di chitarra che ha un che di spagnoleggiante (sì, se lo ascoltate bene…!), fino alla coda canticchiata che impreziosisce l’arrangiamento, già di per sé perfetto.

Cosa ci vuole, dai
nessun guerriero può arrendersi…

Et voilà, la suite è servita. Onestamente, noi avremmo preferito che non fosse ‘spezzata’ in due, ma presentata in un’unica componente di oltre dieci minuti, per non intaccarla, per offrirla in un’unica porzione. Perchè questa è.

Con “Nera visione“, ottava traccia del disco, siamo dalle parti di “Nevischio” in quanto ad atmosfere e a profumi. Un pianoforte che immaginiamo in una stanza vuota, accompagnato da basso, batteria e chitarra elettrica che accarezza le corde:

Trova un pensiero,
includilo,
esso appare in incognito,
va a gonfie vele,
dare non sa
non lo fa
è pioggia il silicone, vedi,
non cade neanche più…

Atmosfera pessimista, ma il testo (a cui perdoniamo quell’esso che stride alla grandissima…!) sembra riprendersi, e nonostante tutto scorgiamo un barlume di speranza:

Oh no, non è più buio il cuore,
non sai se finge…
 
…Spegni se puoi la nera visione
ehi non tu,
tu sei già divino
mi hai già diviso

NoteVerticali.it_Verdena_3Un brano molto intimo, che però non rinuncia a un’apertura armonica di rilievo, testimone di una maturità stilistica già ravvisata nel primo capitolo di Endkadenz.
Troppe scuse” parte massiccio, con chitarra elettrica e cori che sorreggono la potente session di drum:

Con me hai vinto tu
cosa ti riempie di più?
Se ci penso è ipocrisia,
è come se non tu fossi mia…

La criticità del legame è tutta in un ritratto implacabile della persona amata, dipinta senza troppi complimenti:

Scendi dagli avvoltoi
destino atroce, sai,
meglio se amore dài…

Nonostante tutto, ravvisiamo nel brano una positività solenne, soprattutto per l’arrangiamento solido che si declina in una coda finale da riascoltare – chiusa addirittura da colpi di tosse che degenerano in un grido! – e che ce lo fa rendere uno dei nostri preferiti.

Natale con Ozzy” è solennemente (e anche ironicamente) funerea: un minuto e cinquantacinque secondi per accompagnare il feretro dei sogni infranti e delle ambizioni sopite. Giusto il tempo di riprendersi con “Lady Hollywood“, che immaginiamo dedicata a qualche diva in declino o a una malinconica Fenice. Inizia il pianoforte, poi la ballad si fa più rock:

Provaci un po’
spegni chi sei,
provaci un po’
spegni chi sei…

 
…se rimani qui forse negherò
di essere qui a Hollywood…
stai per risorgermi
sono vivo ormai,
eppure respiro, sì,
non mi ferirai,
neve dentro il fuoco ormai sei…
…tornare da quel vuoto saprei…

NoteVerticali.it_Verdena_5Figura seducente e ammaliante, la protagonista ha stregato chi le parla in termini così diretti. Possiamo immaginare il seguito (‘…che caldo fa…‘) ma è già tempo di ricaricarsi per i ritmi sostenuti di “Caleido“, dove la melodia è incalzata da percussioni che insistono senza sosta, esaltando la performance di Luca che qui libera tutto il suo estro artistico, sostenuto dal basso di Roberta che non le manda certo a dire. E’ un rock puro e netto, senza sbavature, con distorsioni che alimentano il flusso di note che procede massiccio, per quasi sei minuti di pura corrente adrenalinica.

Chiusura affidata a “Waltz del bounty, che inizia malinconica, come un valzer finale per una storia giunta a compimento:

Colpa mia, cosa fai?
Giusto in Bounty te ne andrai,
e non riuscirò a prenderti al volo…

Il cambio di tempo è inevitabile, a un certo punto. E in effetti giunge, per approdare in un’atmosfera rarefatta condita dai cori della band e dalle percussioni, che si allarga in suoni che sembrano ricondurre a una navicella spaziale. Sembrano i Pink Floyd di “The dark side of the moon“, per suggellare forse un viaggio che non è affatto finito, ma che sta per riprendere, speriamo presto.

Endkadenz vol.2” termina qui. Qualcuno forse si aspettava il commiato in grande stile, l’effetto scenico alla Mauricio Kagel, per intenderci, capace di far tremare i polsi e i timpani. Invece no, la chiusura è in dissolvenza, per un disco che certo non delude le attese. Che ha picchi di follia creativa in puro stile Verdena, capaci di esaltarsi in session tiratissime e di generare poi note fragili come un fiocco di neve.

Difficile capire cosa ci sarà dopo “Endkadenz“. Un peccato averlo spezzato in due, per offrire in pasto al mercato due prodotti da ciò che era nato invece per essere unico. Ma a questo punto importa poco. I live, più di ogni altra cosa, sapranno ripagare ancora la band per l’immane sforzo creativo. Concerti che già dallo scorso inverno stanno facendo segnare il tutto esaurito dovunque, e che confermano il seguito della band in tutta Italia. I Verdena ci sono ancora, e ci saranno ancora per molto. E questo disco ne è la prova. Poesia con venature rock per questi giorni frammentati. Grazie ragazzi.

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