Eugenio Finardi: 40 anni di musica ribelle tra testimonianza e coerenza

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Abbiamo intervistato il cantautore milanese che ci ha parlato di politica, di sociale, di ambiente e di futuro 

Se si vuole analizzare con rigore e attenzione il fermento che ha attraversato gli anni ’70 in Italia, non si può prescindere dall’ascoltare i titoli più significativi della discografia dell’epoca. Testimoni di una passione e di un coinvolgimento delle idee e delle parti prima che sterilmente ideologico e partitico, sono reperti sui quali la polvere degli anni non ha sortito l’effetto di scalfirne la freschezza e la modernità. A buon diritto fanno parte di questa selezione i dischi realizzati da Eugenio Finardi tra il 1975 e il 1979 (“Non gettare alcun oggetto dai finestrini”, “Sugo”, “Diesel”, “Blitz” e “Roccando rollando”), e pubblicati per l’etichetta vicentina Cramps. Album di forte impatto, al cui interno sono contenuti brani entrati di diritto nella storia musicale italiana, da “Musica ribelle” a “La radio”, a “Extraterrestre”. Canzoni che hanno imposto all’attenzione del pubblico Finardi, tuttora in attività dopo 40 anni di una carriera testimoniata da successi di pubblico e critica e costellata da soddisfazioni più che meritate, e da scelte di qualità che lo hanno portato ad abbracciare negli anni progetti originali e di nicchia come dischi di fado, blues e classica contemporanea. Da qualche mese i dischi degli anni ‘70, opportunamente rimasterizzati, sono diventati un cofanetto celebrativo, “40 anni di musica ribelle”, con brani che il cantautore milanese ripropone in concerti  in lungo e in largo per l’Italia, insieme a tracce tratte dai dischi successivi, tra cui ultimo in ordine di tempo, “Fibrillante”, del 2014, che si caratterizza per una nuova esperienza di musica militante, quasi un ritorno all’impegno cantautorale tipico degli anni ’70.

Abbiamo avuto il piacere di dialogare telefonicamente con Finardi alla vigilia della sua tappa di Rende (CS), in occasione del Settembre Rendese.

Eugenio, uno dei termini che mi piace accostare al tuo essere artista è coerenza. Che significato dai oggi a questa parola?

Credo che coerenza sia un’ottima parola da cui cominciare. In realtà credo anche che il segreto per la coerenza sia quello di non camminare su un filo, ma di procedere su un percorso piuttosto ampio. Alla fine, forse, in un certo senso sono stato il più “incoerente” fra i cantautori, perché a un certo punto della mia carriera ho persino abbandonato la strada del cantautorato che avevo percorso fino a quel momento per fare cose diversissime, come il fado, il blues o la musica classica contemporanea, senza però uscire da quelli che erano i presupposti iniziali. Pensa che anche quando ho iniziato alcuni mi criticavano perché sullo stesso disco che compie quarant’anni proprio quest’anno, cioè “Diesel”, c’erano canzoni come “Scimmia” – che parlava di eroina senza mezzi termini – e “Zucchero” – che descriveva una storia d’amore – che sembravano assolutamente agli antipodi. In realtà già quello segnava la possibilità di un percorso che comprendesse molte forme espressive, molti sentimenti, da quelli più personali a quelli più sociali.

Possiamo dire che il tuo essere coerente abbia significato fare sempre della musica “di testimonianza”?

Sì, dici bene… mi piace pensare che ho tenuto una specie di diario lungo 45 anni in cui io ho raccontato la vita nei suoi aspetti più personali e più intimi ma anche in quelli più pubblici: penso ai temi sociali, o al mio amore per la scienza, ai viaggi spaziali con canzoni come ”Oltre gli anelli di Saturno” o “Le stelle stanno ad aspettare”, brani ispirati dai viaggi della sonda Voyager…

Ci sono poi i viaggi dell’anima: mi viene in mente “Extraterrestre”, dove il protagonista ha il desiderio di fuggire ma anche l’umiltà di rimboccarsi le maniche quando serve per provare a ricominciare.

Sì, lì descrivo l’impossibilità di fuggire da quello che si è, e la capacità di comprendere che l’unico cambiamento possibile sia quello di se stessi…

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Hai superato la boa dei 40 anni di musica, e festeggi questo traguardo con una serie di celebrazioni che sono partite dal progetto “40 anni di Musica Ribelle” che raccoglie i tuoi dischi storici realizzati per la Cramps. Raccontaci come è nata questa idea, e cosa hai provato a confrontarti con l’Eugenio Finardi degli anni ’70…

Tutto è partito letteralmente dalla riapertura dello scrigno (ride)… Con il figlio del mio editore di allora abbiamo ritrovato l’archivio della Cramps a Vicenza, con i nastri originali della sala di incisione, proprio i multitraccia di quei dischi, e questo in me ha avuto lo stesso effetto di una macchina del tempo…! Ascoltando quelle tracce mi sono sentito trasportato indietro fino a quegli anni, a quel momento e a tutto quello che c’era, non solo nella musica. Un momento storico in cui il senso del collettivo è stato fortissimo: quei dischi erano realizzati da persone che lavoravano assieme ragionando quasi come se fossero un’unica mente. In realtà sono nati da uno spirito, da un atteggiamento che era frutto di un’epoca che da una parte era definibile come “anni di piombo” e dall’altra invece era un periodo di incredibile creatività e libertà mentale…

Sì, pensiamo anche ai vari festival e ai raduni organizzati da chi in Italia faceva controcultura e controinformazione… qualcosa che oggi sembra impensabile…

Beh, oggi quel linguaggio e quell’atteggiamento sembrano davvero impensabili… Quando io racconto di quegli anni ai miei figli, loro mi guardano perplesso: mi rendo conto che, per chi non ha vissuto quegli anni, sia difficile capire quanto fosse alta la passione politica, che poi non era solo un fatto di seggi in Parlamento… era proprio un atteggiamento di vita in generale…

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La tua discografia non guarda solo al passato. Parliamo del tuo ultimo disco da studio, “Fibrillante“. Un disco che parla di sentimenti, ma dove si affrontano temi di attualità, dalla disoccupazione alla crisi economica. Un disco ancora di testimonianza, politico insomma, nel suo senso più alto del termine, di polis.

Sì, è proprio così. E’ un disco che come spirito e atteggiamento è un po’ il successore dei dischi Cramps, con tematiche di testimonianza ovviamente attualizzate alla realtà di oggi. La cosa che più mi stupisce è quanta poca voglia ci sia di ribellione, di ‘musica ribelle’ in questo momento, quando invece ce ne dovrebbe essere ben più bisogno… Questo è un momento in cui sarebbe molto più importante ribellarsi…

Certo, perfettamente d’accordo. Pensiamo al nostro paese, dove oltre a situazioni di disagio sociale si assiste a rigurgiti di razzismo sempre più forti, alimentati da certa stampa, dai social… Come pensi che un musicista e un artista in genere possa e debba comportarsi in questi casi?

Mah, penso anzitutto che questo problema non solo italiano. Se guardiamo alla stessa elezione di Trump negli Usa, in fondo, è stata motivata in primis da un rigurgito razzista… dopo tanti anni se vogliamo dominati dal cosiddetto ‘politicamente corretto’, oggi qualcuno sembra essersi liberato da quel senso di pudore – e di vergogna, direi – che oggi sembra non appartenergli più… come a suo tempo da noi fece la Lega, sdoganando certe parole e certi pensieri che poi si sono dimostrati molto comuni… Credo che questo avvenga più che altro per paura che per razzismo vero e proprio. Sono d’accordo con quanto diceva l’altra sera in un dibattito televisivo Luigi Manconi… Credo che di fondo ci sia un senso di paura e di insicurezza, quasi di terrore rispetto al cambiamento sociale, al confronto culturale… in un certo senso, come Manconi, penso che tutto questo sia in fondo quasi comprensibile, e che non vada semplicemente condannato, ma che vada educato, perché poi nel personale, nell’incontro si scopre che in realtà non c’è poi un rifiuto dell’altro in quanto ‘altro’, ma un rifiuto dell’altro che viene legato alla perdita di identità e di ruolo… un momento in cui si ha paura del futuro…

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Accennavi prima a Trump e agli Stati Uniti. Tu hai la doppia cittadinanza, italiana e statunitense. Nel 1987 hai scritto una canzone come ‘Dolce Italia’ che a tutti gli effetti era una palese dichiarazione d’amore nei confronti del Belpaese rispetto agli States. A distanza di trent’anni ti rivedi in ciò che hai scritto? Pensi ancora che in Italia la gente sia più sincera? Siamo ancora più autentici e – aggiungo – meno conformisti degli americani?

L’Italia di cui parlo io è quella che conosco attraverso le città in cui suono, non è quella dei telegiornali… è l’Italia che incontrerò a Rende, quella che incontro stasera in Val Camonica… Gli italiani day by day, il quotidiano… è quello che dico nella canzone, che siamo un paese dolce, accogliente, simpatico, vario, con un’altissima qualità di vita. Con questo non dico che l’Italia e gli italiani non abbiano difetti. Ma mentre gli americani tendono spesso a celebrarsi come i migliori e a stupirsi quando scoprono di essere come tutti gli altri, noi italiani forse tendiamo ad esagerare nel criticarci e a non avere speranze in noi stessi…

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In “Nuovo umanesimo” canti “Non è questo il futuro che sognavo quando ancora avevo un futuro da sognare…”. Oggi come sogni il futuro, da uomo e da musicista?

Mah, onestamente il futuro è cambiato… La mia generazione, quando parlava di futuro – penso anche a Lucio Dalla, quando ha scritto “Futura” – aveva la visione quasi ineluttabile di un mondo che non sarebbe che potuto migliorare, diventare più giusto, più ricco, più pacifico… Oggi invece ci troviamo in un mondo in cui il senso del futuro sembra essere scomparso. Forse la mia generazione è stata l’ultima ad avere un futuro vero, cioè un futuro senza limiti… Da allora c’è un po’ la sensazione che un futuro non ci sia, o se c’è, è un futuro “a scadenza”… Con mia figlia di 18 anni l’altra sera stavo guardando un documentario sul riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento delle acque, i mutamenti climatici… anche fatti reali: quello che stiamo vedendo succedere a Sydney, Houston, Miami, in Bangladesh, a Livorno, sono tutte avvisaglie di un futuro che incombe e sul quale io purtroppo – sarà il fatto che sono anziano – non sono molto ottimista… Ho paura che prima che possa esserci un miglioramento ci sarà un grande peggioramento, anche perché poi la realtà dei fatti lo dimostra… la stessa elezione di Trump è l’assoluto contrario di come si dovrebbe reagire al futuro.

Sei circondato da musicisti che hanno l’età dei tuoi figli. Come ti poni nei confronti delle nuove generazioni?

Ho molta fiducia nelle nuove generazioni. Cerco di essere un mentore, un testimone e un ascoltatore. Tant’è che “Fibrillante” è stato scritto proprio insieme ai ragazzi della mia band, in particolare Giovanni Maggiore, che potrebbe essere mio figlio… anzi io ho proprio l’età di suo padre, pensa, e addirittura il tastierista che suona con me adesso ha 22 anni, poco più di un terzo della mia età…(ride). Da una parte è una cosa che mi aiuta a mantenermi al passo coi tempi, anche se ci sono cose che proprio non capisco, inclusa anche della musica che, devo dirlo, mi lascia un po’ indifferente…

…a quale tipo di musica ti riferisci?

Non farmi entrare nello specifico, dài (ride). In generale, non è che ci siano tante cose nuove che mi entusiasmano e che considero al livello di ciò che c’era in passato, ma è una cosa normale per uno della mia età… Dai giovani cantautori italiani alla musica rock, non si è raggiunto quel livello.. però mi alimento dal loro contatto con le nuove generazioni, da cui c’è molto da imparare. E poi non c’è quel conflitto generazionale che avevamo noi… Pensa che uno degli slogan che avevamo noi era “Non fidarti di nessuno che abbia più di trent’anni”… mentre invece i ragazzi di adesso sono disponibili all’ascolto, alla guida, e quindi c’è un bel dialogo se uno lo cerca.

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