Frank Ocean: Blonde e gli scismi dell’anima

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L’artista americano pubblica sul web il suo secondo album e dipinge un ritratto quanto mai vivido di un rap alla ricerca di sé stesso.

noteverticali.it_frank_ocean_blonde_coverChe il rap sia diventato una cosa sofisticata e che i suoi principali attori abbiano abbandonato quell’immaginario fatto di macchine lussuose e ragazze sexy, è evidente già da qualche anno. È toccato prima a Kanye West, che pur mantenendo la sua immagine da maschio alfa non ha saputo resistere al richiamo dell’esplorazione artistica, sforando anche in altri campi (pensiamo, ad esempio, alla sontuosa sfilata organizzata con la consorte Kim Kardashian) e autoproclamandosi, con una certa megalomania intellettuale, il vate di un nuovo mondo ancora tutto da definire. Poi è venuto il turno di Kid Cudi che l’anno scorso, in un momento di ripiegamento su se stesso, ha pubblicato un album alternative rock che alcuni hanno addirittura accostato, per attitudine, ai Nirvana dell’Unplugged.

Adesso esce questo Blonde di Frank Ocean, attesissimo seguito dell’album di debutto channel ORANGE, e lo spirito sembra essere lo stesso. Dopo quattro anni di quasi silenzio, il cantautore di New Orleans ha deciso di buttare queste 17 tracce sul web senza alcun preavviso, quasi nella speranza di passare inosservato. E a testimoniarlo è anche l’immagine di copertina, in cui il nostro affezionatissimo si nasconde il viso con il braccio; poi c’è il titolo, scritto volutamente in maniera sgrammaticata senza la ‘e’ finale. Tutto a indicare una apparente sciatteria che è segno, però, di un processo più profondo. Pare, infatti, che gli eroi che dieci anni fa nei videoclip guidavano Rolls Royce e si accompagnavano con scollatissime amiche, adesso avvertano l’esigenza interiore di una redenzione. Come a dire: “Ehi, ero io quello che faceva le feste in piscina con le modelle, ma anch’io ho dei sentimenti!”.

noteverticali.it_frank_ocean_2Per carità, Frank Ocean non è mai appartenuto a quella categoria di rapper-ostentatori, bensì è venuto dopo, quando questa evoluzione era già in atto, e non ha potuto fare altro che sfruttarne i vantaggi (o pagarne le conseguenze, a seconda dei punti di vista). E in un rap in piena crisi d’identità, era più che scontato che la sua musica ne risentisse.

È per questo che i 17 pezzi di questo Blonde sembrano i tasselli di un ininterrotto flusso di coscienza. Non solo la musica cambia rispetto a channel ORANGE (facendosi più intima e richiamando in maniera più evidente gli antenati soul di Ocean) ma diventa anche più rarefatta: questi 17 frammenti assomigliano più a bozze di canzoni che non a canzoni fatte e finite, e rendono Blonde più simile ad un puzzle incompleto, che non a una collana di perle.

noteverticali.it_frank_ocean_1Ci si incontrano interessantissimi esperimenti come Ivy, dolcissima ballata chitarra e voce in cui il vibrato dell’elettrica rimanda tanto a Jeff Buckley quanto a Mac De Marco; o come Good Guy, che sembra un estratto da una demo anni ’60 di Stevie Wonder; o ancora come Self Control, che si snoda su un tappeto di chitarra in stile John Mayer (amico, tra l’altro, di Ocean). Poi ci sono Futura Free, epica conclusione dall’alto tasso emozionale che contiene anche un’intervista a due passanti, e White Ferrari, il pezzo più notevole dell’album, in cui anche un oggetto feticcio dell’opulenza rap come una Ferrari diventa il pretesto per una narrazione intima e confidenziale. Il tutto condito da significativi intermezzi come quello di Be Yourself, in cui una madre supplica il proprio figlio di essere sé stesso e di rinunciare alle droghe, o di Facebook Story, in cui una voce maschile racconta su un tappeto di synth la storia di un amore digitale (con un’attitudine, però, che ricorda un po’ troppo l’intro di Giorgio By Moroder dei Daft Punk).

In definitiva, Blonde è un album gradevole, confuso come mai il rap lo è stato e alla disperata ricerca di un’identità a cui aggrapparsi. Eppure è proprio in questo smarrimento che il disco trova il suo punto di forza: nel riuscire a restituire il ritratto vivido di un artista diviso, ma che ha ancora molto da dire.

Frank Ocean, BLONDE, Boys don’t cry, 2016