Hamburg demonstrations: lo spirito nomade di Peter Doherty alla sua seconda prova solista

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Si definisce una persona totalmente dipendente dalla musica, prevalentemente rock e british. Lavora nella Comunicazione e, nel tempo libero, va a concerti, legge, divora serie tv, viaggia

 

Un disco che, pur confermando le ottime capacità cantautoriali dell’artista, tra suoni folk, buone melodie e testi a tratti meravigliosi, si perde spesso in arrangiamenti e melodie davvero deboli

Hamburg Demonstrations” è l’album con cui è ripresa la carriera solista di Peter Doherty. Dopo anni piuttosto intensi dal punto di vista musicale e personale, uno degli artisti più discussi dell’ultimo decennio torna con un lavoro completamente suo, senza nessuna delle due band della sua vita, ossia i Libertines e i Babyshambles, due realtà tanto diverse quanto fondamentali nel percorso di Peter. Questo disco arriva infatti dopo anni, gli ultimi quattro, molto particolari: nel 2013, il terzo album con i Babyshambles, “Sequel to the Prequel”, seguito nei mesi successivi da un tour turbolento e deludente (e azzoppato di qualche data, tra cui quelle italiane di Milano e Roma); nel 2014, la storica reunion coi Libertines, prima all’epico concerto di Hyde Park e poi con un minitour europeo in autunno; nel 2015, il percorso di rehab in Thailandia, l’annuncio e la registrazione del terzo album e il tour coi Libertines; nel 2016, qualche ultima data coi Libertines e l’annuncio dell’album da solista, preceduto da qualche live britannico ed europeo.

 

Il nuovo lavoro si porta dietro tutto questo bagaglio di esperienza musicali e non: per questo, è un album strano, morbido per un artista che, forse, comincia davvero a sentire il peso dei suoi errori e di un estro spesso malcontrollato.

Eccolo di seguito, raccontato traccia per traccia.

 

NoteVerticali.it_Hamburg_demonstrations_Pete_DohertyL’album si apre con “Kolly Kibber” e con accordi di chitarra che richiamano in maniera netta le atmosfere di alcuni dei pezzi più riusciti di “Shotter’s Nation” (2007), il secondo e meraviglioso album dei Babyshambles. La canzone si muove su un cantato e su bridge in classico stile Doherty: anche il coro vocale che arriva inaspettato verso il finale, viene subito ripreso da uno di quegli attacchi melodici in cui Peter, da sempre, riesce meglio (come in canzoni riuscitissime come “Deft Left Hand” o “French Dog Blues”), anche se, in questo caso come nei precedenti, la bellezza melodica si esaurisce, ahimè, troppo rapidamente, nel giro di pochi versi. Un peccato, perché sono sprazzi come questi a svelare tutto (l’enorme) potenziale cantautoriale di questo musicista.

 

Il secondo pezzo dell’album, “Down for the outing” è una canzone che Peter ha scritto anni fa e che ha già interrpretato live in diverse occasioni prima dell’uscita di questo disco. La canzone è piacevole e orecchiabile, anche se la parte che più convince è il testo. Tanti, infatti, i riferimenti, più o meno velati, agli anni passati e più turbolenti di Doherty: dal solito “river”, sfondo a momenti più o meno idilliaci vissuti con la sua nota ex storica, fino alle parole dedicate al rapporto burrascoso e delicato coi genitori, che culminano in quel “Sorry mom for the good things I’ve done, giving you hope when there is none”.

 

Birdcage” è indubbiamente uno dei brani migliori di questo ultimo lavoro dohertiano: il perfetto connubio tra il ritmo della batteria e uno riuscitissimo riff di chitarra, fa da sottofondo a un testo bellissimo, che include, tra gli altri, momenti dolceamari come “only love can heal the sickness of celebrity” o “you said that we could never be together, you’re too pretty, I’m too clever” che, in modo inevitabile e molto simile a quello del brano precedente, rimandano l’ascoltatore (e fan) agli infiniti alti e bassi della vita di Peter. Il tutto cantato in duetto con Suzy Martin, musicista da anni amica di Peter, e che insieme a lui aveva aperto e gestiva un negozio di oggettistica e antiquariato a Londra, proprio negli anni difficili e delicati che hanno seguito i successi del primo album da solista (2009) e preceduto la reunion con i Libertines (2014). Un’amica, semplicemente, voluta in questo album a dimostrazione della dimensione più intima e personale che Peter sembra voler dare a tutto il suo lavoro, recentemente.

 

Hell to pay at the Gates of Heaven” è uno dei pezzi che più mi hanno colpito durante il live londinese dello scorso maggio all’Hackney Empire: le note di questa canzone, presentata come molte altre proprio nel corso di quel concerto, mi erano apparse orecchiabili e allegre. Nell’ascolto dell’album, però, devo dire che questa canzone mi appare piuttosto anonima rispetto ad altre della tracklist: probabilmente è un brano che dà il meglio di sé dal vivo, e per questo mi riservo di risentirlo live per provare a ritrovarci quell’emozione che, decisamente, mi sembra mancare nella versione da studio.

 

Flags from the Old Regime”: questa canzone, scritta  in ricordo dell’amica Amy Winehouse durante i mesi di rehab in Thailandia nel 2015, è semplicemente meravigliosa: dolce, sincera e struggente. La versione presente nell’album, però, è diversa e, col nuovo arrangiamento, perde di intensità rispetto a quella più acustica e graffiante di un paio di anni fa, quando quel “I don’t wanna die anymore” cantato con voce tremante colpiva dritto allo stomaco

 

I don’t love anyone (but you’re not just anyone)”: Il singolo che ha preceduto l’album compare nella tracklist in due versioni, la V1 del singolo e la V2, più lenta e intimistica. Al contrario del pezzo precedente, in questo caso la seconda versione della canzone è quella riuscita meglio: la V2, infatti, è una dolce ballata, che dà risalto alla voce di Peter, mentre la versione radiofonica continua a non convincere, ed è indubbiamente un pezzo troppo debole come singolo di lancio.

 

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A spy in the house of love”: anche in questo caso, ritroviamo ritmi e sonorità di Babyshamblesiana memoria: gli strumenti girano bene, ma, in questo caso, la melodia è quasi inesistente e il testo, questa volta, non riesce a sopperire alla debolezza generale del brano.

 

Oily Boker”: classica ballata nello stile di Peter, questo pezzo, seppur piuttosto debole per le potenzialità dell’artista, riesce a coinvolgere l’ascoltatore in atmosfere d’altri tempi e di altri mondi, grazie alle chitarre elettriche e al parlato registrato in sottofondo e, soprattutto, grazie a uno di quei picchi melodici di cui parlavamo in apertura: un picco sempre breve, ma che è il ritornello di questa canzone tenera e amara allo stesso tempo, e che viene ripetuto per l’ultima volta prima di una bellissima outro di armonica, uno strumento che Peter ama e che spesso coincide con i suoi momenti musicali migliori.

 

The whole world is our playground”: anche il brano che chiude questo album non è nuovo, ma,  anzi, è ormai noto da anni ai fan di Doherty. La canzone non brilla per originalità o intensità, anche se, anche in questo caso, è il testo a emergere e divenire la parte degna di nota del brano: proprio perché scritta qualche anno fa, quel ricorrente “What it’s killing you everyday healing you anyway” diventa un chiaro riferimento ai travagliati problemi di dipendenza di Peter Doherty che, purtroppo, ne hanno spesso, o forse sempre, offuscato l’enorme talento. Anche qui, impossibile non pensare al suo passato problematico, con frasi che possono suonare come riferimenti, più o meno impliciti, anche al burrascoso rapporto con Carl Barat, come, ad esempio, quel: “If I ever heard this song on the radio, I swear I’d go out of my mind, I try not to think about you every minute or so, but they sold you as a prize”.

 

She is Far”: questa dolcissima canzone che chiude l’album è un piccolo gioiello dohertiano: un testo tanto romantico amaro, chitarre e archi e, finalmente, la voce di Peter morbidamente in primissimo piano su un pezzo dalle atmosfere immaginifiche (Londra, l’inverno, il fiume, fotografie, ricordi).

 

“Hamburg Demonstrations” è un disco che, se da un lato conferma le ottime capacità cantautoriali di Peter Doherty, tra suoni folk, buone melodie e testi a tratti meravigliosi, dall’altro si perde spesso in arrangiamenti e melodie davvero deboli e, quindi, non risulta purtroppo nemmeno paragonabile al bellissimo esordio da solista con “Grace/Wastelands”. Quello che esce da questo album è, ancora una volta, lo spirito nomade di Peter, quello che si riflette anche nella sua vita in camper, nella sua assenza di una dimora fissa, nella sua nuova vita in Francia, ma anche nel suo spirito ancora così profondamente ancorato alla terra d’Albione. Per questo, speriamo che Doherty possa tornare presto – che sia come solista, con i Babyshambles o, chissà, di nuovo con i Libertines – con un lavoro ben più convincente e più “britannico”, in grado di mostrare in maniera più chiara quello che Peter Doherty è stato, rimane e, mi auguro, sarà: uno degli artisti più controversi ma interessanti della scena rock internazionale contemporanea.

 

PETE DOHERTY – I DON’T LOVE ANYONE

 

PETE DOHERTY; Hamburg Demonstrations (BMG, 2016)

  1. Kolly Kibber
  2. Down For The Outing
  3. Birdcage
  4. Hell To Pay At The Gates Of Heaven
  5. Flags From The Old Regime
  6. I Don’t Love Anyone (But You’re Not Just Anyone) V2
  7. A Spy In The House Of Love
  8. Oily Boker
  9. I Don’t Love Anyone (But You’re Not Just Anyone)
  10. The Whole World Is Our Playground
  11. She is Far