Honeymoon: malinconia in stile vintage per il nuovo disco di Lana Del Rey

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Palermitana di origini asiatiche. Amore per il cinema, le istantanee e le storie. Scrive per dar voce alle sue passioni e vivere la vita è la sua aspirazione più grande. “Carpe diem” il suo motto.

La cantante newyorkese non si tradisce ed esplora senza timore i meandri profondi del sad-core, per regalare ai suoi fan un altro lavoro in perfetta sintonia con il suo ormai riconoscibile tocco musicale

NoteVerticali.it_LanaDelRey_Honeymoon_coverÈ uscito il 18 settembre, dopo la comunicazione ufficiale che la stessa cantante ha voluto fare attraverso il suo account Instagram, Honeymoon, il nuovo album di Lana Del Rey. Introdotto dal primo singolo, High by the beach, uscito il 4 agosto, grazie a questo brano le aspettative dei fan sono state rispettate.

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Elizabeth Wooldrige Grant, in arte Lana Del Rey, non si svende. Sa che la sua musica non è certo adatta ai rave party, ma sa anche che essere fedeli a se stessi e credere in quello che si ama, non può che portare solo bene. Appoggiata quindi dalle label Interscope Records/Polydor, pubblica un album che la rappresenta in toto, con la sua malinconia vintage e uno stile ormai riconoscibile. Composto da quattordici tracce, di cui tredici sono brani inediti, il percorso di questo lavoro si chiude con una cover, com’era già accaduto in Ultraviolence, di Nina Simone.

Ma partiamo dal principio.

L’album si apre con la title track, e già fin dal primo ascolto si viene introdotti in un mondo musicale che condurrà ad esplorare sentimenti come la tristezza e la nostalgica sofferenza. Come la maggior parte dei brani della Del Rey, la malinconia è l’emozione protagonista e Honeymoon non fa certo eccezione. La sua musica ha sempre fatto riferimenti alla cultura pop americana degli anni Cinquanta/Sessanta, tanto da essere etichettata come un’Hollywood sad-core. Un genere che potrebbe essere assimilato ad un certo tipo di alternative rock, ma con note particolarmente cupe e testi che esprimono malinconia, nostalgia e sofferenza. La voce è sempre malinconicamente accattivante, i tempi sono lenti e cercare di definire un brano più ritmato rispetto ad un altro, sembra sempre esageratamente anacronistico.

Lana Del ReyLe musiche, come anche la copertina dell’album, non fanno che richiamare – all’orecchio e all’occhio – le immagini patinate delle dive hollywoodiane di altri tempi. Sicuramente la cantautrice e modella, sa come associare l’immagine che vuole dare di sè stessa alla sua musica. Questo potrebbe essere un punto a favore per una personaggio che vive anche della sua immagine, ma potrebbe portare molti anche a definirla forse troppo costruita, eccessivamente nella parte, ma come dice anche lei “We both know that it’s fashnable to love me”.

Lana Del Rey si racconta, racconta dell’amore, di come questo può farti stare così male da vivere (The Blackest day), di come non è sempre cuori e fiori, ma che nell’amore si nasconde un sapore amaro, come racconta in To watch boy to. In brani come Terrence loves you, invece, che pare essere la track preferita dalla cantante, si parla di una donna che ama e che deve affrontare la perdita. Una melodia triste e una voce che sembra “inconsolabile”. Un amore che diventa quasi un credo, una religione, tanto è forte il suo potere (Religion). Questa è Lana Del Rey. La stessa che poi in God know I tried, “urla” al mondo quanto può far male l’ingiustizia, quanto fa soffrire non riuscire a vivere serenamente delle piccole cose della vita. Ma la Del Rey non si arrende e grida: “God knows I tried!”.

NoteVerticali.it_LanaDelRey_2La vita e la sofferenza camminano a braccetto, ma in certi casi viene inneggiato un certo stile di vita, libero e quasi senza limiti, come potrebbe essere quello idealizzato vissuto in California (Freak). Nota di merito per l’inserimento di un brano più recitato che cantato, dove la cantante ci sussurra le parole di Burt Norton, poesia di T.S. Elliot. Per non farsi mancare nulla, viene inserito anche un testo in puro stile Italia anni Quaranta, con musiche che riportano indietro nel tempo e con anche qualche inserimento nel testo cantato di parole in italiano (Salvatore). La tracklist si chiude quindi con una cover di Nina Simone, Don’t let me be misunderstood, che a sentirla in questa versione perde forse del suo originale appeal, trovando però una nuova veste interpretativa, sicuramente inedita.

NoteVerticali.it_LanaDelRey_3In sostanza Lana Del Rey rimane tale e quale. Una donna che naviga in acque sicure, immersa nel suo mondo blue e malinconico. Nessuna sorpresa, ma tante conferme. Molti inserirebbero immediatamente i suoi brani nel prossimo film su James Bond, ma io spero che, prima di tutto smettano di girare l’ennesimo blockbuster sul nostro agente segreto preferito, ma soprattutto che la musica di Lana Del Rey ad un certo punto possa passare ad una svolta senza rimanere incastrata in quel limbo di cantante da “brani da film” che potrebbe nuocere gravemente alla sua originalità. Un ascolto comunque piacevole, senza picchi esaltanti: tutto scorre molto lentamente e con linearità, ma è questo che piace e dobbiamo dire che si presta anche bene a far da sottofondo musicale a queste prime serate autunnali.

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