I Baustelle cantano l’amore e la violenza in un disco ricco di dubbi e paure

NoteVerticali.it_Baustelle_1

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...


Relazioni al capolinea, amori effimeri, e generale senso di decadenza: è quello che si respira in questo settimo attesissimo lavoro della band toscana, colorato dal punto di vista musicale, da cui però ci aspettavamo di più sui testi… vi spieghiamo perché analizzando le dodici tracce del cd 

Un disco colorato, per citare Francesco Bianconi. E colorato nel senso di libero, variegato, anzitutto nella musica. Sì, “L’amore e la violenza” (Warner), settimo lavoro di inediti dei Baustelle, si fa anzitutto ascoltare per l’ampia ricchezza delle partiture che, in ciascuna delle dodici tracce in cui è declinato, esaltano suoni e melodie. Stavolta non accompagnati dall’orchestra, come in “Fantasma” – capolavoro esaltato anche da un tour teatrale da ricordare, nel 2013 –  ma ottenuti grazie a sintetizzatori analogici, e a chicche quali l’utilizzo di un vero Mellotron e un vero Vox Continental. Esclusa la batteria, sostituita da campionamenti di tamburi suonati da Sebastiano De Gennaro e da microsamples estratti da vinili pubblicati tra il 1975 e il 1982. In questo senso, dal punto di vista sonoro, il disco ci pare molto vicino a “La malavita”, quindi richiama quel timbro divenuto ormai facilmente riconoscibile per chi ha amato la produzione della band di Montepulciano sin dai suoi inizi.

NoteVerticali.it_Baustelle_L_Amore_e_la_violenza_cover

Ma “L’amore e la violenza”, dal titolo smaccatamente pasoliniano, è soprattutto un disco ‘oscenamente pop’, siamo ancora a citare e a concordare con Bianconi, mente creativa del trio completato da Rachele Bastreghi e Claudio Brasini. Pop perché facile da ascoltare, e ricco di citazioni, in piena, assoluta libertà. Libertà che fa rima con ricchezza espressiva, e che dà spazio a un mondo di riflessioni. Sì, perché ogni disco dei Baustelle fa discutere, e non è, non può essere da meno questo fresco di uscita, tra le new entry più attese di questo inizio 2017, e che è frutto di una maturità ormai pluriconsolidata ed è pieno di pochissime risposte e di molti dubbi. Dubbi affidati all’ascoltatore che aveva avuto l’assaggio dal singolo “Amanda Lear”, solo apparentemente più facile nella fruizione per un’aura di finta frivolezza che veste la musica – che deve molto al pop tedesco degli anni ’80 – e che racchiude un testo che sa di decadenza e di corrosione, di rapporti, di corpi, di sentimenti. La storia narrata è infatti quella di un amore finito (tema ricorrente, come vedremo, nel disco), e il testo la ripercorre secondo flashback che descrivono i tradimenti reciproci:

Colpa mia se quest’anno ti hanno visto, mi dicono,
vomitare gli occhi e l’anima a un concerto rock,
abbracciata ad una testa di cazzo…

e che finiscono per esaltare ciò che è etereo e si consuma, proprio come potrebbe essere l’ascolto di un disco:

I wanna be Amanda Lear,
il tempo di un LP,
il lato A, il lato B
Niente dura per sempre…

Sono proprio i sentimenti a farla da padrone in un disco nato e pensato come una raccolta di canzoni d’amore in tempo di guerra. D’impatto la copertina, realizzata da Gianluca Moro e ispirata a “If…”, film del 1968 di Lindsay Anderson con Malcolm McDowell. Un film di amore e violenza, appunto, ambientato in un college inglese e considerato tra i manifesti del cinema giovanile di protesta della beat generation. L’ouverture è invece affidata a “Love”, strumentale che inizia con il fruscìo di un vinile e una melodia che sa di attesa e che immaginiamo come il tema di un poliziottesco anni ’70 tratto da un romanzo di Scerbanenco. Travolgente è la seconda traccia, “Il Vangelo di Giovanni”, che riprende il riferimento quasi ossessivo che i testi di Bianconi hanno verso contenuti mistico-religiosi e che contiene una critica latente verso un presente incerto e indesiderato, verso questa esistenza che “si rivela con violenza”, che è accompagnata dall’incertezza e dove il senso di disagio può essere superato solo dal sentimento:

“Io non ho più voglia di ascoltare
questa musica leggera,
meglio sparire nel mistero,
nel colore delle cose,
quando il sole se ne va,
resta poco tempo per capire
il significato dell’amore,
l’idiozia di questi anni,
il Vangelo di Giovanni,
la mia vera identità…

NoteVerticali.it_Baustelle_1

Betty”, la quarta traccia (la terza è la già citata “Amanda Lear”), nel tema armonico iniziale sembra ricordare qualcosa del passato, forse “Groupies”. Il personaggio descritto è una figura femminile figlia dell’effimero, che vive sui social e che non dà peso a sentimenti e relazioni:

“Ride quando la tocchi,
finge quando sorride,
manda messaggi al mondo
quando le va di uscire
che bel profilo,
e quante belle fotografie…”

Il ritornello, molto radiofonico, si apre ad una linea melodica più ampia, che si presta senz’altro  all’orecchiabilità e che contiene un chiaro riferimento al titolo del disco:

“Betty è bravissima a giocare
con l’amore e la violenza,
si fa prendere e lasciare,
che cos’è la vita senza
una dose di qualcosa,
una dipendenza…?”

Nella chiosa, affidata alla sola voce di Rachele, cogliamo un riferimento alla dannunziana “La pioggia nel pineto”, attualizzata e declinata secondo l’immagine del personaggio descritto:

Piove su immondizia e tamerici,
sui suoi cinquemila amici,
sui ragazzi e le città,
tanto poi ritorna il sole…

Acquista su Amazon.it

Una caducità leopardiana, che sembra invadere anche “Eurofestival” che, corredata da una linea armonica, arrangiata secondo una componente rock fortemente accentuata (la chitarra elettrica e le percussioni in primo piano), mostra uno scenario di piena attualità:

Dalla Turchia all’Albania
posti di blocco, posti di polizia, la guerra avanza,
ragazzo mio, ci vuol pazienza…

e poi un campionario di figure tra loro contrastanti (allucinazioni?) che si sovrappongono su una storia al capolinea (“Il nostro amore ai titoli di coda”):

“…Interventisti, jihadisti e scambisti in lontananza,
nazi e giudei, demoni e dei,
macchine in fiamme, terroristi e cortei,
scuole di danza,
evviva il re e l’indipendenza,
bravi registi,
preti e Lacrima Christi in abbondanza…” 

A cantarle è la voce di Rachele, che dà spazio poi nel finale a Francesco in quello che può essere letto come un vero e proprio sfogo liberatorio:

Via, portatemi via, lontano da qui,
io non voglio più soffrire così,
ho perso la fede e la verginità,
buttatemi fuori dal Festival…

Dal punto di vista dell’arrangiamento, il brano è molto ricco, forse troppo. Avremmo preferito una soluzione più asciutta che lasciasse imporre la voce sugli strumenti, ma tant’è.

Basso e batteria” si apre con un dichiarato omaggio al “Sandokan” degli Oliver Onions, i fratelli Guido e Maurizio De Angelis che più di quarant’anni fa, in quello che fu il primo sceneggiato  colori della TV italiana, omaggiarono l’eroe salgariano, per cui i tre di Montepulciano confermano la propria ammirazione (ricordate il riferimento a Yanez nella struggente “Le rane” del 2010?). Invece che “Più crudele è la guerra…”, però, il brano ha un’evoluzione diversa, sia nel testo che nella musica. Anche qui si parla di un amore finito, dal punto di vista della metà maschile, il che fa pensare a qualcosa di autobiografico (Bianconi ha alle spalle una relazione finita):

Lei ti ha consumato come un disco dell’estate,
ti ha guardato correre su spiagge bianche deturpate,
eri tu il cadavere portato a riva dalle onde,
una voce sull’iPhone che parla a caso e non risponde…”

Rileviamo un’insistenza nel ricercare le rime che può risultare puerile, e rischiare di rovinare il bel lavoro che invece c’è dal punto di vista musicale. Melodicamente parlando, peraltro, il brano si differenzia dagli altri per una diversa connotazione, che, specie nella interessante coda strumentale, omaggia chiaramente lo stile ‘robotico’ dei Daft Punk (o, forse ancor meglio, dei Kraftwerk).

NoteVerticali.it_Baustelle_3

Rimandi religiosi evidenti tornano invece in “La musica sinfonica”, dove riappare alla voce Rachele, in quello che forse è l’episodio più interessante del disco, almeno dal punto di vista musicale, e non solo per l’intro coinvolgente, che anche qui ci sembra avere un sapore anni ’70:

Non ricordo più il tuo nome,
e mi sento giù,
ricordo solo il tuo vestito,
e il sangue di Gesù,
sulla statua in processione, quanto ti volevo bene,
mentre servivamo Messa…

Anche qui, il testo descrive un amore finito, ed è dominato dal rimpianto:

Vivere è rimanere giovani,
nel cielo con le rondini,
in terra in mezzo agli uomini,
essere felici non è facile,
è raro ma è possibile,
è musica sinfonica in discoteca…

E anche qui la metafora bianconiana del riferimento musicale caratterizza il senso del brano e lo battezza: come il protagonista del brano precedente era stato ridotto a ‘pelle e ossa’, quindi ‘basso e batteria’, così la musica sinfonica in discoteca è ‘rara ma possibile’.

Proseguendo, fortemente, sagacemente elettronica è l’intro strumentale di “Lepidoptera”, che ci piace molto. Non così il cantato di Bianconi, dobbiamo dirlo: non ci piace lo stile incerto e che poco si abbina alla musica:

“Stai qui con me stasera,
fai quel che sai già fare,
l’odio passa la frontiera,
spogliati e stati con me…”

Quando poi la canzone cambia registro, cambia anche il risultato. Il testo è interessante:

“Che fesseria la guerra,
quando finirà davvero
ce ne andremo in Inghilterra
a far l’amore senza paura, io e te…
Io non voglio farti più del male
Io non sono stato mai così tanto
schiavo del mondo e attaccato alla vita,
una falena di luce drogata…”

Da segnalare nel finale i cori di Rachele e l’inserimento, nella coda strumentale, del flauto.

Con “La vita” torniamo nel classico mondo dei Baustelle, pur se condito da toni un po’ consolatori. L’inizio del brano ci fa venire in mente un ricordo baglioniano anni ’80 (“L’amico e domani”), ma tranquilli, non pensiamo affatto che Bianconi si sia ispirato a Baglioni…! Tornando al brano, se musicalmente è molto omogeneo, nel testo meritano la citazione quel “…è primavera, tira un vento caldo di sensualità da Palmira ai Pirenei…” con il rimando all’attualità che Bianconi piazza di tanto in tanto, quell’idea del “gioco senza vincitori” e poi il ritornello, che profuma di disincanto:

“Lo so, la vita è tragica,
la vita è stupida,
però è bellissima,
essendo inutile.
Pensa a un’immagine,
a un soprammobile:
pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere… “
 

Pensiamo che nel commiato del brano

“…È solo immagine,
è tutta estetica,
io penso che
la vita non è niente…
provo a vivere…”

sia racchiusa tutta la filosofia decadente di Bianconi e soci.

Continental stomp”, secondo strumentale del disco, sembra un estratto da “La malavita”: ci piace molto quell’ossessivo rincorrersi di note che si immergono in un’atmosfera da pura disco anni ’70.

Per sopravvivere alle stragi, state alla larga dai musei e dalla metropolitana, ripete la TV ” è la frase spiazzante che apre “L’era dell’acquario”, undicesima traccia del disco, che vuole sorprendere anche con un nuovo richiamo religioso (“Io non mi sento tanto bene, lo disse anche il Messia pregando nel Getsemani”). Il refrain è di tutt’altra natura, e gioca tra compatimento e speranza:

Torneremo a fare l’amore, vedrai,
a guardarci dritto negli occhi,
ci si abitua a tutto, al dolore,
alle stagioni, al calendario…

Ci sono poi richiami al passato (le strade del ’76, il caso Moro, l’eroina all’università), come a voler significare che anche l’attualità sarà archiviata, prima o poi. Brano dalle interessanti potenzialità, che, a nostro avviso, avrebbe potuto avere un respiro più ampio dal punto di vista degli arrangiamenti.

NoteVerticali.it_Baustelle_2

Ragazzina” è la traccia finale del disco. Un brano dalla impronta cantautoriale, che inizia con piano e voce (di Bianconi), a cui poi si accompagna la chitarra, e che ricorda molto il “Diorama” di “Fantasma”. Un brano di amore e violenza insieme (“Biancaneve tra milioni di maiali, orsi buoni e rime giusta da rappare, guardi il mondo che ti sbuccia le ginocchia e ti fa sanguinare…”), in cui è molto suggestiva la parte strumentale, mentre nel refrain (dove torna Rachele come voce dominante) torna evidente il richiamo religioso:

“Scendi dalle stelle,
scendi Re del cielo,
vieni in questa grotta
al freddo e al gelo,
tra Gesù Bambino e l’uomo nero…”

Il disco finisce qui. Ci resta, a un primo ascolto, l’idea di un lavoro complesso, graffiato da questi anni decadenti. Il pessimismo dei primi lavori non sembra essersi attenuato, così come forte e rilevante resta il contrasto tra le voci di Francesco e Rachele che continuano a creare suggestioni e ad emozionare. Sui testi ci pare però che Bianconi non abbia spinto troppo sull’acceleratore, e che, in certi casi si sia limitato a una descrizione sommaria e a tratti superficiale, piuttosto che dipingere quei quadri di spiazzante poesia che invece avevano fatto la fortuna dei lavori precedenti. L’uso insistente e ricercato della rima a tutti i costi, la presenza di frasi a effetto sull’attualità (i profughi siriani costretti a vomitare, il vento caldo si sensualità da Palmira ai Pirenei, la paura degli attentati), l’ossessiva presenza dell’elemento religioso come artificio ad hoc per scandalizzare (il papa che scrive lettere sulla fedeltà del cane, Gesù che soffre nel Getsemani, la citazione da “Tu scendi dalle stelle” che accosta Gesù Bambino e l’uomo nero) ci sembrano tutti elementi studiati a tavolino, così come la volontà di continuare a perorare la causa del citazionismo, che omaggia molti artisti, da Battiato in poi. In altri termini, dopo le evoluzioni artistiche che in quindici anni avevano portato i Baustelle al capolavoro di “Fantasma” dopo le magistrali prove ottenute con “La malavita”, “Amen” e “I mistici dell’occidente”, ci sembra che con “L’amore e la violenza” Bianconi e soci si siano ancorati al porto a godersi il posto al sole, prima di cercare nuove strade. Mancano i brani che fanno restare a bocca aperta (tipo “Nessuno” e “Il futuro“, per intenderci). Per carità, il disco raggiunge livelli qualitativi elevati e resta un prodotto artistico di valore e di pregio nel panorama discografico attuale. Ma, diciamolo pure, ci aspettavamo qualcosa in più. Confidiamo di poter aggiornare il giudizio specie alla luce del tour, che parte il 26 febbraio da Foligno e che toccherà diverse città del centro-nord con la sola eccezione, per il sud, di Bari e Napoli.

AMANDA LEAR – Baustelle

L’AMORE E LA VIOLENZA (2017, Warner Music Italia) – Tracklist

  1. Love – 0:53
  2. Il vangelo di Giovanni – 4:00
  3. Amanda Lear – 4:24
  4. Betty – 3:44
  5. Eurofestival – 3:48
  6. Basso e batteria – 3:31
  7. La musica sinfonica – 3:43
  8. Lepidoptera – 3:30
  9. La vita – 4:48
  10. Continental stomp – 0:52
  11. L’era dell’acquario – 3:06
  12. Ragazzina – 4:12