I muri di Berlino: il poetico disincanto di Maldestro che canta dolore e speranza

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Paura, dolore, speranza e soprattutto tanta umanità, nel nuovo disco di Antonio Prestieri, in arte Maldestro. Il cantautore napoletano, tra le migliori novità dell’ultimo Sanremo, presenta un lavoro declinato in dieci tracce che parlano di sentimenti, con un tono dimesso ma coerente, secondo una logica che parte dal basso. Ed è una scommessa vinta, considerando che non stiamo parlando di un nome cresciuto a pane e talent, ma di un artista che ha alle spalle una certa gavetta, che ha l’odore di locali fumosi, la polvere delle tavole di un palcoscenico e il rumore di tante porte sbattute in faccia. E soprattutto, una storia personale degna di essere raccontata, quella di un bambino nato e cresciuto a Scampia, figlio di un boss della camorra, con il quale ha diviso solo il cognome. In mezzo, una vita passata con la mamma, all’insegna della legalità, e testimoniata da una vocazione artistica iniziata con gli spettacoli anticamorra scritti e portati in scena in Campania, non senza poche conseguenze e difficoltà. Ma oggi c’è il Maldestro cantautore, che ha conquistato la platea dell’Ariston con un brano – “Canzone per Federica” – ispirato da una cara amica che gli ha insegnato come essere forte. “Siamo architetti del nostro stesso dolore”, canta, e conferma la propria talentuosa creatività nel raccontare per immagini in “Abbi cura di te”, brano scelto da Massimiliano Bruno per la colonna sonora del suo ultimo (e purtroppo deludente) film “Beata ignoranza” con Alessandro Gassmann e Marco Giallini. La canzone apre l’album “I muri di Berlino”, il secondo della sua discografia, che ci proietta in un universo malinconico di acquerelli in minore, raccontati da un punto di vista apparentemente defilato e poco in primo piano, quasi bambinesco, che in realtà offrono una visione originale e ben chiara della realtà. “E’ questione di qualche minuto e arriva il futuro” è un verso del brano colonna sonora del film di Bruno, e svela il senso della poetica ‘maldestriana’. Una poetica che riflette la propria speranza nel senso dell’attesa, non quella ansiosa di chi non aspetta altro che viverla, ma piuttosto quella disincantata di chi sa che prima o poi quanto si è desiderato arriverà. “Abbi cura di tutte le cose, anche quelle che fanno dolore” ci ricorda molto il Brunori de “Il dolore serve, proprio come serve la felicità”. Crediamo non sia un caso, per una generazione di nuovi cantautori non nati sotto i riflettori, ma cresciuti in giro, per strada, nel quotidiano.

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Di fronte o meglio contro i muri che oscurano la speranza e la voglia di riscatto, Maldestro canta il proprio presente, quello di “Tutto quello che ci resta” o di “Che ora è”, non tanto facce di una stessa storia, ma storie parallele, che raccontano sentimenti diversi, da un lato l’abbandono e la voglia di ricominciare da un’altra parte e con un’altra persona, dall’altra la voglia di tornare a confrontarsi con un altro interlocutore, sia essa un’amica, un’amante, insomma un’altra anima capace di ascoltare e farsi ascoltare (“…perché vorrei aspettare le cose che hai perduto sul ciglio della strada come uno sconosciuto…”).

Curiosa e a tratti autoironica è “Io non ne posso più”, una sorta di “Nuntereggaepiù” estesa però all’anonimato di personaggi vari, dal giornalista che gli chiede chi era suo padre al produttore che lo spinge a scrivere più ritornelli, all’altruista che soffra per la questione migranti “ma poi mi crolla col primo dolore di denti”. Musicalmente elegante è “Prenditi quello che vuoi”, dove, condito da accordi in settima più, il disincanto traspare infarcito di sentimenti lontani dalla sguaiata banalità (“Un uomo da solo respira ma di certo non vola”), mentre un pugno nello stomaco è “Sporco clandestino”, che porta all’attenzione di chi ascolta la tragedia dei migranti vissuta dalla parte dei minori. Struggenti sono i frammenti audio che aprono il brano, con il pianto di un bambino e le grida dei soccorritori: “Signor Capitano, dall’alto dei gradi che indossa, saprebbe spiegare perché sono corpi da fossa a chi pur viaggiando per giorni aggrappato a una stiva perde futuro e speranze toccando la riva…?”. E la rabbia investe la voce di denuncia per quella che rappresenta senz’altro l’olocausto del nostro tempo.

Arrivederci allora” sembra la gemella eterozigota di “Tutto quello che ci resta”: anche qui un addio, ma che ripudia ogni evidenza di fisicità ma si riveste della vena di romanticismo decadente delle tracce precedenti, quello che stavolta rivive per raccontare un commiato tra due amanti in un modo delicato e sincero. E qui l’addio diventa davvero difficile da dire. “Siamo la fine di maggio, l’inverno subito dopo, l’inevitabile uscita di scena, e gli occhi chiusi in una foto”, canta Maldestro, e nel suo pessimismo bohemiénne torna quel disincanto che è proprio del suo DNA artistico, vissuto anche qui per immagini, per quadri sonori che riflettono esistenze mai in primo piano, appunto:

Siamo muri caduti sotto la mano del tempo, l’inconfessabile voglia di andare dall’altra parte del mondo, siamo vagoni di un treno che si fermano qui…

Nel finale del brano c’è una parte recitata nella quale è citata Berlino. Quasi una esortazione a evadere da quel muro stavolta fatto di ricordi, rimpianti e nostalgia, quel ciclico arrotolarsi che ingabbia più di una rete da pesca. Sì, perché Berlino non è muri e oppressione, ma soprattutto libertà. Come Napoli, città di nascita, che non è solo storia e tradizione, ma può essere anche voglia di vivere. Dopo “Tu non passi mai”, che scivola leggera, ecco “Lucì (in un solo minuto)”, il capolavoro del disco. Una dichiarazione d’amore struggente, sembra scritta di notte. Un inizio solitario al piano (l’incipit ricorda il giro di accordi di “Pazza idea” di Patty Pravo) e poi una splendida coda orchestrale:

E, ballando ballando, prenderemo dal mondo quel silenzio che serve per sentire ogni cosa che si muove dentro, e non avremo mai tempo l’universo sarà muto perché avremo ogni bacio e ogni piccola cosa in un solo minuto …   

In conclusione, “I muri di Berlino” è un disco scritto e arrangiato in modo sapiente e delicato. Maldestro disegna tracce di vita servendosi della scrittura come di un’esigenza vitale per esprimere le proprie impressioni sul mondo. Il suo è un punto di vista unico e originale, che raccoglie impressioni di storie minime per farne canzoni ed emozionare. La rabbia degli inizi è diventata più docile. Il disco è un piccolo grande tassello per un autore ancora giovane ma già sulla strada della maturità, e destinato a crescere e a farsi ascoltare ancora per molto.

I muri di Berlino, Maldestro, Arealive, 2017.

 

MALDESTRO – ABBI CURA DI TE