Il ritorno doc di Zucchero, tra pop e malinconia

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È un ritorno alle origini ma con gli occhi aperti sul futuro, una lettura malinconica dell’oggi e al tempo stesso una determinata presa di posizione sul domani, D.O.C., il nuovo disco di Zucchero che arriva a tre anni dall’ultimo progetto di inediti. Un disco che già dal titolo ribadisce la genuinità di una proposta musicale che non si è mai persa dietro le mode e che, certo rinnovandosi, non ha mai smesso di rispettare per prima cosa se stessa, la propria terrestre naturalezza, le proprie radici in un certo senso campestri. E terra e radici, addirittura una pala, non a caso, stanno ben trionfanti sulla copertina di D.O.C., messe a confronto, però, quasi contrappuntate, anzi, da un bel paio d’ali e da una chitarra, a ribadire la convivenza degli opposti, ché non c’è terra senza cielo, non c’è volo senza radici: non c’è, forse, soprattutto, materia senza spirito.

Ed è proprio orchestrando questa convivenza tra opposti che Zucchero ci propone le sue nuove undici canzoni, undici momenti separati ma tutti in dialogo tra loro, in poco meno di un’ora di musica che sposa volentieri malinconia (molta) a divertissement (poco, ma incisivo), melodia a ritmo, lungo una linea che va dal soul al frequentatissimo blues (Testa o croce e Vittime del cool, due dei brani più riusciti), da accenni di country (Tempo al tempo, scritta con Francesco De Gregori) a leggeri impulsi d’elettronica (inaspettati ma ben impiegati i synth in più d’una traccia, suggestivo il duetto con la svedese Frida Sundemo in Cose che già sai), affiancando toccanti, intime ballate (Sarebbe questo il mondo) a pezzi più frizzanti e divertenti (Badaboom e, soprattutto, Soul Mama, che ci regala uno dei versi più buffi e “zuccheriani” di sempre: “Ti vedo in gamba / ma dal ginocchio in giù”) con un mix di sensazioni diverse ma che condividono tutte un certo senso d’amarezza.

C’è molta disillusione, infatti, sembra, nei confronti della contemporaneità, una disillusione cui Zucchero sembra provare a rimediare recuperando le atmosfere speranzose dell’infanzia, della propria infanzia (evidente, in questo senso, la vicinanza e, specie in certi brani, la somiglianza con Chocabeck, disco del 2010) e guardando, al tempo stesso, anche oltre: Altrove. Altrove, sì, con la “A”, ché sensibile e costante è quanto meno la ricerca di un dialogo con la trascendenza, con qualcosa di ulteriore che se non ha a che fare con la religione, ha sicuramente molto in comune col divino, in un dialogo continuo che D.O.C. sembra evocare sin dal primo verso della traccia d’apertura (dal titolo altrettanto eloquente: Spirito nel buio): “Oltre il Giordano mi vedrai”. E se a questo, poi, leghiamo direttamente l’ultimo verso dell’intima e amara ultima traccia (“Vivrò nella tempesta”, Nella tempesta), il cerchio sembra chiudersi perfettamente all’insegna di un senso di “mistico” e di inquieto comune in fondo a tutti gli umani. Più d.o.c. di così!

Zucchero Fornaciari, D.O.C. Universal Music, 2019.