Is this the life we really want?: Roger Waters e la sua terza giovinezza

20170812-155735-57455418.jpg

Abbiamo ascoltato il nuovo disco dello storico frontman dei Pink Floyd: un lavoro complesso e ricco di stimoli

Questa recensione, scritta qualche giorno fa, sarebbe stata parecchio diversa.
Avrei parlato di un disco un po’ ripetitivo,senza molti slanci, che nulla aggiungeva alla storia artistica di Roger Waters e che, insomma, si, dopo 25 anni dall’ultimo album di inediti, mi sarei aspettato qualcosa di più.
E che non solo non è questa la vita che veramente vogliamo – rispondendo alla domanda che pone il titolo del disco – ma neanche questo disco è quello che noi ci aspettavamo.
Sono passati alcuni giorni, da questi miei pensieri, io mi sono ricordato che si tratta pur sempre di disco di un componente dei furono Pink Floyd, forse il più importante – a mio parere sicuramente il più importante – e che quindi dovevo ben ricordarmi la loro lezione musicale. E non solo musicale. Che è quella della non immediatezza della comprensione delle cose, e quindi della necessaria sedimentazione.
Bisogna prendersi tempo.
Breathe, respira, e non correre come un pazzo dietro la logica della fretta imposta da quegli strumenti di tortura convenzionale che sono gli orologi e la illusorietà della misurazione del tempo. C’è sempre, d’altra parte, una parte nascosta della luna, che tu non la vedi, ma c’è. Persino dentro di te.
E quindi non affrettarti.
Questa la lezione, proveniente da un gruppo che non a caso ha saputo portare al successo brani di mezz’ora, a volte solo musicali, senza mai annoiare.
E io come potevo pretendere di giudicare un disco di un maestro come Waters dopo solo qualche ascolto?
Proprio di un suo disco?
Ci sono dischi che anche un solo ascolto è troppo,ed inutile. Oggi vanno ancor più per la maggiore, dischi, anzi singoli brani, senza ispirazione, fatti per essere consumati subito in quel mare magnum indistinto che sono diventati i recipienti musicali dei tempi attuali (Spotify, Deezer, Youtube ecc.).
Fatti apposta per essere sottofondo e non lasciare mai tracce profonde.
E ci sono dischi, invece, come quelli di Roger Waters, che invece richiedono più ascolti, che sprigionano tutti i loro odori piano piano, che nascondono, volutamente, tra le pieghe di ogni traccia, i loro multilivelli di lettura e di comprensione e fruibilità.
Non fa eccezione Is this the life we really want?.
Ed è per questo che questa recensione è molto diversa da quella che avrei scritto solo qualche settimana fa.
Ed è per questo che ora posso dire che trattasi dell’ennesimo capolavoro di Waters, con almeno 5 brani che non possono che rimanere nel tempo, incastonati in quella sua storia, cha tanto si intreccia con quella dei Pink Floyd. Anche perché le citazioni floydiane sono tante, e volute.
Torna, tanto per fare un esempio, quella linea di basso, due semplici note, che ogni tanto ricorrono nel percorso dei Pink Floyd, come in una sorta di autocitazione, o forse, più probabilmente, è un ricordare a chi le ascolta “si, è proprio il floyd sound quello che senti”, e che, insomma, c’è tutto un prima, a cui fare riferimento.
Quelle due note ti guidano, come lampadine che ogni tanto si accendono, illuminando tutto il percorso.
Le ritroviamo in una delle loro prime canzoni, See Emily Play, poi in quel capolavoro psichedelico ed agghiacciante che è Careful with that axe, Eugene, poi in Sheep, poi in Goddbye cruel world, la canzone che suggella la posa dell’ultimo mattone del muro.
In Picture that tornano quelle note, come anche le veloci incursioni sonore che ricordano quelle di One of these days.
E in Smell the roses torna l’abbaiare dei cani.
E tanto altro ancora.
Però questo disco non è solo ricordare e autocitare. Questo è l’aspetto minore dell’album, più un divertissement lasciato all’ascoltatore.
La sostanza è altra.
Ed ha, ancora una volta, a che fare con la grande divisione, tutta di stampo watersiano, tra la disumanità delle logiche del potere, e del connesso denaro, e la profonda e commovente umanità di cui saremmo tutti dotati.
Il punto è questo. E tutte le canzoni – inutile dire che anche questo è un concept album, anche se meno legato degli altri alla logica strettamente narrativa – si muovono su questa linea.
E allora, ecco iniziare il disco con riflessioni, parlo di Deja vu, su “se io fossi Dio”, che quasi ricordano Gaber e i primi Litfiba: anche loro ci hanno provato a mettersi nei panni di Dio. L’uno, Gaber, per criticare, anche ferocemente, il piccolo borghese, ed ammettere che l’uomo non è venuto tanto bene.
Gli altri, per dire che l’uomo comunque lo avrebbero fatto “come ora, occhi per non vedere, bocche per non parlare”, facendolo morire di paura “promettendo l’inferno o la pietà”.
Waters si colloca su questa linea, dicendo, scrivo direttamente in italiano, che, fosse stato Dio, sarebbe riuscito a fare un lavoro migliore, tanto più che questa sentenza precede poi il solito campionario di atrocità umane: “se fossi un drone, avrei paura di trovare qualcuno in casa, magari una donna ai fornelli”.
Ecco che torna il grande tema watersiano della guerra, dell’autodistruzione dell’uomo per ragioni economiche (“i banchieri ingrassano”).
Il brano si lega perfettamente al successivo, The last Refugee, dove la lirica del testo, apparentemente d’amore, viene bruscamente interrotta dal ritrovo delle spoglie mortali dell’ultima rifugiata.
Il vocabolario si arricchisce di nuovi termini e nuovi scenari, ma il tema di fondo è sempre quello: la sopraffazione, la stupidità elevata al Potere: “Immagina un leader senza un cazzo di cervello” urla Waters in Picture that, e chi sia questo leader è detto altrove, dove il Presidente Trump viene direttamente definito “nincompoop” (sciocco) – nei live viene invece direttamente bollato come pig, porco. Sicuramente, un nuovo ingresso nella Fletcher Memorial Home di nostra conoscenza.
Picture that è il brano forse più sfacciatamente drammatico, con quel lungo elenco di situazioni da immaginare, orrende, che fanno paura, eppure prese semplicemente da un breviario di vite quotidiane per nulla inventato: un tribunale senza una legge, bambini con in mano pistole, persone senza braccia e gambe in Afghanistan, Guantanamo, e persone, distrutte dalla povertà, che vendono i loro reni e i loro fegati. “Mentre tu con il cellulare segui me al concerto, da un posto in prima fila”.
Insomma, Waters cerca di scuotere i suoi stessi fans: mentre tu mi segui e mi fai foto, ecco quello che nel mondo succede. Ti sei emozionato per il Muro, però non hai capito che i muri non sono sono ancora caduti, e anzi di nuovi se ne sono costruiti, mentali, e addirittura fisici, se pensiamo a quel nincompoop di presidente che ha vinto le elezioni americane promettendo di costruire il muro con il Messico, e così illudendo i suoi seguaci che, per fermare l’immigrazione da povertà, basti costruire un muro.
D’altronde, è questa la linea scelta, finita la seconda guerra mondiale – sono passato a Broken bones, il brano successivo: “aderire all’abbondanza” e così scambiare la Libertà, quella vera, con la libertà, quella finta, che sostiene se stessa nell’accumulare averi e ricchezze finanziarie, e far così, dipendere tutto dal denaro.
Così è stato possibile “addestrare sin da piccoli all’odio”, credendo che, lanciando bombe, da qualsiasi parte venissero lanciate, si lottava per la libertà, tanto “il loro dio li terrà sani e salvi”. Bellissima la chiusura del brano, in pieno stile Waters incazzato: “non possiamo rimettere indietro l’orologio, non possiamo tornare indietro nel tempo,ma possiamo dire: fottetevi, non ascolteremo più le vostre cazzate e bugie”.
La seconda parte del disco è preceduta dalla dolente title track dove si sente la voce isterica di Trump sparare, appunto, cazzate, e dove Waters, in una invettiva poetica, si chiede, tra le tante cose, se siamo regrediti al livello delle formiche, incapaci di distinguere la sofferenza degli altri e provarne dolore.
Poi, parte Bird in a gale, brano in puro stile Floyd allucinato, tipo One of my turns.
E con il brano successivo, The most beautiful girl, si capisce il perché di tanta allucinazione. Si parla di una donna che, mentre stava tornando a casa, proprio in quel momento, chiama per avvertire che sta tornando, e invece scoppia una bomba. “Avrebbe potuto essere la ragazza più bella del mondo”, e invece “la sua vita viene spenta come un bulldozer sopra una perla” dalle solite logiche del potere, il potere che si fa strada a suon di guerre, bombe, muri, e cazzate da far digerire alla popolazione beota.
Ma dai, Smell the roses, goditi la vita, che vai a pensare a tutte queste stupidaggini, “non chiedere, non dire … soldi, soldi”, e “depenna parole come giusto o sbagliato”. Che ci fa se un’altra ragazza non si diplomerà. Le cose vanno così, “money, honey”.
E arriva il trittico finale, musicalmente unito, che forse è il punto più alto e lirico dell’album. La musica è molto semplice, un lento e ipnotico incedere basato su semplici e ripetute note di piano, prende sin dal primo ascolto.
“Aspettala” raccomanda Waters. E’ una canzone d’amore. Sembra quasi un decalogo rivolto a un innamorato di saper aspettare la propria amata, sempre e comunque, in ogni circostanza. Ma non è esattamente così. Non è solo na canzone d’amore. Chi è che va veramente aspettata ce lo rivelano solo i brani successivi, Oceans apart, che in realtà fa da collante al successivo, Part of me died, che chiude l’album.
Chi è che va aspettata è sempre quella donna la cui esistenza è stata spezzata da una bomba, e il cui spettacolo della morte fa morire una parte dello stesso Waters “quando posai gli occhi su di lei una parte di me è morta”.
Wait for her è una canzone, molto delicata, che, presa da sola, è solo una canzone d’amore. Unita alle altre due, invece, è uno struggente quadro di quello che, all’inizio,dicevo essere la dicotomia tra la grande umanità di cui possiamo essere capaci e la grande disumanità di cui l’uomo si sta macchiando.
Eccola lì, allora, quella donna, da aspettare e coccolare, lì, distrutta da una delle tante bombe, e da tutte quelle parti umane elencate in Part of me died che rendono possibile tanto odio e disumanità: invidia, spietatezza, avidità, dispetto, cecità, droni, iniezioni letali, arresti senza processi, sarcasmo, brogli elettorali, bugie, pazzoidi. Un lungo elenco di atrocità su quelle stesse note dove, solo due brani prima, venivano date delicate raccomandazioni d’amore all’innamorato.
E il finale, crudo e commovente come solo Waters sa essere: “Portatemi una ciotola in cui lavarle i piedi, portatemi la. mia ultima sigaretta, meglio morire tra le sue braccia che tirare avanti in una esistenza di rimpianti”. E qui si chiarisce il senso, tutto simbolico, dell’aspettare di cui si parlava in Wait for her.
Aspettare nel senso di rispettare la morte di questa persona e chiedersi il perché, anche a costo di venire travolti,come potrebbe venire travolta una persona che, in mezzo alle bombe, invece di scappare, prende una ciotola per detergere i piedi di una donna caduta, in un ultimo gesto di umana e profonda pietà.
Le tante persone morte, nelle variegate guerre che si succedono nel mondo, effettivamente, noi le stiamo subendo, quasi cancellando, esorcizzandole. Non le aspettiamo, non ce ne chiediamo il senso. Perché, se ce lo chiedessimo, forse, potremmo veramente interrompere questo andazzo e queste assurde e disumane logiche di potere e guerra e dire “fottetevi, non ci crediamo più alle vostre cazzate”.
Waters ricorre all’amore come strumento ultimo per scuotere. E lo fa ingannando, volutamente, il suo ascoltatore – dopo averlo affrontato in Picture that – facendolo ora immergere nelle delicate note di una canzone d’amore, e poi aprendogli invece squarci di miserie umane, e legando il tutto, dicendogli quasi: “tu sei capace di entrambe le cose, sei capace di “parlare dolcemente come farebbe un flauto a un violino impaurito”, e di uccidere senza pietà donne, bambini, uomini. Che cosa scegli di fare? Quale comportamento credi sia più consono al tuo essere uomo?”.
Ora, sentite dischi in giro con canzoni che dicono queste cose?
No, non credo proprio.
E allora capite perché Roger Waters si può tranquillamente definire l’ultimo tenace e solido baluardo contro l’istupidimento collettivo?
Sul piano musicale, le novità non sono molte, il sound è quello di sempre, la voce di Waters è indispensabile per cantare questi brani, perché solo lui sa modularla in quel modo così tagliente, e alternarla a sprazzi di dolcezza e di intimismo.
La produzione è ottima, si sente parecchio la mano di Nigel Godrich, una mano comunque rispettosa della storia di Waters.
Una particolarità, non ci sono assoli di chitarre, anche dove avrebbero potuto esserci. E forse qualche inserto musicale in più non avrebbe guastato.
Ma il livello rimane comunque altissimo.
Roger Waters sta vivendo, del resto,una seconda, o terza, giovinezza, uno stato di grazia che gli permette di andare in giro da anni con spettacoli di grande impatto scenico, musicale, emotivo.
E’ veramente una fortuna, avercelo.
E io sono stato molto fortunato ad averlo avuto, sin da piccolo, tra i miei padri artistici putativi.