Le costellazioni della centrale elettrica

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Note verticali_Le-luci-della-centrale-elettrica-CostellazioniLui è Brondi, l’altro Vasco. Quello che a trent’anni racconta la sua generazione, tra la via Emilia e la via Lattea, dove le stelle sorvegliano e proteggono le storie di figli disillusi già dalla nascita, che provano ad affrontare tutto quello che c’è e che verrà, come una bellissima odissea… è la poetica di Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica, che colpisce, stupisce, fa riflettere ed emoziona. E’ la sua musica ad illuminare questi tempi, bui e vuoti ma ricchi di voglia di vivere e di riscattare la propria esistenza. “Costellazioni” è il nome dell’ultimo progetto musicale delle Luci: un disco che raccoglie quindici storie di poesia suburbana disperata e bellissima, che aprono uno squarcio coraggioso e bastardo su universi che hanno le proprie radici nella terra sporca e fredda, testimoni di una realtà difficilmente inquadrabile nei sondaggi e nei talk show ma finalmente e terribilmente vera. E sempre lì, all’incrocio tra la via Emilia e la via Lattea, vicino alla stella rossa dell’agenzia pubblicitaria, si svolgono le storie di Brondi. Che, modulando nel cantato, diversamente da quanto faceva nei primi lavori, mescola nel testo riferimenti distorti a frasi canoniche entrate nella memoria collettiva con scorci di vita che generano immagini originali e uniche, che non strizzano certo l’occhio ai cuori infranti o al gorgheggiare tranquillo di una stupida canzonetta, ma fanno gridare d’un fiato e riflettere. Ecco quindi spazio alla strana sensazione di sentirsi innamorati a Milano… 2 (“Punk sentimentale”), alla bandiera rossa che sventolerà, ma solo sulla costa del mare in tempesta (“Ti vendi bene”), alla “poverissima patria” che arriva alla crisi economica, mentre le stelle cadono “20mila leghe sotto il mare Adriatico” (“I destini generali”). Ma qual è la speranza di un trentenne di oggi? Forse quella di iniziare la giornata con un lavoro, o l’auspicio che i lampi del presente possano illuminare la fine, quando “arriverà un altro ciclone e forse ci lascerà stare” (“I Sonic Youth”).  Se Battiato (omaggiato con un bis acustico di “Summer on a solitary beach”) lo cercava permanente, Brondi spera di trovare un centro di gravità almeno momentanea, come dichiara in “La terra, l’Emilia, la luna”, brano di apertura di “Costellazioni”, una ballata struggente dedicata a tutti quelli che dormono in macchina, con l’augurio che ci sia acqua per tutti quelli che “vanno per deserti, per tutti quelli che sono morti come sono vissuti felicemente e al di sopra dei loro mezzi”.  Quello di Brondi è un “rumore di scontri e di feste”, una preghiera laica che si innalza verso un Dio ancora troppo reazionario incapace di capire un amore solo apparentemente diverso (“Le ragazze stanno bene”).

“Costellazioni” è anche un tour, che sta girando i teatri italiani, facendo registrare ovunque, come a Rende, al Teatro dell’Unical, il tutto esaurito. In teatro, dove Brondi era accompagnato dai musicisti Ettore Bianconi, Sebastiano De Gennaro, Andrea Faccioli e Daniela Savoldi, tanti tra il pubblico che, conoscendo a memoria i suoi testi, li snocciolavano come un rosario. Ed è, in fondo, forse questa la testimonianza più evidente di chi, vivendo in tempi dispari come questi, piuttosto che mandare a memoria “Albachiara” o “La canzone del sole” sente più vicino alle proprie corde Macbeth che insegue i propri sogni nella nebbia. Perché, nonostante tutto, il futuro è lì, a una distanza siderale ma raggiungibile, pronto a sorriderci, ancora.