Le promesse del mondo: Flavio Giurato, un album denso e contro

NoteVerticali.it_flavio_giurato_le_promesse_del_mondo

Quando ci si occupa di musica, perché per passione la si ascolta, e si prova pure a scriverla, capita di incontrare persone cosiddette del settore. Una di queste, anni fa, cercava di convincermi della bontà di una sorta di manuale della canzone efficace, dove veniva sostanzialmente detto che la canzone doveva avere una rigida struttura, e quindi durare non più di 3 minuti e mezzo, avere l’introduzione, la strofa, poi il ritornello, poi di nuovo la strofa, il bridge, poi ancora il ritornello. E poche altre varianti. Tutto con una durata precisa di ogni singola parte, una specie di vivisezione della canzone. Io, che, pur avendoli vissuti solo da bambino, venivo da un mondo di ascolti targati anni ’70, quello delle suites alla Shine on you crazy diamond o quelle dei Genesis, ritenevo questo manuale una vera stupidata. La musica, anzi il mainstream, ha preso purtroppo questo percorso, con stuoli di persone dietro un pc pronte a studiare fino a quale secondo una canzone venga ascoltata, e assurdità anatomiche del genere. Perché parlo di questo? Perché sono sempre contento, oltre che sollevato, quando questi schemi, propri di mentalità ottuse per nulla votate alla libertà artistica, vengono smentiti con lavori che dicono il contrario, e funzionano, eccome se funzionano.

Così è l’ultimo lavoro di Flavio Giurato, Le promesse del mondo, come del resto tutta la sua produzione. Siamo su territori finalmente puri, ci sono strumenti veri, suonati per davvero. E ci sono parole vere, sofferte, non certo messe a caso. Le canzoni sono lunghe, ma nessuna di queste risente di questa “anomalia”, perché per funzionare devono essere così. Le parole, come i suoni comunque scarni che le accompagnano, vengono inizialmente date e poi riprese, arricchite con sempre più sfumature, fino a una ripetizione quasi ipnotica, che poi diventa il vero fulcro delle canzoni stesse. Quello che più mi colpisce è l’attenzione al dettaglio. E’ un album che parla di immigrazione, un tema a rischio di banalità e scontatezze. Ma Giurato evita questi rischi soprattutto soffermandosi sui dettagli, sui particolari, e avendo di mira un concetto lato di immigrazione, non solo quella di cui sentiamo blaterare a sproposito nella disputa politico-mediatica.

Acquista su Amazon.it

Dettagli ce ne sono tanti nel disco, io qui ne cito solo tre, quelli che più hanno popolato la mia immaginazione: il centro di accoglienza alieni di cui si parla in Soundcheck; la ricerca urlata di Ugo con le mani intorno alla bocca in Ponte Salario; la fotocopiatrice rotta in Digos. E’ inutile infatti vi contestualizzi questi dettagli, li banalizzerei. Chi vuole, se li va a sistemare ascoltando le canzoni. Sono solo esempi di come funziona la scrittura di Flavio Giurato. E di come questo suo lavoro possa essere una fonte importante di ispirazione e di studio. La costruzione delle canzoni parte proprio dai dettagli, ci gira intorno, lo riprende, e fa della canzone stessa una sorta di libro aperto e sempre cangiante, mai del tutto definito. Digos, poi, meriterebbe un discorso a parte per quanto è densa. Chitarra arpeggiata su due accordi, voce sussurrata e straniante. E tutto un mondo di realtà e di immaginazioni legate alla Digos, tra burocrazia, sospetti, mondo sempre scuro, e addirittura cenni d’amore tra colleghi in una atmosfera che si fa sempre più asfittica. Mentre fuori si muore sui barconi, per aver creduto, e seguito, le promesse del mondo, che poi si rivelano presto essere bugie tragiche.

Ma ci sono anche le luci, e una di queste è papa Francesco, evocato in In mezzo al cammino, simbolo dell’immigrazione, immigrato anche lui, unico difensore sincero degli immigrati, che si fa portatore di una tragedia che non ammette nessun contrappeso politico al dovere morale e umano di tendere una mano a chi sul barcone sta morendo. Il brano Le promesse del mondo, in questo senso, è forse il più drammatico, e la musica che lo tinteggia ne da appieno il senso. Persino il video funziona benissimo, con lo sguardo fisso dell’autore a seguire l’andamento ritmico del brano, da cui non ci si riesce a distogliere. E come si potrebbe, del resto, distogliere lo sguardo da certe immagini? Non c’è però retorica, né alcuna forma di autocompiacimento.Il disco è da ascoltare, con calma, facendosi coinvolgere. Il sapore è antico, un po’ come quei vini invecchiati che non puoi certo degustare come un novello qualsiasi. E’ uno di quei dischi a cui dare tempo, perché a sua volta il tempo poi te lo restituisce per bene, con arricchimenti e sfumature che quasi nessuno oggi, nel panorama musicale attuale, riesce a dare.

Tra i rari dischi di Giurato, è quello che ha gli ingredienti più adatti ad avere risonanza e successo. Certo, un successo diverso da quello cui siamo usualmente abituati. Il successo di cui parlo è quello di riuscire ad accendere la testa degli ascoltatori, e magari di quanti più ascoltatori possibili. Non lo sentiremo di certo per radio, o almeno nelle radio più ascoltate, tutte così alla rincorsa verso il solito blog informe del mainstream. Non lo sentiremo di certo rimbalzare in modo vuoto e anonimo, come rimbalzano gran parte delle note oggi. Questo disco non è affatto anonimo, ha un gusto deciso, forte, ironico, spiazzante ha un autore, ha parole che parlano e significano, ha suoni che si fanno sentire. E una genuinità che ne percorre tutto il cammino. Fidatevi, ascoltatelo, e magari recuperate pure i brani più antichi di Giurato, La scomparsa di Majorana, Marco Polo, o l’ormai mitico Il tuffatore. Respirare aria sana, ogni tanto, tra tanta muffa e fuffa musicale, non può che fare bene.