Ouroboros, spazio all’intensità mistica di Ray Lamontagne

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Palermitana di origini asiatiche. Amore per il cinema, le istantanee e le storie. Scrive per dar voce alle sue passioni e vivere la vita è la sua aspirazione più grande. “Carpe diem” il suo motto.

Un disco che ammalia e sorprende, quello del cantautore statunitense che ci riporta all’atmosfera degli anni ’70

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Dura soltanto quaranta minuti scarsi, l’ultimo album di Ray Lamontagne, ma sono sufficienti per immergere l’ascoltatore in un’atmosfera seventies, che pochi riescono a ricreare, escludendo ovviamente chi durante gli anni d’oro del rock ha fatto la storia del genere. Ray Lamontagne ha rilasciato il 4 marzo scorso il suo ultimo progetto discografico dal titolo mistico e misterioso, Ouroboros.
Il nome del titolo, che in italiano è tradotto con il termine Uroboro, è un simbolo antico dai molti significati. Serpente o drago che morde la sua stessa coda, crea una figura perfetta del cerchio per rappresentare il misticismo antico. Un simbolo che racchiude in sé quel quid di mistero che non guasta mai e con questo stesso mistero che il cantautore statunitense intende avvolgerci con la sua musica e la sua voce. Questo ultimo lavoro, prodotto insieme a Jim James dei My Morning Jacket, propone un arrangiamento per nulla banale, che accompagna la dedizione e il rigore musicale del songwriter statunitense.
Sesto album per l’artista classe 1973, nato a Nashu, nel New Hampshire. Il cantautore, che si è fatto conoscere per il grande successo del suo primo disco, Trouble del 2004, ha abituato il suo pubblico ad una voce calda, anche roca e graffiante in alcuni tratti, accompagnata da arrangiamenti che inevitabilmente riportano alla mente le influenze del rock anni Settanta dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin con qualche accenno di soul anni Sessanta.
Ad aprire l’ascolto, Homecoming, che ci introduce in questa nuova e mistica atmosfera che a tratti si presenta addirittura psichedelica. Con questo primo brano, degli otto che compongono l’intero disco, Lamontagne detta l’andamento dell’intero percorso. Eterea e mistica come l’uroboro, a calarsi nel mood e farsi avvolgere dal suono delle chitarre che impongono il ritmo, ci vuole poco. Lo spazio concesso allo strumental non è solo “riempitivo” ma aggiunge decisamente quel tocco distintivo, che vuole allontanarsi dal pop world che invade la discografia odierna.
Con Hey no pressure, Lamontagne dona ampio respiro al disco, che entra nel suo vivo con brani come The Changing man e While It Still Be, una coppia di brani che celebra la solennità della musica, anche grazie al contributo di un coro di voci importante.
Con In My Own way, si torna al ritmo più soft, in cui la chitarra, protagonista, ci racconta e ci parla con il suo suono graffiato. Ma è Another Day, a nostro avviso, il brano più incisivo e musicale dell’intero lavoro, con un sound alla Simon and Garfunkel che non fa che riportare il disco al Sound of silence della colonna sonora de Il Laureato, un brano da viaggio on the road, tra una fermata e l’altra nelle infinite route americane.
Ouroboros è un album che nel complesso è stato apprezzato, e che si distingue da ciò che ci viene proposto oggi. Un artista, Lamontagne che non ha paura di mantenere fede al suo stile, che non decide di vendere la sua arte, ma vuole confermarsi e con questo regalare al panorama musicale del 2016 un assaggio di ciò che era, con un tocco di ciò che potrebbe essere o dovrebbe essere, certa musica. Dimentichiamo quindi il pop “svendotutto” e assaporiamo con romantica nostalgia il sound rock-soul di questo cantautore che non ha paura di non vendere milioni di album in tutto il mondo, contribuendo però a farci ricordare che non tutto è perso nel mondo musicale. La speranza di un ritorno alla buona musica è, grazie ad artisti come lui, quantomeno vivida.