Peter Silberman, Impermanence: quando il ritmo non è un obbligo

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Federico Mattioni, rapportando la vita e i sensi al cinema, sta tentando di costruire un impero del piacere per mezzo della fruizione e della diffusione delle immagini, delle parole, dei concetti. Adora il Cinema, la Musica e la Letteratura, a tal punto da decidere d'immergervi dentro anche l'anima, canalizzando l'energia da trasformare in fuoco, lo stesso ardere che profonde da tempo immemore nelle ammalianti entità femminili.

Peter Silberman, leader dei The Antlers, esordisce da solo con un album di un’intimità e di una pacatezza quasi imbarazzanti. Voce e corde elettriche appena pizzicate, soavità, luce, esaltanti miraggi. Un cantato sommesso eppure vibrazionale, oltremodo minimale. Parte lievissimo con la dilatata Karuna quasi a voler ribadire che se proprio è stato il destino ad essersi messo in mezzo – Peter Silberman ha perso l’udito da un orecchio – tanto vale sfidarlo apertamente e dimostrare che si può fare amabile musica anche con le risorse del sentire ai minimi termini, senza l’urgenza di dover accelerare mai.

Il ritmo non è un obbligo. Sensazioni infinitesimi che abbracciano l’acustica trasognante, melodie carezzevoli che solleticano la pelle al chiar di luna, dolci note di fiati albeggianti in posa al cospetto del cuore. In alcuni frangenti la mielosa sensazione di un disagio tutto interiorizzato sembra prendere forma dalle spire di Jeff Buckley (specialmente nella splendida New York e nell’incantevole Maya) arrivando a impietosire, lagnando, soltanto a un passo dal finale con Ahimsa, un attimo prima della chiusura strumentale che dà il titolo all’album, derivante da un aspetto della dottrina buddhista.

PETER SILBERMAN – New York

 

 

NoteVerticali.it_pter_silberman_impermanence_coverPETER SILBERMAN – IMPERMANENCE – Tracklist

  1. Karuna
  2. New York
  3. Gone Beyond
  4. Maya
  5. Ahimsa
  6. Impermanence