Rimmel: tra le pagine chiare e le pagine scure, a caccia di tesori…

Francesco De Gregori nel 1975

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

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Nel 1975 usciva quello che sarebbe stato il disco più popolare di Francesco De Gregori.

E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure…“. Quando una frase tratta da una canzone entra nel quotidiano, allora la canzone in questione è entrata nella storia. Strana storia quella di “Rimmel“, canzone d’amore quasi d’altri tempi, che nel 1975 aprì la strada al successo del ventiquattrenne Francesco De Gregori, il più ermetico tra le giovani leve del cantautorato italiano. Talento della scuderia di Vincenzo Micocci, che lo aveva scovato qualche anno prima al Folkstudio, fino a quel momento quello che cantava De Gregori era troppo difficile persino per le platee cosiddette impegnate. Meglio Antonello Venditti, suo sodale dell’epoca, che batteva sul bianco e nero del suo pianoforte raccontando con voce potente e in romanesco storie di vita, invettive, amori difficili. De Gregori no, le sue storie minime incuriosivano ma sembravano quasi non restare: Alice che guardava i gatti mentre intorno a lei Lilì Marlene sorrideva , Cesare che aspettava bagnato il suo amore ballerina, e quello strano sposo impazzito o ubriaco, e poi Hilde, e la Giovanna di “Niente da capire“… A ciò si aggiungevano un arrangiamento minimale e una voce che procedeva con toni gentili ed educati, quasi chiedendo scusa per il disturbo. Poi arrivarono quel riff di piano accarezzato da contrabbasso e batteria, e una storia che parlava di carte e di destino, e la stella De Gregori fu catapultata definitivamente tra i grandi:

Chi mi ha fatto le carte,

mi ha chiamato vincente,

ma uno zingaro è un trucco,

e un futuro invadente,

fossi stato un po’ più giovane

l’avrei distrutto con la fantasia,

l’avrei stracciato con la fantasia…

[…]

ancora I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,

li puoi nascondere o giocare come vuoi

o farli rimanere buoni amici come noi…

 

Francesco De Gregori nel 1975
Francesco De Gregori nel 1975

Parole che dipingono un quadro fatto di istantanee che scorrono come fermi immagine di una storia probabilmente al capolinea, mentre i ricordi (“come quando fuori pioveva…“, ecco ancora il richiamo alle carte) affiorano alla mente e sembrano non voler lasciar andare il presente alla vita, a quell’indirizzo nuovo a cui spedire le labbra di chi si ha abbandonato o da cui si è stati lasciati. Per De Gregori, “Rimmel” è il successo popolare, ma, in quel 1975, anche la sua croce e delizia per le feroci critiche di ‘imbarbarimento romantico’ che lo fanno passare, per i duri e puri che lo contestano, per un cantautore melenso e disimpegnato (‘alla Baglioni’, o a come veniva ufficialmente visto dai ‘compagni’, per intenderci), che ha tradito la causa del movimento, facendo pagare le proprie esibizioni, e che ora si gode il successo in camere d’albergo da 38.000 lire a notte (per citare un articolo di Enzo Caffarelli uscito su “Ciao 2001” nel 1975). Eppure, a ben vedere, del disco omonimo con l’immagine della donna d’altri tempi incastonata un brutto tappeto a righe zebrate,  “Rimmel“, insieme a “Buonanotte fiorellino“, è l’unica canzone davvero facile, che prende al primo ascolto. Se nella prima si parla di carte, di destino, di addio e di ricordi, nella seconda tutto è minimizzato anche dal punto di vista lessicale. Il fiorellino, la monetina, l’anello sulla spiaggia (che quarant’anni dopo Jovanotti avrebbe ripreso nella sua “L’estate addosso“), un biglietto scaduto per chissà quale meta, e poi raggi di sole e fiocchi di neve:

…Il granturco nei campi è maturo

ed ho tanto bisogno di te,

la coperta è gelata, l’estate è finita.

Buonanotte questa notte è per te.

 

Buonanotte, buonanotte fiorellino,

buonanotte fra le stelle e la stanza,

per sognarti, devo averti vicino,

e vicino non è ancora abbastanza.

 

Ora un raggio di sole si è fermato

proprio sopra il mio biglietto scaduto.

Tra i tuoi fiocchi di neve, le tue foglie di tè.

Buonanotte, questa notte è per te…

 

L’ermetismo dei dischi precedenti c’è ancora, ma è mascherato, anzi ingentilito, da una poetica più delicata, aiutata da un arrangiamento in stile valzer retrò su cui aleggia, tutt’altro che oscurato, il Dylan di “Winterlude“. Una virata certamente notevole dalle immagini naziste di “Cercando un altro Egitto” o dalle critiche all’imbarbarimento televisivo contenute in “Informazioni di Vincent“. Ma, a ben vedere, nel disco del 1975, come vedremo, non c’è solo questo.

In concerto nel 1975
In concerto nel 1975

Di amore in altre forme, un amore certamente più fisico, si parla in “Pezzi di vetro“, che a mio parere è il capolavoro assoluto dell’album, e una tra le perle più preziose dell’intera produzione degregoriana:

L’uomo che cammina sui pezzi di vetro

dicono ha due anime e un sesso di ramo duro il cuore

e una luna e dei fuochi alle spalle

mentre balla e balla,

sotto l’angolo retto di una stella.

 

Niente a che vedere col circo,

nè acrobata nè mangiatore di fuoco,

piuttosto un santo a piedi nudi,

quando vedi che non si taglia, già lo sai.

 

Ti potresti innamorare di lui,

forse sei già innamorata di lui,

cosa importa se ha vent’anni e nelle pieghe della mano,

una linea che gira

e lui risponde serio “è mia”;

sottintende la vita…

 

Il ritratto scorre fluido grazie a un arpeggio di chitarra che crea intimità e confidenza. Immagini quest’uomo che vince sui vetri e spezza bottiglie come un mago, un prestigiatore che illude la sua interlocutrice, che gli si consegna come incantata. E l’illusione dell’amore viene raccolta e consegnata dalla stessa ‘vittima’ che concede le proprie grazie quasi con noncuranza, ma con felicità. Anche qui fanno capolino le carte (“Lui ti offre la sua ultima carta…“), e il destino, vero protagonista occulto di molte creazioni degregoriane. E, con loro, il tempo, declinato in tre diversi momenti inversamente proporzionali alla vicinanza tra l’uomo dai pezzi di vetro e la sua donna: dai suoi vent’anni, che l’allontanerebbero da lei, ai ‘quattro giorni’ spesi a dichiararle il suo amore, al ‘minuto’ in cui lei gli ha dato tutto ciò che ha.

Oltre che d’amore, l’album è connotato da canzoni marcatamente politiche, come “Il signor Hood“, “Le storie di ieri” e “Pablo“. La prima è dedicata, come si legge sul disco –  a M. con autonomia : il destinatario delle attenzioni di De Gregori è Marco Pannella, all’epoca dei fatti leader radicale sulla cresta dell’onda per la battaglia che l’anno prima aveva portato al referendum divorzista. Un omaggio importante, fatto da un giovane De Gregori, dichiaratamente di sinistra, verso chi aveva saputo raccogliere gli entusiasmi di una classe giovanile un po’ delusa, probabilmente, dalla staticità di Berlinguer:

Il signor Hood era un galantuomo,

sempre ispirato dal sole,

con due pistole caricate a salve

e un canestro di parole,

con due pistole caricate a salve

e un canestro pieno di parole…

 

Anche in questo caso a essere dylaniano è l’arrangiamento, che richiama gli standard delle folksong made in Usa con un mood che esalta gli strumenti in gioco (batteria, chitarra, basso e pianoforte). L’ermetismo torna ad abitare da queste parti, quando si parla dei ‘parenti ingordi’ che assalirono il protagonista sulla strada di Pescara: non possiamo escludere in questo caso che vi fossero riferimenti personali (la famiglia De Gregori ha origini pescaresi), ma c’è chi – come il giornalista e scrittore Enrico Deregibus, ci ha visto echi di Micocci (la storica sede della RCA di Ennio Melis era sulla via Tiburtina, quindi in direzione del capoluogo abruzzese, e in quel caso i ‘parenti ingordi’ sarebbero stati i discografici di via Tiburtina vogliosi di ‘divorare’ il pesce piccolo della IT).

De Gregori con Caterina Bueno e Antonio De Rose nel 1971
De Gregori con Caterina Bueno e Antonio De Rose nel 1971

Pablo” è invece un inno alle vittime del lavoro, e in particolare agli emigranti che muoiono lontani da casa, magari per una fatalità. Il brano è quindi politico non perché si schieri da una parte partitica, ma politico nel senso più ampio del termine, perché, pur percorrendo una strada non propriamente consona alla canzone di protesta comunemente intesa, la canzone intende aprire una luce sulle cosiddette ‘morti bianche’ purtroppo ancora attuali:

 

E se un giorno è caduto, è caduto per caso

pensando al suo gallo o alla moglie ingrassata come da foto…

Prima parlava strano e io non lo capivo,

però il fumo con lui lo dividevo

e il padrone non sembrava poi cattivo…

 

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo…

         

Il ritornello ha una potenza inaudita, tale da diventare, a partire dal 1975 e per buona parte del decennio, uno slogan da usare nei cortei, nelle manifestazioni studentesche, nelle assemblee, negli scioperi. Il brano porta la firma anche di Lucio Dalla, che De Gregori promosse a coautore per una serie di suggerimenti che gli vennero dati dall’artista bolognese.

De Gregori e De Andrè nel 1974
De Gregori e De Andrè nel 1974

Le storie di ieri” è invece una canzone del 1974, che già era stata pubblicata da Fabrizio De Andrè nel suo “Volume VIII“, scritto a quattro mani proprio con De Gregori. Caratterizzato da un arrangiamento positivamente anomalo, con l’intro di contrabbasso di Roberto Della Grotta, il brano parla di antifascismo, e di come lo stesso, col tempo, si stesse annacquando, proprio come denuncia Pier Paolo Pasolini, raccogliendo le critiche di buona parte dell’intellighenzia di sinistra del tempo. I fascisti di oggi hanno la faccia serena – dice tra le righe De Gregori – ma state attenti perché sotto sotto indossano la camicia nera di ieri:

E i cavalli a Salò sono morti di noia,

a giocare col nero perdi sempre,

Mussolini ha scritto anche poesie,

i poeti che brutte creature,

ogni volta che parlano è una truffa…

 

C’è poi una storia nella storia, come capita spesso nella produzione degregoriana. Accanto alla generazione dei padri, c’è quella dei figli, che li osservano e li criticano, e quella dei figli dei figli:

 

E il bambino nel cortile sta giocando,

tira sassi nel cielo e nel mare,

ogni volta che colpisce una stella

chiude gli occhi e si mette a volare,

chiude gli occhi e si mette a volare…

 

I bambini sono il futuro, che vuole usare la fantasia, certo, ma vuole anche certezze. A nulla servono i richiami al passato, gli aquiloni da inseguire se non portano a nulla:

 

Ma il bambino nel cortile si è fermato,

si è stancato di seguire aquiloni,

si è seduto tra i ricordi vicini, rumori lontani,

guarda il muro e si guarda le mani,

guarda il muro e si guarda le mani.  

 

Quattro cani” è invece una storia strampalata, almeno così pare essere. La leggenda vuole che i personaggi (il cane di guerra, il bastardo, la cagna e il padrone) siano lo stesso De Gregori, Venditti, Patti Pravo e il discografico Lilli Greco.

 

Quattro cani per strada

e la strada è già piazza e la sera è già notte.

Se ci fosse la luna,

se ci fosse la luna si potrebbe cantare.

si potrebbe cantare…

 

Nei cori echeggia il timbro tenorile di Lucio Dalla, la canzone è piacevole e allegra come una birra fresca in una sera d’estate.

Piccola mela” è una storia criptica dall’arrangiamento scheletrico, in cui l’ermetismo sembra fiorire più che altrove. In realtà, come ammesso dallo stesso De Gregori, è ispirata a un canto tradizionale sardo, quindi ha radici decisamente popolari.

 

Mi metto in tasca una piccola mela,

mi metto in tasca una piccola mela.

Ti portassero in piazza

con chiodi e catene

se davvero non sei sincera…

 

Facile trovare una correlazione con “Bellamore“, che nel 1992 avrebbe inaugurato “Canzoni d’amore“. Rispetto al brano del 1975, però, complice la seconda voce di Lalla Francia, la canzone del 1992 sembra avere maggiore sostanza.

Infine, a chiudere il disco, “Piano bar“, che ricorda certe cose di Elton John nell’arrangiamento, e che sembra prendere in giro il personaggio protagonista (che, negli anni, i maligni hanno voluto identificare con Venditti, per coltivare il rapporti di amore-odio tra i due), troppo leggero per pensare all’impegno in musica:

 

Uno scudo bianco, in campo azzurro è la sua fotografia.

Chiunque lo conosca bene può chiamarlo senza offesa:

uomo di poca malinconia.

E’ un pianista di piano bar

vende a tutti tutto quel che fa.

Non sperare di farlo piangere

perché piangere non sa…

 

A distanza di quarant’anni da quell’esordio, cosa resta del De Gregori di “Rimmel“? Tanto, perché possiamo dire tranquillamente che negli anni il cantautore romano non ha rinnegato i suoi esordi, anzi. La sua è una storia artistica alimentata con coerenza e dignità poetica intensa. Un excursus che dura da quasi mezzo secolo, e che racconta la nostra storia.