Sprained Ankle: il disco di esordio di Julien Baker, voce intima del Tennessee

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Federico Mattioni, rapportando la vita e i sensi al cinema, sta tentando di costruire un impero del piacere per mezzo della fruizione e della diffusione delle immagini, delle parole, dei concetti. Adora il Cinema, la Musica e la Letteratura, a tal punto da decidere d'immergervi dentro anche l'anima, canalizzando l'energia da trasformare in fuoco, lo stesso ardere che profonde da tempo immemore nelle ammalianti entità femminili.

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19 anni, volto semplice, intinto in una spigliatezza acustica scarnificata nelle braccia intime del sad-folk

Julien Baker, 19enne cantautrice del Tennessee, al suo esordio rivela da subito quali sono le sue madrine musicali principali: del passato, Karen Dalton, e, dal presente, Cat Power (oltre ad essere sorella di Daughter, Broken Twin e Soak). Un volto semplice, bello ma non troppo, limpidamente diretto, si direbbe da teenager anni Ottanta, intravista in qualche film tipo “The Breakfast Club” o “Peggy Sue si è sposata”, sfondo copertina limpidamente “evergreen”, intinto nell’acqua di una spigliatezza acustica scarnificata nelle braccia intime del sad-folk.

Un minimalismo sentitamente malinconico che dalla quarta traccia “Everybody Does” comincia a salire di tono e di volume, per farsi breccia nel cuore, di brano in brano, agli argini del sentimento. Così, il tremolare di un canto rotto incede in “Good News”, al pari di una leggera distorsione di chitarra che mette in pericolo le fondamenta apparentemente calme, preparandosi al cuore del disco con la bellissima “Something”, rivelante le doti vocali della giovanissima compositrice e cantautrice. Qui vediamo una performance live con l’esecuzione del brano in una cornice insolita e molto suggestiva:

JULIEN BAKER – Something

 

Allora tanto vale darci dentro con la successiva “Rejoice”, dove Julien decide di farsi ascoltare per davvero gridando al vento:

But I think there’s a God and he heirs either way
And I rejoice and complain
Lift my voice that I was made
Somebody’s listening at night
The ghosts of my price when I pray
Asking why did you let them leave
And then make me stay
Know my name and all of my hideous mistakes
I rejoice, I rejoice
I rejoice, I rejoice”.

Finissima è la sua maniera di sentire la musica e la melodia, tanto è evidente nell’approccio al canto, così temibile nel suo rivelarsi ed esplodersi. Lo si evince in maniera ancora più chiara da “Vessels”, che si sprigiona in maniera calma, calda e quasi eterea.

NoteVerticali.it_Julien Baker_02Il bellissimo disco, tra i migliori esordi dell’anno, si chiude poi sulle note al pianoforte della splendida “Go Home”, perfetta chiusura di quello che immagino essere solo la prima parte di un percorso profondamente intimo che la cantautrice ha probabilmente intenzione di portare avanti già dal prossimo 2016.

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