Terra – Le luci della centrale elettrica: la poesia metropolitana di Vasco Brondi tra cielo e anima

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Poco importa se abbia trovato un centro di gravità almeno momentanea. Brondi, l’altro Vasco, torna a dipingere questi anni dieci con un nuovo capitolo della propria discografia. “Terra”, che esce in questi giorni di fine inverno, è un disco di speranze e di sogni, che racconta le storie di chi prova a rialzarsi dopo essere caduto. Un lavoro che sa di resurrezione, di crescita, e di forte legame con la natura e le cose. Di terra, appunto. La terra di “una città moderna che un giorno sarà antichissima”, dove si infrange l’onda migratoria, scolorita da troppa pioggia e da troppo sole, incrociata da deserti, mostri marini, laghi, stelle, vulcani, ma anche da minacce e preghiere, e da lingue che si rincorrono in una Babele di suoni e attese, dove tutto è sacro, anche gli interessi dell’ENI…

Le “Stelle marine”, primo estratto dal disco, costruito con una musica di arpeggi cantilenanti che sanno di continua attesa, sono le mani di un bambino appena nato, che magari testimonia con il pianto (che immaginiamo essere il violino tzigano che stride in sottofondo) il proprio esserci in questa notte di disordini e sentinelle:

 

Ho sentito la tua voce in una conchiglia,

l’acqua si impara dalla sete,

la terra dagli oceani attraversati,

la pace dai racconti di battaglia…

 

Dall’alto dei suoi pochi anni, Brondi ci appare sempre più un sacerdote laico che ci ricorda quanto sia semplice smarrire la felicità ma anche ritrovarla, magari in modo inconsapevole, nelle vesti di una pace “inaspettata e benedetta”. “Coprifuoco”, che ci sembra il brano più ispirato del disco, con i toni di una ballata lenta e consolante, arricchita da un tappeto di tabla elettronica, che intreccia più storie minime, che si legano al presente fatto di paura per gli echi di guerra che attraversano l’occidente. Qui, nell’inverno “più mite degli ultimi diecimila anni”, si rincorrono gli echi di un viaggio a Mostar, con gli alberi cresciuti nei minareti bombardati dalla guerra fratricida di vent’anni fa, e si sovrappongono ad aerei militari “che come certi baci non fanno rumore” e alla storia di una ragazza di Varese che vive a Toronto (“una Varese più grande, dove a parte il freddo non si sta poi così male”) che, dopo aver sperimentato la solitudine, ora ha fatto pace con se stessa e apprezza di più il mondo che la circonda:

“… e dove c’era un minareto o un campanile,

c’è un albero in fiore, tra le rovine,

ci siamo noi due, accecati dal sole,

mentre cerchi di spiegare

cos’è che ci ha fatto inventare

la Torre Eiffel, le guerre di religione,

la stazione spaziale internazionale,

le armi di distruzione di massa,

le canzoni d’amore…”

 

Sette miliardi di desideri, su un pianeta che si chiama Terra ma che ormai è soltanto acqua. Brondi riesce a toccare le corde più intime dell’animo di chi lo ascolta, e ci fa capire che la voglia di vivere passa per la normalità delle cose semplici, e a volte è generata da un ricordo futile come quello di una cicatrice a forma di fulmine:

Possiamo illuderci, ballare stando fermi,

e fare caso a quando siamo felici,

possiamo crescere

e ricordare per sempre

la tua cicatrice a forma di fulmine

poi continuare a vivere, e non avere niente da perdere…

(“A forma di fulmine”)

 

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Il dolore è un filo sottile che attraversa ogni anima, in questa realtà dove i veri templi sono i supermercati più che le chiese o le moschee. “Qui” inizia col grido del muezzin e con una chitarra in minore, e parla di realtà e di cose impossibili, a testimonianza che solo la musica possa unire spazi e dimensioni tra loro lontanissime. E lo dimostra lo stesso brano, le cui inattese venature spagnoleggianti ci ricordano addirittura “Don’t let me be misunderstood” dei Santa Esmeralda…!

E’ un superpotere essere vulnerabili

Atmosfere musicalmente simili si respirano in “Nel profondo Veneto”, quello senza traffico dove il terreno a volte è arido, o dove il sole a volte è pallido, e dove tornerà l’ipotetico destinatario del brano che vive la solitudine in un mondo, quello milanese, che non capisce. Ma qui “c’è solo da esistere e da lasciare correre”, gli dice Vasco, che perciò sembra non condannarlo per la scelta di rinunciare alla vita e ripiegare sulla più sicura e affidabile vita di provincia.

Ancora di realtà e presente parla “Waltz degli scafisti”, struggente e delicato, che, accompagnato da una chitarra che culla una ninna nanna, fotografa scenari attraversati da commistioni ideologiche e razziali possibili solo con la poesia. Qui, nel luogo dell’immaginario dove tutto è possibile, trovano posto una città cinese in Africa, una cometa caduta in una zona disabitata, le profezie, i canti dei muezzin e quelli delle tifoserie. E anche un punto di vista decisamente originale, che arriva persino a donare dignità a chi non lo meriterebbe:

Gli scafisti si orientano con le stelle,

le nostre storie sono troppo belle,

non cercare di capirle…  

 

L’arrangiamento tocca notevoli punte di lirismo grazie ancora una volta agli archi, protagonisti di un commiato che siamo curiosi di ascoltare dal vivo.

Iperconnessi” torna a proporci il Brondi che conosciamo, quello che esalta le contraddizioni di una realtà con cui si è destinati a fare i conti. Lo schermo nero ospita i riflessi di volti che non riescono a vedersi, come quelli di un passato che ormai non tornerà più. In compenso, il presente è attraversato dall’ira della Rete, imprevedibile come le onde, e dalla fame di attenzione. Un magma confusionario e improduttivo, in alternativa al quale si evocano i momenti di vera solitudine interiore:

 

…cantami dei posti

dove il wi-fi

non arriverà mai e poi mai…

 

Chakra”, attraversato da echi di chitarre classiche, è ancora un diario dell’inquietudine, dove lo yoga, i libri di Lowen e gli esercizi per la respirazione sembrano sfidare l’effimero adagiarsi dei free drink e della vita frenetica di città:

“…ma per non perdermi niente di te

ho aperto le braccia:

eravamo diversi come due gocce d’acqua…

 

Una canzone di amore e non amore, impreziosita da un refrain indimenticabile, ma solo musicalmente (“Qualcuno mi ha detto che gli hai detto che senza di me davvero non puoi stare…” sa di adolescenziale, ammettiamolo!) nella quale, certo, le influenze di Franco Battiato, nonno putativo di Vasco, sono evidenti, ma in cui è più evidente il talento del cantautore ferrarese.

Attraversata da un’aura di Battisti (chissà perché le tre note di banjo ci ricordano l’inizio de “Il nostro caro angelo”), “Moscerini” è il brano più apparentemente disincantato del disco. In realtà crediamo sia quello più intimamente profondo, perché capace di disegnare in poche frasi parabole esistenziali che incarnano quiete e solitudine (“…e poi dormire da soli, contare i secondi tra i lampi e tuoni, per cercare di capire quanto sono lontani i bombardamenti e i temporali…”), ma anche la meta che accomuna ogni uomo, la fine dell’esistenza (“…morire e generare aurore boreali… morire stasera, ma chi se ne frega…”).

 

“…Poi camminare da soli,

e tranquilli nelle piogge torrenziali,

la finestra del palazzo di fronte è a tre metri

ma tu vedi orizzonti infiniti…

 

E gli orizzonti infiniti sono proprio quelli che disegna Brondi, che nel commiato del disco immagina giorni di miracoli, di pianti, di comete, di corone di spine o perle coltivate. “Viaggi disorganizzati” paga il dazio al Battiato di “Summer on a solitary beach”, brano amatissimo da Vasco. E’ un brano quasi recitato, dove canto e controcanto si intrecciano tra loro creando una intensità che colpisce l’ascoltatore. Sullo sfondo, un crescendo di rumori e voci (con un accento serbo? Milosevic?) che richiama al presente ma che sfumano mentre Vasco ripete “nei secoli dei secoli…”.

A un primo ascolto, “Terra” sembra un disco più intimo dei precedenti, che conferma l’indubbio talento artistico di Brondi. Cantore sensibile e profondo di questi anni, l’atro Vasco è testimone di tempi che attraversano vite in scadenza, ondeggianti tra il desiderio di una gratificazione terrena e il disincanto di una inevitabile caducità. E tra cielo e anima, la terra sembra il punto di incontro perfetto. Ci piacciono molto “Coprifuoco”, “Chakra”, “Stelle marine” e “A forma di fulmine”, ci incuriosisce “Moscerini”, ci spiazza “Waltz degli scafisti”. Nel complesso, un gran bel disco, arricchito da suoni etnici (Brondi lo definisce “un disco etnico ma di un’etnia immaginaria – o per meglio dire “nuova” – che è quella italiana di adesso. Dove stanno assieme la musica balcanica e i tamburi africani, le melodie arabe e quelle popolari italiane, le distorsioni e i canti religiosi, storie di fughe e di ritorni“) che mettono da parte, almeno per il momento, l’elettronica, e che ci auguriamo di ascoltare presto dal vivo.

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TERRA – Le luci della centrale elettrica 

Tracklist

  1. A forma di fulmine
  2. Qui
  3. Coprifuoco
  4. Nel profondo Veneto
  5. Waltz degli scafisti
  6. Iperconnessi
  7. Chakra
  8. Stelle marine
  9. Moscerini
  10. Viaggi disorganizzati

 

 

TERRA, Le luci della centrale elettrica, Cara Catastrofe, 2017.