The invisible record: le atmosfere sospese di Jacob Golden

Federico Mattioni, rapportando la vita e i sensi al cinema, sta tentando di costruire un impero del piacere per mezzo della fruizione e della diffusione delle immagini, delle parole, dei concetti. Adora il Cinema, la Musica e la Letteratura, a tal punto da decidere d'immergervi dentro anche l'anima, canalizzando l'energia da trasformare in fuoco, lo stesso ardere che profonde da tempo immemore nelle ammalianti entità femminili.

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Viene da Portland ed è un cantautore e musicista americano indipendente di nome Jacob Golden. Comincia formando una band, a nome Birthday, poi dal 2002 inizia un percorso a-solo, raggiungendo gradualmente una perizia intimistica fortemente evocativa, evidente da “Revenge Songs”, del 2007, quasi interamente registrato all’interno della sua casa, con rimasugli di rumori ripuliti per essere lasciati sullo sfondo delle registrazioni sonore, e con altri brani registrati all’interno di parcheggi sotterranei e in gallerie d’arte concreta. Out Come the Wolves è uno dei suoi brani più vividi, faconda apertura di “Revenge Songs”. La rivelazione indie-folk di un musicista dal promettente avvenire che si concretizza del tutto nel nuovo “The Invisible Record”, un lavoro maturo ed essenziale, poetico e diretto, senza fronzoli.

Il favolistico modo con cui il nostro giovanissimo cantautore introspettivo punge le corde della sua chitarra acustica lungo il percorso da brividi di Wild Faye, con falsetto ipnotico che accompagna in un mirabile crescendo il ritornello, ci fa entrare immediatamente, in punta di piedi e a passi felpati, dentro il suo universo. La maniera con cui le pizzica nella suadente Horse, spiritualmente connessa con altre realtà o dimensioni dell’anima, e capace di generare vibrazioni umbratili e paradisiache al contempo.

NoteVerticali.it_Jacob_Golden_The_Invisible_Record_2Gli effettivi standard di Tomorrow Never Knows on the 45 o la sensazione che Bluebird sia un outtake del precedente album, sono solo delle parentesi nel guado della limpidezza dei sensi. All in a Day’s Work, nonostante la sua ripetitività ridondante trova la sua dimensione dialogica con l’ascoltatore capace di abbandonarsi volentieri ad ascolti di notturna e meditata ricerca di se stessi. Il giro armonico di Book of Ages è troppo riconoscibile e rischia di passare inosservato, così come rischia di apparire leziosa e datata la parentesi affettuosa di Freedom Bells. Jacob, torna ai livelli dei primi brani con gli ultimi tre: Life and Death Can’t Change That, delicata e potente canzone d’amore di quelle che quasi non si sentono più, che sembra spuntare da un altrove inavvicinabile, eppure incredibilmente familiare; The Humming Song che si avvale di un’avvolgente complicità emotiva, memore del meglio del precedente lavoro; The Mountain che chiude lasciando intravvedere sprazzi di un’alba prossima a venire, secondo una registrazione della voce, si direbbe, sperimentale.      

The Invisibile Record” è un disco che vive di atmosfere sospese, a tratti magiche e sofferte, ma nelle quali non è mai palpabile il disagio. Emoziona, parlando direttamente con la voce dell’anima.

 

JACOB GOLDEN – THE INVISIBLE RECORD

  1. Wild Faye
  2. Horse
  3. Tomorrow Never Knows on the 45
  4. Bluebird
  5. All in a Day’s Work
  6. Book of Ages
  7. Freedom Bells
  8. Life and Death Can’t Change That
  9. Humming Song
  10. The Mountain