The Stoles: dall’Irlanda il rock con sangue italiano nelle vene

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Se pensi all’Irlanda, puoi farti venire in mente tre cose: San Patrizio, la Guinness e magari il rock. La musica è nell’aria ovunque da quelle parti, e allora magari non c’è niente di meglio che fare un salto a Dublino in primavera e lasciarsi attraversare da uno stimolo musicale che ti accoglie e non ti lascia più. Ne sanno qualcosa Andrea, Antonio e Ciaran, tre ragazzi sulla trentina che, forti di un’esperienza accumulata in una lunga gavetta tra l’Italia e l’Irlanda, nel 2015 si incontrano in un pub di Dublino e, tra una pinta e l’altra, decidono di mettere in piedi una band. Nascono così The Stoles, che iniziano a farsi strada con una serie di concerti in giro per l’Irlanda. Il 2017 vede il debutto di due singoli di successo – “Getaway” e “Evelyn” – e la nascita di un importante accordo con Spectra Music Group, la più grande etichetta indipendente statunitense. All’inizio del 2018 vede la luce “Age of Deception”, l’album di debutto. Canzoni schiette e dirette, con una musica che si mescola in modo intelligente a testi di denuncia sociale, che richiamano impegno e coraggio per migliorare una realtà troppo difficile da accettare. Si parla tra le altre cose del labile confine tra verità e finzione (nella titletrack), e del potere ipnotizzante dei social media (in ‘Evelyn’). Brani declinati di malinconia esistenziale, che evidenziano uno stile di scrittura maturo, che certamente fa ben sperare per la crescita della band, già a livelli qualitativi notevoli.

Abbiamo incontrato i The Stoles alla vigilia del tour che li porterà in giro per l’Europa.

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‘Age of deception’ è un lavoro complesso, che denota una maturità di scrittura inusuale per una rock band ai suoi esordi. Cosa anima la vostra voglia di fare musica, e cosa pensate di trasmettere in chi vi ascolta?
Innanzitutto grazie del complimento. La voglia di fare musica è spinta dal piacere di farlo e di riuscire a trasmettere attraverso essa delle idee e dei punti di vista, giusti o sbagliati che siano, su temi come politica, attualità ed esperienze di vita personali.

Come sono nate le canzoni del disco, e da dove deriva la scelta del nome della band?
Il processo compositivo cambia a seconda dei brani; canzoni come ‘Out of Control’, ‘Evelyn’ e ‘Wake Up’ sono nate durante delle jam sessions nei mesi precedenti le registrazioni, mentre altri brani come ‘Getaway’, ‘Addicted to You’ ed ‘Age of Deception’ furono ripresi da delle demo scritte in passato da Antonio (bassista e voce, ndr).  Per quanto riguarda il nome della band, cercavamo un nome accattivante e allo stesso tempo facile da memorizzare sulla falsariga dei grandi gruppi rock degli anni ‘60 e ‘70 come i “The Beatles” and “The Who”.

Com’è stata la registrazione del disco?    
Un’esperienza bellissima, in quanto abbiamo avuto modo di trascorrere 4 giorni in uno studio di registrazione immerso nelle campagne irlandesi. In quell’occasione, lontani da qualsiasi distrazione, ci siamo potuti concentrare esclusivamente sulla nostra musica.

Il video del singolo che dà il titolo al disco ci parla di come sia labile nel presente il confine tra verità e finzione. Una labilità che investe ancora di più le persone più deboli e vulnerabili come i più giovani. Cosa possono fare secondo voi la musica – e la cultura e l’arte in genere – per portare avanti la verità e difendere chi è più fragile?   
Nel video di ‘Age of Deception’ la storia viene “creata” ad arte dai media alla ricerca dello scoop, della notizia che fa audience in modo tale da attirare il maggior numero di spettatori possibili. Tutto ciò viene fatto per un solo motivo: sponsor/denaro. Più gente segue la notizia, più soldi arrivano dalle campagne pubblicitarie. Finché continueremo a mettere il denaro prima di tutto e tutti, vedo difficile riuscire a portare avanti la verità e difendere i più fragili.

‘Getaway’ sembra voler essere un invito a gettare la spugna per evadere da una realtà che non ci piace. E’ così?
In parte sì, diciamo che in generale il brano parla della vita come una corsa ad ostacoli, un percorso impervio. Ci sono dei momenti, quando tutto va storto e il mondo sembra girarci contro, che bisogna staccare la spina e disconnettersi da tutto e tutti per ricaricare le batterie e tornare sereni a godersi la vita.

L’incipit di ‘I don’t get along with you’ sembra essere rivolto a chi cerca di ingannare con la propria aura di persuasione. Penso, forse perché in Italia siamo appena usciti da una campagna elettorale molto violenta, ai politici di professione. C’è anche un ‘I don’t believe in presidents’ che personalmente immagino sia rivolto a Trump… è così? Anche la politica è portatrice di inganni? E cosa si può fare per non lasciarsi ammaliare senza cadere nel populismo?
Il testo risale ad una decina di anni fa quando ancora di Trump si conoscevano solo le torri sparse in giro per il mondo. Scherzi a parte, il brano è un po’ un grido di disaffezione nei confronti sia dei politici (non della politica) che della Chiesa (da non confondere con la religione). Tornando al discorso di prima, la fame di soldi e di potere sono la rovina di qualsiasi istituzione. Con questo non voglio assolutamente affermare che non si possa trovare una soluzione ai problemi, molto probabilmente abbracciando delle idee economiche e socio/politiche estremamente diverse da quelle in vigore attualmente.

‘Evelyn’ è ispirata alla storia di una ragazza che ritiene che la vita sia quella dei social, che si misura a colpi di like, condivisioni e richieste di amicizia. Di Evelyn ce ne sono tante, purtroppo, nel mondo occidentale. Persone che vivono lontane dalla propria realtà e che magari hanno come idoli proprio le rockstar. Ambire alla popolarità porta però a scendere a patti con un sistema per il quale se sei famoso allora hai qualcosa in più e diventi un idolo da imitare. Non sentite un po’ il peso di questa responsabilità?
No, sinceramente non sentiamo nessun tipo di responsabilità, abbiamo sempre fatto a modo nostro e non penso che le cose cambierebbero col successo e la popolarità anche perché così facendo andremmo a perdere una bella fetta di credibilità. Con ‘Evelyn’ noi abbiamo solo cercato di aprire un dibattito sulle nuove generazioni e sul modo in cui interpretano le relazioni interpersonali con l’avvento di Internet e dei social network. Alla fine però ognuno è libero di fare ciò che vuole e credo sia giusto così.

Parliamo un po’ di padri ispiratori. Nel vostro disco sento aleggiare gli spiriti degli Smiths, dei Red Hot Chili Peppers o dei primi Green Day… cosa mi rispondete?
E’ curioso che tu abbia menzionato questi gruppi, in quanto non li riconosciamo come nostre principali fonti ispiratrici. Fin dall’inizio abbiamo lavorato sul nostro sound cercando di mantenerlo il più personale e genuino possibile evitando di rifarci direttamente ad altri gruppi. Penso che in maniera molto spontanea abbiamo espresso le nostre differenze caratteriali e musicali trovando un equilibrio che funzionasse in una band formata da 3 elementi e che ci piacesse. In effetti finora non è mai capitato di ricevere un giudizio unanime riguardo quali band potremmo ricordare.

Cosa significa fare rock a Dublino trenta e più anni dopo gli U2? Musicalmente parlando com’è Dublino e com’è il pubblico irlandese?
La musica ha un peso notevole nella società irlandese, ho l’impressione che chiunque qui riesca a cantare benissimo quasi fosse un dono e infatti nonostante l’Irlanda sia una piccola nazione ha sfoderato una notevole lista di musicisti. Fare rock oggi però è una sfida ovunque, in Italia come a Dublino, con la differenza che fortunatamente questa piccola capitale ha una solida tradizione di musica live (anche rock) e che moltissimi stranieri hanno deciso di vivere qui, il che rende il nostro pubblico più variegato. Quindi tutto sommato mi sentirei di dire che Dublino è un buon punto di partenza per una band come noi, tuttavia pensiamo che non ci si può limitare all’Irlanda ma che è necessario sconfinare in altri paesi.

Ora porterete in giro per l’Europa ‘Age of deception’. Vi vedremo in Italia?
Stiamo programmando un piccolo tour europeo, ma al momento è ancora tutto “work in progress”. Come dicevo prima è importante anche andare fuori casa ad un certo punto. Indubbiamente ci piacerebbe riuscire ad arrivare fino in Italia, magari in estate così approfittiamo anche per godere di temperature migliori 🙂