Una Vittoria al sapore di Amarcord

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Palermitana di origini asiatiche. Amore per il cinema, le istantanee e le storie. Scrive per dar voce alle sue passioni e vivere la vita è la sua aspirazione più grande. “Carpe diem” il suo motto.

La band fiorentina debutta con un album interessante, che certo non manca di spunti di riflessione

NoteVerticali.it_AmarcordSi chiama Vittoria ed è il loro primo album ufficiale. Un titolo che evoca lo sperato successo che si augura ai giovani musicisti italiani, sempre più vittime dello strapotere dei figli dei talent e che vogliono con la loro musica elogiare la tradizione e riunirla alla contemporaneità. Loro sono gli Amarcord, band fiorentina formatasi nel 2006 quando i cinque componenti avevano sedici anni. La scelta del nome non è certo casuale: titolo del noto film di Federico Fellini del 1973, Amarcord (dal romagnolo a ‘m’arcord) è diventato anche neologismo ormai usato per riferirsi alle rievocazioni nostalgiche, ai ricordi e all’importanza della memoria. E come fece il grande regista con il suo film, anche questi giovani ragazzi vorrebbero riuscire a trasmettere in musica l’importanza di queste tematiche.

L’album di esordio, in uscita il 26 gennaio per La Clinica dei Dischi, mixato e masterizzato grazie a FirstlineStudio di Follonica da Alex Marton, coproduttore insieme alla band, contiene undici tracce tra cui il singolo Il vostro gioco e Psicosi. Quest’ultimo brano vincitore del premio Ernesto De Pascale al Rock Contest 2015 come miglior testo.

Si sa, per una band che vuole emergere, il primo album rappresenta il biglietto da visita, la carta d’identità con cui presentarsi all’esterno. Nulla può e deve essere lasciato al caso. Così Vittoria si presenta come un album ricco di idee e di buona volontà. L’impegno c’è e si sente, per riuscire a far emergere le emozioni, i sentimenti e le sensazioni senza alcun artificio discografico, senza interferenze di spettacolo. Solo ed esclusivamente genuina musica italiana. L’ispirazione indie-rock, così come l’impronta di pop elettronico, sono chiare e quasi tangibili, ma ciò che rimane impresso è il testo. La forma cantautoriale italiana si percepisce verso dopo verso. I brani sono concreti e si fondono con apprezzabile naturalezza ad un sound che vuole essere originale, ma che inevitabilmente esprime una ricerca di stile e perfezionamento ancora in corso d’opera.

La giovane band ha però un obiettivo, essere divulgativa ma con musicalità internazionalizzanti e così l’album, dall’ascolto piacevole, scorre fluido. Le tematiche trattate sono varie e riescono ad abbracciare un target molto ampio di ascoltatori. L’amore (tema immancabile) trattato da diversi punti di vista, con i rapporti di coppia e le loro problematiche realistiche nonché complesse (Balene). L’adolescenza e i problemi intrinsechi a questa fase della vita raccontata in Corde Amare. Ma anche temi sociali, come la diversità generazionale e la dichiarazione di impegno per la ricerca di un futuro migliore per tutti.

Tra i brani con un tema centrato, uno con un testo che arriva chiaro all’orecchio di chi ascolta accompagnato da un sound per nulla invasivo, ma che contorna e fa da sfondo essenziale al tutto, c’è Tutti fermi, in cui la descrizione malinconica della società moderna diventa un monito per tutti i giovani che “sono quello che non ti aspetti, combattenti non violenti” e che inneggiano alla speranza. Corde amare, che in apertura cita 8 e ½ e il suo autore, per l’appunto Fellini, e che racconta di questa nuova generazione affatto sorda alle problematiche che la caratterizza. Il ritmo si fa incalzante quando il tema è l’incoraggiamento a conquistare un futuro migliore, contro la brutalità della guerra, contro l’isolamento sociale e contro la devastazione della natura (I nostri discorsi). Tra i brani più celebrativi Lucifero o Beatrice, cantata e raccontata quasi come fosse una poesia, crea un’intensa suggestione e Psicosi, che non a caso è un brano premiato proprio per l’interessante testo.

Con Il vostro gioco, brano dal sound pop-elettronico, ci si racconta, come fosse una dichiarazione, mentre con Strani Giorni ci viene raccontata la vita con le sue imprevedibilità. Un album che non manca di spunti di riflessione, da ascoltare e riascoltare per godere di quella musica semplice, dove semplice non è un diminutivo, ma un pregio. In cui si ritrovala la musica genuina che trasporta l’ascoltatore in un pub vecchio stampo, quei luoghi in cui le band si esibivano solo per la voglia di suonare, senza alcuno scopo se non quello di raccontare e ricordare insieme al pubblico i momenti più belli e anche quelli meno belli di una vita che si riduce troppo spesso alla sopravvivenza e che si dimentica di godere delle piccole cose.