19 luglio 1992, il suono del silenzio

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...



NoteVerticali.it_Paolo_Borsellino_

Nell’estate 1992 avevo poco più di vent’anni, e stavo per affrontare il mio primo viaggio in Inghilterra. Il diciannove luglio era una domenica caldissima: niente mare, ero nella frescura di Paterno a studiare in vista degli esami che mi attendevano nella settimana successiva. Mentre studiavo, avevo l’abitudine di ascoltare la radio: la musica di Raistereodue mi rilassava, mi distendeva e mi faceva affrontare meglio la fatica dello studio. Ricordo che tra le canzoni che avevo ascoltato in quel pomeriggio c’era “The sound of silence”, la splendida poesia in note che le voci di Paul Simon e Art Garfunkel avevano reso immortale a partire dalla fine degli anni sessanta. Non era la prima volta che ascoltavo quella canzone, ma in quel pomeriggio di luglio mi aveva colpito in modo particolare: l’oscurità salutata come una vecchia amica, un messaggio che debuttava in forma altamente pessimistica, nonostante la dolcezza della melodia.
Dopo le diciassette l’Italia si fermò: era arrivata la notizia della bomba che a Palermo, in via D’Amelio, aveva ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Una violenza inaudita, una barbarie impensabile per un paese civile, aveva distrutto sei vite in una domenica pomeriggio di un’estate come tante, a pochissima distanza, neanche due mesi, dal lutto causato dalla strage di Capaci, che aveva ucciso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e altre giovani vite in missione a difesa della loro incolumità. E in quel momento la rassegnazione degli italiani era tanta, insieme alla rabbia e al dolore per una morte annunciata: lo Stato (anzi, lo stato), già piegato da Capaci e da tutti gli assassini di mafia, era letteralmente a terra, sotto i colpi di tritolo ad opera di un potere non scritto ma operante a tutto campo, che in Sicilia faceva sentire la propria voce attraverso il terrore delle stragi armate, e che poi in altre stanze, a Roma e negli ambienti che contavano, avrebbe ottenuto in cambio il rinnovo della propria alleanza contro natura.

NoteVerticali.it_Paolo Borsellino_Strage Via D'Amelio_Palermo 19 luglio 199219 luglio 1992: lo scenario apocalittico di via D’Amelio a Palermo poco dopo la strage.

E in quei momenti, davanti alle lacrime di chi piangeva per i propri familiari e chi urlava contro il potere costituito in giacca e cravatta, la cui presenza ai funerali di stato era sembrata quasi una beffa per disonorare la memoria di quelli che non si era saputo difendere in vita, mi tornarono in mente quelle parole sgorgate nel suono del silenzio. L’incubo proiettato sullo schermo mostrava migliaia di persone che parlavano senza emettere suoni, persone che ascoltavano senza udire, persone che scrivevano canzoni che le voci non avrebbero mai cantato.

25 maggio 1992: Paolo Borsellino con il figlio Manfredi ai funerali di Giovanni Falcone.25 maggio 1992: Paolo Borsellino con il figlio Manfredi ai funerali di Giovanni Falcone.

E nessuno osava disturbare il suono del silenzio, quel silenzio che cresceva come un cancro, incuneandosi nella mente e nel cuore e alimentandosi con la paura e il terrore. In quell’estate del novantadue, agli occhi degli stranieri, l’Italia era un paese dilaniato, ostaggio di un potere subdolo e non identificabile, dove apparentemente vigeva un repulisti della classe politica, operato a partire da Mani pulite e dal referendum di Segni per l’abolizione delle preferenze. In realtà, come mi sentiii dire da più parti in Inghilterra, gli stranieri ci vedevano dominati dalla mafia, che nell’immaginario collettivo degli stereotipi, era divenuta più popolare della pizza e del mandolino.

Paolo Borsellino a Marsala, il 4 luglio 1992Paolo Borsellino a Marsala, il 4 luglio 1992

Come feci anch’io, avremmo potuto indispettirci quanto volevamo, ma la verità era un’altra: forse anche in virtù di quella rivoluzione senza sangue fatta di ideali e speranze, dove Di Pietro era diventato l’emblema di un nuovo modus operandi contrario a inciuci e mazzette, la mafia aveva ritenuto opportuno far sentire la propria voce e, come il vulcano in eruzione, aveva ripreso a sputare una lava fatta di tritolo e piombo. Gli anni che seguirono furono quelli di una “pace terrificante”: ma non può essere un caso che la strategia stragista di Cosa Nostra, proseguita nel corso del ’93 con le bombe a Roma, Milano e Firenze e con il fallito attentato allo Stadio Olimpico, a partire dal ’94 cessa quasi come d’incanto. Non ci sono più le bombe, non ci sono più i giudici in prima linea che agiscono dietro il consenso popolare e sotto il placet del potere precostituito. I giudici, per oltre vent’anni, sono stati oggetto di discussione ad opera di una parte politica che spesso e volentieri si è trovata alla guida del paese. La magistratura diventa “rossa”, e non è, non può essere un caso, che Totò Riina, acciuffato nel gennaio ’93, pochi mesi dopo, davanti alle telecamere della Rai, dalla gabbia in cui è rinchiuso nel tribunale di Palermo nel corso di una delle udienze del maxiprocesso, imprecasse contro “i comunisti”. Non è un caso, non può esserlo, che le ‘toghe rosse’ negli anni siano diventate bersaglio preferito di chi avrebbe inventato leggi ad personam a salvaguardia del potere precostituito, per cercare di rendersi intoccabile e immune da condanne. Non è un caso, non può esserlo, che quel silenzio tenda ad essere imposto ancora una volta, anno dopo anno, come se quel sacrificio del 19 luglio 1992 e tutti gli altri fossero stati maledettamente vani.

NoteVerticali.it_Paolo-Borsellino_19 luglio 1992_Palermo, 19 luglio 1992: un’altra terribile immagine di via D’Amelio poco dopo la strage.