Andrea Camilleri, fresco novantenne e caso letterario

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Reinventare un nuovo linguaggio, attraverso il dialetto, per raccontare il presente con le parole della tradizione. Ecco il merito di Andrea Camilleri, a cui auguriamo altri cento anni di successi

NoteVerticali.it_Andrea Camilleri_2Montalbano, sono!”. Già in questo incipit è racchiuso un mondo intero. Posporre il “sono” al nome in questo modo, rispetto all’uso comune, rappresenta un biglietto da visita, una brochure pubblicitaria che vuol dire: “Signori, ben arrivati in Sicilia! preparatevi ad entrare in luogo tanto reale da sembrare immaginario, dove improvvisamente i profumi dei fiori e delle cucine potranno stordirvi al punto che vi sembrerà di non riuscire a ragionare”.

Ma non è così, quello che vi viene proposto è piuttosto un consiglio: pensate con calma, godendo di quello vi circonda. E l’aria frizzante del mare vi porterà la risposta che state cercando.

Questo il Salvo Montalbano di Andrea Camilleri, un poliziotto che vive a Marinella e lavora a Vigàta, provincia di Montelusa: un posto che prende forma dalla fantasia dello scrittore, ma che ricorda da vicino la natia Porto Empedocle. Montalbano – che la fiction televisiva ha egregiamente impersonificato con il volto e la voce di Luca Zingaretti – quasi mai agisce con la pistola in mano, e spesso arriva ad una soluzione dell’enigma che non è quella che un investigatore classico, reale o letterario, vorrebbe trovare.

Poiché Montalbano e Camilleri si muovono in Sicilia, con brevi e sofferte incursioni a Roma, saremmo pronti ad imbatterci nell’equazione scontata delitto = mafia. Ma Camilleri non è un giallista, o almeno non lo è in senso classico. Il novantenne concittadino (e non a caso) di Luigi Pirandello, scopertosi scrittore dopo una valida esperienza come regista ed autore televisivo e teatrale, e grazie al sostegno illuminato dell’editrice Elvira Sellerio, non dissemina il racconto di indizi ad uso del lettore, in quanto non si pone proprio il problema di trasformarlo in un investigatore. La soluzione arriverà grazie al caso, legata ad un’informazione improvvisa, ad un testimone occasionale, ad un gatto che rompe una finestra o a qualcos’altro. E poi, il crimine non è che il pretesto per dischiudere il sipario su un mondo a parte, fatto di sguardi, di impressioni, di gusti e di tradizioni millenarie, le cui origini discendono da chissà quali contaminazioni.

NoteVerticali.it_Andrea Camilleri_3Camilleri parla della Sicilia, lungo il sentiero già tracciato da Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, anche se spesso su binari più semplici ed immediati. Non ha infatti la forza della denuncia di Sciascia, anche se il suo acceso schierarsi contro il potere fine a se stesso è palese in alcuni scritti (dalla parodia della “Legge Cozzi-Pini” sull’immigrazione, al suo stesso protagonista, il commissario Montalbano, che all’inizio del romanzo “Il giro di boa” vorrebbe lasciare una polizia nella quale, a ridosso dei fatti di Genova del luglio 2001, non si riconosce più); e non ha nemmeno la capacità lirica del Bufalino delle “Menzogne della Notte”, piuttosto che della “Diceria dell’untore”. Tuttavia, Camilleri inventa nuovi quadri per raccontare la sua Sicilia, sia quella di oggi dove si muove Montalbano, sia quella particolarissima del suo passato: è emblematico, a questo proposito, il quadro, tracciato in “La mossa del cavallo”, della società siciliana della fine dell’Ottocento, dove un ispettore dei mulini, siciliano di nascita ma cresciuto a Genova, torna a Vigàta (ancora qui, sì!) e si trova a contatto un mondo incomprensibile, fino a quando capisce che l’unico modo per cercare di discolparsi da un’accusa di omicidio sarà quello di riuscire a pensare in siciliano (e qui il personaggio ci ricorda un po’ il Capitano Bellodi del Giorno della Civetta). Già, il siciliano: un dialetto, o meglio, una lingua che Camilleri eleva al rango che le spetta, e lo fa grazie ad artifici stilistici che creano una sorta di gramelot tutto insulare, un idioma che all’inizio può risultare incomprensibile, ma che poi affascina ed incanta, finendo per ammaliare anche il lettore più distaccato.

E doppo era arrivato il tirribili jorno nel quale Calogero gli aviva sussurrato:

” Dumani nun vinissi. E’ chiuso”.

Si erano abbrazzati quasi chiangenno. Ed era principiata la viacruci. Tra ristoranti, trattorie, osterie ne provò, nei giorni appresso, una mezza duzzina, ma non erano cosa. Non che in cuscienza si poteva diri che cucinavano mali, il fatto era che a tutti gli mancava l’indefinibile tocco dei piatti di Calogero. Per un certo periodo, addecise di divintari casalingo e tornare a Marinella invece che in trattoria. Adelina un pasto al giorno glielo priparava, ma questo faceva nasciri un problema: se quel pasto se lo mangiava a mezzojorno, la sira doveva addubbare con tanticchia di cacio o aulive o sarde salate o salami; se viceversa se lo mangiava la sira, veniva a dire che a mezzojorno aviva addubbato con cacio, aulive, sarde salate, salami. A lungo andare, la cosa addivintava scunsulante. Si mise nuovamente a caccia. Un ristorante bono l’attrovò nei paraggi di Capo Russello. Stava proprio sulla spiaggia, le pietanze erano cosa civile e non si pagava assà. Il problema era che tra andare, mangiare e tornare ci volevano minimo minimo tri ori e lui tutto questo tempo non sempre ce l’aviva.

Quel giorno decise di provare una trattoria che gli aviva indicato Mimì.

” Tu ci hai mangiato? gli spiò sospettoso Montalbano che non nutriva nessuna stima del palato di Augello.

” Io no, ma un amico che è più camurrioso di tia me ne ha detto bene”.

Datosi che la trattoria, che si chiamava “da Enzo”, si trovava nella parte alta del paìsi, il commissario si rassignò a pigliari l’auto. Da fora, la sala della trattoria s’appresentava come una costruzione in lamiera ondulata, mentre la cucina doviva trovarsi dintra una casa che c’era allato. C’era un senso di provvisorio, di arrangiato, che piacque a Montalbano. Trasì, s’assittò a un tavolo libero. Un sissantino asciutto, gli occhi chiari chiari, che sorvegliava i movimenti dei dù cammareri, gli si avvicinò e gli si chiantò davanti senza rapriri vucca manco per salutarlo. Sorrideva. Montalbano lo taliò interrogativo.

” Io lo sapiva” disse l’omo.

” Che cosa?”.

” Che dopo tanto firriari sarebbe vinuto qua. L’aspittavo”.

” E io qua sono” fece aciutto il commisario.

Si taliarono occhi negli occhi. La sfida all’ok corral era lanciata. Enzo chiamò un cammareri:

” Apparecchia per il dottor Montalbano e stai attento alla sala. Io vado in cucina. Al commissario ci penso io pirsonalmente”.

L’antipasto fatto solo di polipi alla strascicasali parse fatto di mare condensato che si squagliava appena dintra alla vucca. La pasta col nìvuro di siccia poteva battersi degnamente con quella di Calogero. E nel misto di triglie spigole e orate alla griglia il commissario ritrovò quel paradisiaco sapore che aveva temuto perso per sempre. Un motivo principiò a sonargli dintra la testa, una specie di marcia trionfale. Si stinnicciò, beato, sulla seggia. Appresso tirò un respiro funnuto. Dopo lunga e perigliosa navigazione, Ulisse finalmenti aviva attrovato la sò tanto circata Itaca.”

(da Il giro di boa, Sellerio 2003)

E’ tutto un uso di macari, catafottere, ammammaloccuto, pinsero, cabasisi, azzuffatine e via proseguendo con vocaboli del tutto lontani dall’italiano propriamente detto: Camilleri scrive come pensa, ovvero in siciliano, e per trasmettere il suo pensiero al lettore e mantenerlo puro da contaminazioni che lo falserebbero e ne distorcerebbero il significato, usa un misto di italiano e siciliano, che diventa dialetto puro nelle incursioni che lo scrittore di Porto Empedocle fa nel passato. Oltre a La mossa del cavallo e in parallelo con la produzione che ha per protagonista il commissario Montalbano, si devono infatti a Camilleri degli eccellenti romanzi storici, che basano la propria origine su fatti realmente accaduti, sui quali poi la fantasia dello scrittore costruisce racconti che gettano luce su relazioni sociali e condizioni di vita che oggi farebbero sorridere, ma che hanno caratterizzano le esistenze di uomini e donne del nostro passato. Qui l’italiano non è del tutto dimenticato: è semplicemente la lingua del potente di turno:

“Quanti siamo in paese? ” si era un giorno domandato il barone Raccuglia mentre parlava con l’ingegnere Lemonnier, e prima che l’altro avesse avuto il tempo d’aprire bocca, aveva da sé già pronta la risposta: “Otto o nove famiglie nostre e una trentina di famiglie borgise, Sì e no trecento persone”.

“Ma se il paese conta novemila anime!” aveva ribattuto Lemonnier.

“Conta? Che conta? si era seriamente meravigliato il barone. “Il resto non conta, egregio amico”.

(da Un filo di fumo, Sellerio 1980)

 

In dialetto, invece si esprimono le creature che non contano, quelle messe eternamente da parte, che assistono impotenti alle scorribande del padrone senza poter alzare la testa, ma con quella dose di spirito di intraprendenza che li fa sopravvivere, nonostante tutto.

” In primisi, Simon si fece consegnare l’oglio dai proprietari dei feudi e glielo pagò un quarto di tarì. Poi mandò quattro soldati campagne campagne per avvisare tutti i viddrani che appresso tre jornate sarebbero passati i carretti per ritirare le giarre con l’oglio. Chi faceva resistenzia, sarebbe stato ammazzato sul posto.

Maria, chi chianti! Maria, chi lamenti! Maria, chi disperazioni! E comu si faciva a campari senza una cruci fina fina d’oglio sopra la minestra di ciciri e favi? Comu si faciva a manciari senza tanticchia d’oglio per la cicoria, per la lattuca, per il tinnirumi? E chi eranu addivintati, capri? Pecori? E come si faceva a livari la botta di sole, di quella che ti piglia a tradimento e ti fa stramazzari ‘n terra cchiù mortu ca vivu, senza la magaria di l’oglio e l’acqua?

(da Il Re di Girgenti, Sellerio, 2001)

 

In comune, come ama ripetere Camilleri, queste persone, povere o ricche che siano, hanno una stessa fondamentale matrice: quella di vivere in Sicilia, un elemento, questo, che li rende tragediatori, ossia paghi soltanto quando possono finalmente fondere insieme la vita e la scena, recitare, appunto sulla scena della vita, ciò che succede loro veramente tornando in illusione a comandare sulla sorte e mutandola in sogno. Ecco perciò la trama de La stagione della caccia, pubblicato nel 1992, che parte da una battuta registrata nella famosa Inchiesta sulle condizioni della Sicilia del 1876. All’interrogante, che chiedeva se si fossero verificati fatti di sangue in un paesino, veniva risposto: “No. Fatta eccezione del farmacista che per amore ha ammazzato sette persone“. Come a dire: non è successo nient’altro che un sogno. E ancora: ne La concessione del telefono, pubblicato nel 1998 e giunto già alla ventiseiesima edizione, l’input è fornito da un documento che Camilleri aveva ritrovato tra le vecchie carte della casa di famiglia: era la riproduzione di un decreto ministeriale del 1892 per la concessione di una linea telefonica privata, e presupponeva – scrive ancora l’autore – una così fitta rete di più o meno deliranti adempimenti burocratico-amministrativi da farmi venir subito voglia di scriverci sopra una storia di fantasia.

Le storie sono affrontate da Camilleri con il tono della commedia, in tutto il suo essere stile narrativo alto e sublimante, in cui ciascuno è chiamato a giocare con il proprio ruolo o, pirandellianamente, la propria parte.

Una processioni di mascoli e fimmini, vecchi e picciliddri cu li mani ni li capiddri s’arricampò alla casuzza di Zosimo: chi viniva da li muntagni dalla parte di Cammarata, chi dalle chianure indovi che ci passa il Platani, chi da lochi marini come Monterreale e perfino Fiacca, tutti a spiargli consiglio datosi che l’accanuscevano come persona di senno e di cori ( e macari di mano, quanno ce n’era di bisogno ). Quanno li fimmini si misero a parlari cu li fimmini, i picciliddri a jucari cu li picciliddri e i vecchi a tentare di arricurdarsi delle spirenzie passate, Zosimo chiamò sparte tutti i mascoli che non aspittavano che d’essiri chiamati.”

(da Il Re di Girgenti, Sellerio, 2001)

Camilleri, quindi non nasconde la propria matrice popolare: anzi, ne fa un portabandiera evidente e scevro da ipocrisie di facciata. I suoi personaggi sono siciliani per nascita o residenza, è vero, ma sono anche espressione di un Sud che reclama la propria dignità, al di là di ogni epoca storica. L’essere popolare, peraltro, non gli impedisce di volare alto. Ne “Il re di Girgenti”, per esempio, che può essere considerato a buon diritto come il suo romanzo storico per eccellenza, Camilleri ci racconta di Zosimo, un contadino stranamente non analfabeta che, nella seconda metà del XVII secolo, tra un’invasione borbonica e una piemontese, fu proclamato sovrano dalla sua gente, e, non avendo pergamena a disposizione, scrisse le leggi scolpendole sulla corteccia del tronco di un albero. Il racconto è romanzato, certo, ma ci mostra una realtà complessa e quasi incomprensibile se rapportata al presente, ma dove non mancano i richiami ai sentimenti, descritti con eccellenti tocchi poetici:

 

Gli costava non accarezzare con gli occhi Filonia, ma il sciauro di lei gli confondeva il pinsero. Mastro Girlando era omo fino. Appena furono fora, attacco’.”Ho capito perché vi state compromettendo in questa facenna”. “Pirchi’, si vede?”. “Si pò ammucciari u suli?” spio’ Mastro Girlando.(….)

“La pozzu salutari a donna Filonia?” disse don Aneto quannu venne l’ora d’irisinni. Mastro Girlando allargò le vrazza: “Si puo’ ammucciari u suli?

(da ”Il re di Girgenti”, Sellerio, 2001)

Andrea Camilleri con Luca Zingaretti, alter ego del suo commissario Salvo Montalbano
Andrea Camilleri con Luca Zingaretti, alter ego del suo commissario Salvo Montalbano

Nei gialli che hanno per protagonista il commissario Montalbano, Camilleri inventa sapientemente delle “trappole dialettiche” che finiscono, inevitabilmente, per attirare il lettore in un mondo nuovo: lo si percepisce già dai titoli dei suoi romanzi, con delle sinestesie coraggiose, da “L’odore della notte” a “La forma dell’acqua”, che paradossalmente diventano ingranaggi del meccanismo di soluzione investigativa.

 

Fermati, commissario, fermati ad annusare l’odore della notte, fermati ad osservare la forma dell’acqua, e la notte e l’acqua ti racconteranno cosa hanno visto e sentito”. Sembra dire l’intera terra di Sicilia al suo degno rappresentante.

La pazienza del ragno” si apre con Montalbano convalescente, a seguito di un conflitto a fuoco con un trafficante di bambini: il suo ferimento ci consegna una figura di protagonista anomala, sicuramente realistica, di uomo che non può essere invincibile e immortale. Un uomo che si commuove e si arrabbia, ma che, nonostante le ferite subite, continua a ragionare con un cervello ricco di favolose intuizioni. E, inevitabilmente, l’attività investigativa riprende quasi subito, a causa di uno stranissimo sequestro di persona che coinvolge una ragazza, Susanna Mistretta. La storia si dipana lenta eppure avvincente, tra rivendicazioni, messaggi dei sequestratori e apparenti buchi nell’acqua nelle indagini, ma alla fine il commissario saprà dipanare la matassa giungendo a capo della questione.

Andrea CamilleriCiò che affascina maggiormente, però, al di là del senso di curiosità tipico degli appassionati del genere è, come in tutte le storie di Montalbano, il contesto, fatto dei soliti eppure desiderati protagonisti di contorno che riempiono la vita del commissario, a partire da Livia, l’eterna fidanzata del commissario che, pur amandolo, o forse proprio per questo, vive a Boccadasse, in Liguria, e si accontenta di trascorrere con lui solo qualche settimana all’anno, per lo più a Vigàta, dove il commissario continua a lavorare. E poi Augello, Fazio, Gallo, Galluzzo e Catarella, ovvero il pool del commissariato di Vigàta che riconosce in Montalbano un leader, un superiore e soprattutto un amico. Ciascun personaggio – è questo forse, se per i detrattori costituisce un limite alle qualità del Camilleri narratore, per gli appassionati ne è invece uno dei grossi punti a favore – ha un proprio status caratteriale che lo rende riconoscibile e quasi prevedibile, finendo con questo per accentuare il senso di simpatia nei suoi confronti:

Un giorno a Montalbano Catarella si era presentato con la faccia di circostanzia. “Dottori, lei putacaso mi saprebbi fare la nominata di un medico di quelli che sono specialisti?”.

“Specialista di cosa, Catare`?”.

“Di malattia venerea”.

Montalbano aveva spalancato la bocca per lo stupore. “Tu?! Una malattia venerea? E quando te la pigliasti?”

“Io m’arricordo che questa malattia mi venne quando ero ancora nico, non avevo manco sei o sette anni”.

“Ma che minchia mi vai contando, Catare`? Sei sicuro si tratta di una malattia venerea?”

“Sicurissimo, dottori. Va e viene, va e viene. Venerea”.

(da Il cane di terracotta, Sellerio, 1996)

In sostanza, quella di Camilleri è ars narrativa allo stato puro, scevra da intenti intellettualistici di maniera, eppure capace di offrire meraviglie al lettore che si lascia guidare in un percorso del tutto nuovo. Una cultura fatta di genuinità, di pane ed olio, fragrante come il primo, densa di contaminazioni e profumi come il secondo.

(Ha collaborato Fabio D’Amelio)