Berlinale 2017: colpiscono i film di Sally Potter e Luca Guadagnino, delude The Dinner

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Una laurea in Scienze della Comunicazione e tanti sogni nel cassetto. Curiosa, amante dei viaggi, da sempre appassionata di musica e libri, ma soprattutto grande divoratrice di film e serie tv, preziosi compagni delle sue lunghe notti insonni.

Il 9 febbraio si è aperta ufficialmente la 67esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, soprannominato sin dai suoi albori come Berlinale, una delle manifestazioni cinematografiche più importanti e longeve del mondo.  Oltre 300 film in programma divisi in diverse sezioni, giuria guidata dal presidente Paul Verhoeven, regista olandese famoso per Basic Instinct e per aver fatto guadagnare la candidatura all’Oscar 2017 a Isabelle Huppert, grazie al suo ultimo lavoro Elle. Tra i giurati la produttrice Dora Bouchoucha Fourati, l’artista Olafur Eliasson, gli attori Maggie Gyllenhaal, Julia Jentsch e Diego Luna e il regista Wang Quan’an.

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Inizio tiepido per la kermesse, inaugurata il 9 febbraio dal film Django, opera prima del regista francese Etienne Comar, con Reda Kateb (foto), che racconta la storia del leggendario chitarrista jazz Django Reinhardt, in particolare gli anni parigini del musicista, e la sua fuga in seguito alle persecuzioni del regime nazista per la sua appartenenza alla stirpe gitana dei Sinti. Django ha il merito di porre l’attenzione su un episodio drammatico e poco conosciuto della storia, ma rimane molto classico nell’impostazione, tanto da non riuscire, se non in rari momenti, a sorprendere e coinvolgere lo spettatore. La regia è buona, ma l’aspetto più rilevante da segnalare è sicuramente la colonna sonora.

Diciotto le opere in concorso, molte delle quali concentrate su tematiche sociali e politiche. Un programma che non fa esattamente scintille, ma che comunque propone dei titoli che, per un motivo o per l’altro, possono risultare interessanti.

A tal proposito, uno delle pellicole in concorso più apprezzate da critica e pubblico è stata sicuramente The Party di Sally Potter, con Patricia Clarkson (foto in alto), una black comedy molto divertente, di breve durata (solo un’ora e dieci di ironia tagliente e situazioni al limite dell’assurdo) che racconta di Janet, un’esponente di spicco del partito Laburista inglese che insieme al marito Bill, docente universitario e scrittore, organizza una cena a casa propria per festeggiare con amici e collaboratori la sua nomina a ministro della Salute. La serata viene scossa da rivelazioni scioccanti che danno origine a furiosi litigi. Il racconto risulta decisamente scorrevole, grazie soprattutto ai piacevoli dialoghi e alla cura delle scelte della regia, in primis quella del bianco e nero. Una piccola perla, realizzata con una tecnica fantastica e soprattutto messa in scena magistralmente da un cast di attori superlativo, tutti meritevoli di premi.

Molto atteso, ma per tanti aspetti deludente è stato The Dinner, l’ultima fatica di Oren Moverman. Due famiglie imparentate si confrontano durante una cena perché i loro figli hanno dato fuoco ad un barbone, nessuno lo ha ancora saputo e devono decidere cosa fare. C’è chi vuole uscire allo scoperto e chi vuole insabbiare tutto.
Un film molto lungo che entra nel vivo decisamente troppo tardi. Moverman non ha i tempi giusti: parte lentamente per poi affannarsi nel finale, e non basta la presenza di attori del calibro di Richard Gere e Laura Linney per dare l’impronta giusta ad una storia poco originale e già raccontata diverse volte in passato.

Decisamente altro tipo di accoglienza per The Other Side of Hope del regista finlandese Aki Kaurismäki, che ha ricevuto lunghi applausi al termine della proiezione stampa e si attesta tra i favoriti alla vittoria dell’Orso d’oro.
A oltre cinque anni dal precedente Miracolo a Le Havre, il nuovo lavoro di Kaurismäki torna a trattare il problema dell’immigrazione illegale: al centro della trama ci sono due storie che convergono, quella di un profugo siriano che chiede asilo politico in Finlandia e quella di un finlandese deciso a cambiare vita e aprire un ristorante. Girato in 35 millimetri, è un’opera di denuncia sociale molto umana ed essenziale, che riesce a raccontare con estrema leggerezza, tra ironia e dramma, uno spaccato importante della nostra società.

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“Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino ha impressionato molto favorevolmente la critica

Applausi a scena aperta per Chiamami col tuo nome, film di Luca Guadagnino (foto), con Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet, Armie Hammer, inserito nella sezione Panorama Special, ed unica presenza italiana di questa edizione 2017. La pellicola, ritenuta fino ad ora una delle più belle tra quelle presenti alla Berlinale, è un adattamento del libro di André Aciman, e racconta il rapporto d’amore, ambientato nel 1988, tra il 17enne Elio, musicista più colto e sensibile rispetto ai suoi coetanei, e il 24enne americano Oliver, ospite nella villa di famiglia. Un film molto emozionante, ottimamente costruito, grazie anche alla perfetta sceneggiatura, che tiene lo spettatore attaccato allo schermo fino alla scena finale.

Da segnalare infine, due sequel molto attesi, entrambi selezionati fuori concorso.
Il primo è T2 Trainspotting, che sancisce il ritorno dietro la macchina da presa di Danny Boyle, e Logan – The Wolverine, il film di James Mangold che contiene l’ultima apparizione di Hugh Jackman nei panni di Wolverine, a quasi diciassette anni di distanza dall’uscita del primo X-Men di Bryan Singer.