Ferragosto e le domande senza risposta di un paese che crolla

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Avrei voluto scrivere del Ferragosto e dell’evoluzione (involuzione) della figura del cafone nostrano dal Bruno Mariani – Vittorio Gassman de ‘Il sorpasso’ a Matteo Salvini, passando per Er Piotta e Berlusconi. Ma la cronaca, purtroppo, ha spazzato via ogni cosa. Il crollo di Genova, orrendamente reale, tragicamente autentico, scrive una delle pagine più nere della storia italiana recente. La storia di un paese che, da Nord a Sud, conosce già ogni giorno l’onta del disastro ambientale e quella del dissesto idrogeologico. A loro si aggiungono le infinite brutture paesaggistiche, e tutte le magagne strutturali che, quando emergono, portano inevitabilmente il colore del lutto.

Lo sport più in voga nel paese reale, sempre più condizionato dall’odio razziale e da una preoccupante restaurazione populista, espressa sui social e manifestata in cabina elettorale, resta quello del tifo. Un tifo più ‘contro’ che ‘pro’, volto a giustificare le nefandezze attuali con risposte preconfezionate con lo standard ‘e allora gli altri?’ tanto in voga, che giustificherebbero anche pluriomicidi e stragisti rei confessi.

Riccardo Mannerini, da giovane anarchico genovese, cinquant’anni fa sognò di un uomo che aveva un desiderio: comprare una strada nel centro di New York, lunga e affollata di gente di ogni età. Proviamo ad immaginare come si sarebbero comportati gli uomini e le donne che l’avessero attraversata. Probabilmente, come quelli descritti da Italo Calvino a Cloe: persone che non si conoscono, e che, incrociandosi, immaginano mille cose l’uno dell’altro, ma nessuno si ferma a salutare nessuno, a parlargli, ad ascoltarlo. Forse è una visione troppo pessimistica della realtà, ma è altrettanto probabile che coincida con essa, con il presente che ci attraversa e che è fatto di paure, acutizzate da fantasmi che variano di volta in volta nome (crisi economica, razzismo, intolleranza, disagio sociale), ma che non mutano aspetto. E che ci impongono di percorrere la strada di un paese senza identità, che non ha memoria, dove si assiste alla vita sociale come spettatori seduti in platea.

Ma davvero viviamo in un paese bello ma inutile e destinato a morire, che si riflette su se stesso e dove lo specchio in cui ci si guarda è sostituito dallo schermo di un telefonino?

Ennio Flaiano diceva che se Giordano Bruno avesse avuto un microfono forse si sarebbe salvato dal rogo: oggi i mezzi per comunicare non mancano, ma l’eccessiva disponibilità di strumenti per far sentire la propria voce genera un’entropia assordante, dove tutti si sentono in dovere di esprimersi su tutto, che funge da cassa di risonanza per il rumore del silenzio, il silenzio a domande che non hanno risposta.

Mancano risposte, in territori che consentono scempi edilizi assurdi: andate per esempio a Zumpano, a due passi da Cosenza, dove un supermercato e un cinema sono stati ubicati ai piedi di una montagna, con le più elementari regole di sicurezza vendute come la fontana di Trevi al turista solàto.

Mancano risposte, a moniti di parole che risuonano vuote come quelle che già pronunció, nel novembre 2002, Giovanni Paolo II davanti a un Parlamento che applaudì in modo unanime alla sua richiesta di maggiore umanità per gli ospiti delle carceri italiane. Che a Ferragosto, come a Natale, ricevono le solite promesse di condizioni di vita migliori. Poche, troppo poche, sono le voci che si levano in difesa di diritti che dovrebbero essere innegabili. Rimandate di mese in mese fino alla prossima visita. A tutti i governanti, a chi vuole capire di più, senza lasciarsi condizionare dai preconcetti, ma anche a quelli che trovano continui pretesti per aizzare filippiche contro i migranti, consiglierei di leggere ‘Dentro‘ di Sandro Bonvissuto. Forse capirebbero quale sia il senso della parola ‘dignità’, oggi tanto abusata e violentata.

Ecco, mancano proprio le risposte. Manca quel senso di appartenenza alla razza umana, l’unica plausibile, l’unica possibile, l’unica capace di trasformare il dolore in menti competenti e braccia capaci, proiettate nel ricostruire un paese malato, un paese oggi povero di quella proverbiale solidarietà con cui siamo da sempre conosciuti agli occhi del mondo.