Francesca Borri: una vita da giornalista sul fronte siriano

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_Francesca BorriLa terribile attualità di questi giorni fa riecheggiare costantemente in primo piano la Siria, paese martoriato da una guerra civile che si combatte ormai dal 2011. Ai giornalisti, che raccontano ciò che accade con i grossi rischi che possiamo facilmente immaginare, l’innegabile merito di portare all’attenzione mediatica una vicenda che si alimenta con il cibo dell’orrore e sembra non conoscere vie d’uscita, ma anzi espande i propri tentacoli fino al cuore dell’Europa, come dimostrano gli atti di terrorismo che tra l’8 e l 9 gennaio scorso hanno terrorizzato la Francia. Francesca Borri è una delle giornaliste che più di tutte ha raccontato la guerra civile siriana sin dal suo inizio. Il suo libro “La guerra dentro“, edito da Bompiani, è un diario dal fronte, scritto senza spazio per i fronzoli e la retorica, nel quale trovano posto le terribili declinazioni di una guerra senza regole, dove la vita di ognuno, civile o combattente che sia, sembra appesa al flebile filo del caso. Una guerra dimenticata per anni, semplicemente per la decisione di Obama, nel settembre 2013, di non avviare i bombardamenti contro Assad, e poi tornata di strettissima attualità con la comparsa dell’Isis e delle sue operazioni tristemente note e mediaticamente eclatanti, come la barbara uccisione di giornalisti e cooperanti americani e inglesi.

Abbiamo avuto il piacere di raggiungere Francesca Borri, che attualmente si trova sul fronte, a pochi chilometri da Kobane, e di rivolgerle alcune domande.

NoteVerticali.it_La guerra dentro_Francesca BorriCosa significa fare l’inviata di guerra in Siria? Perché, dopo esserci già stata, ha deciso di tornarci?Quattro anni fa, ai tempi delle prime manifestazioni contro Assad, nessuno si aspettava una guerra simile. 200mila morti. 3 milioni di rifugiati. Siamo arrivati per un reportage da aggiungere a quelli sull’Egitto, sulla Tunisia. Sulla caduta di Gheddafi. E invece quel reportage non è mai finito. Ogni volta pensi che hai toccato il fondo, che hai visto cose che non vedrai in nessuna altra guerra. Ogni volta ti dici: Basta, non torno più. E invece torni sempre. Perché il problema, come scrive Arundhati Roy, è che una volta che hai visto, non puoi più non vedere. Qualunque sia la tua scelta, poi, tacere, o parlare, agire, ognuno nel suo piccolo, una volta che hai visto sei responsabile. In guerra nessuno è innocente. Nessuno è immune. E quindi alla fine torni. Torni sempre.

Come trascorre le sue giornate?
Vivo nei luoghi che racconto: e quindi non ho regole. Dipende dalla storia a cui lavoro. Giro moltissimo e leggo moltissimo, queste sono le due sole costanti. Da quando sono arrivati gli jihadisti, poi, sto per lo più da sola. Con i sequestri, i giornalisti stranieri sono andati via. E ormai anche io, per ragioni di sicurezza, cambio città ogni tre, quattro giorni. Ho trent’anni, la vita mi manca. Ma penso che ai siriani manchi molto più di quello che manca a me.

NoteVerticali.it_Francesca Borri_ La guerra dentroDa quando è in Siria, la sua concezione di paura è cambiata?
La paura c’è sempre, questa è una vita in cui non sai se tra un minuto sei ancora vivo. Ma la vera paura alla fine è un’altra. Una notte, ad Aleppo, bombardavano tutto, ed era più che paura: era terrore: e però stavo lì, e in quei mesi ero l’unica giornalista straniera rimasta, stavo lì sotto i barili esplosivi di Assad, crimini contro l’umanità su scala senza precedenti, perché sono barili, barili di benzina e tritolo rovesciati a quattro alla volta sulla testa dei civili, e pensavo solo: Devo uscire viva di qui. Pensavo solo: Il mondo deve sapere. Nient’altro. E’ questo che ti fa superare la paura di quello che ti esplode intorno. La consapevolezza che è importante, e giusto, stare dove stai.

Cos’è secondo lei la speranza?
A volte è l’unica cosa che rimane. Ma non deve essere una semplice attesa. Bisogna costruire il cambiamento, non attenderlo. Non ho speranze. Ho progetti e desideri. E molta ostinazione.

Sarebbe stato possibile salvare Foley, Sotloff, Haines, e gli altri ostaggi rapiti dall’ISIS? Ritiene che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna abbiano fatto di tutto? 
Si è avuto un tentativo di trattativa, questo è certo. Ma è evidente che diversamente da altri, i sequestri dello Stato Islamico non sono a scopo di estorsione. Jim Foley decapitato, John Cantlie usato come inviato speciale a Kobane, a Mosul, hanno un valore inestimabile per l’ISIS e la sua strategia mediatica. Molto più della manciata di milioni di dollari che si possono ottenere come riscatto – dollari di cui l’ISIS tra l’altro, con il suo petrolio, non ha bisogno.

Da donna, e da italiana, cosa pensa della vicenda di Greta e Vanessa e dello sciacallaggio mediatico a cui sono sottoposte da parte di chi non vuole che lo Stato paghi un riscatto per liberarle?
Ora è il momento di tacere, e lasciare tranquilla la Farnesina. Quando torneranno a casa, discuteremo di cosa significhi davvero intervenire in zone di guerra – perché è questione di tecnica, di competenza, non ci si improvvisa. Raccogliere 5mila euro per Aleppo, con il pieno di benzina che costa 100 euro la sola andata, non ha senso. Indipendentemente dai sequestri. Ma appunto: di questo discuteremo dopo. E possibilmente senza cinismo: preferisco chi sbaglia per generosità a chi sbaglia per indifferenza. O ai tanti che non sbagliano mai perché non agiscono mai. Quella da criticare non è l’iniziativa in sé, ma la sua superficialità e avventatezza. E però di tre persone, non due. Perché tra l’altro Greta e Vanessa hanno vent’anni, mentre Daniele Raineri, il giornalista del Foglio che era lì con loro e non le ha fermate, di anni ne ha quaranta. E nessuno dice niente. Spero gli sia ritirato il tesserino stampa, la patente, tutto.

Ritiene che il pericolo del terrorismo islamico potrà essere debellato un giorno? Come?
Affrontandolo come un qualsiasi altro pericolo. E cioè con un’analisi lucida, e soprattutto onesta, delle sue cause. Senza isterie. Perché l’ISIS non arriva dall’odio per l’Occidente, ma dal disastro iracheno, essenzialmente, in cui gli Stati Uniti, e noi alleati degli Stati Uniti, abbiamo responsabilità infinite. Dal Mali al Pakistan, ogni gruppo ha la sua storia e le sue ragioni. E dico ragioni, non motivazioni, perché per quanto feroci questi jihadisti possano essere, non abbiamo davanti degli squilibrati: abbiamo davanti dei combattenti che combattono per ideali che non condividiamo. Il vizio occidentale di disconoscere le ragioni degli altri, del resto del mondo, è una delle cause principali del terrorismo.

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Una foto scattata da Francesca Borri a Kobane, città martoriata simbolo della guerra siriana

Cosa rimane della primavera araba? Il ghibli di democrazia è da ritenersi spento per sempre? 
No, affatto. So che non siamo in tanti a pensarla così, ma la primavera araba è viva: questi paesi sono cambiati per sempre. Non importa che ovunque si guardi, adesso, sia un po’ un disastro. Quelle che prima erano viste come cose normali, ora sono visti come diritti violati. E la differenza non è di terminologia. E’ la differenza tra chi obbedisce perché accetta e chi obbedisce perché sopporta. La primavera araba ricomincerà.

Cosa vorrebbe raccontare ai suoi figli della sua esperienza?
Che ci ho provato. O per dirla con don Tonino Bello, che non mi sono mai risparmiata. Che non mi sono tirata indietro. Che nel mio piccolo, ho tentato il possibile. Non sono stata egoista. Che sono stata cittadina del mondo non perché ho viaggiato tanto, ma perché ho vissuto le vite degli altri come fossero la mia.

Cosa sogna Francesca Borri?
Un cane.

Quando tornerà in Italia?
Torno raramente. E mi intristisco subito, riparto il prima possibile. L’Italia è un paese stanco, fermo. Incarognito, dove tutti parlano male di tutti. Un paese chiuso in se stesso. Sempre più fuori dal mondo. Ho un’ammirazione profonda per gli amici che sono rimasti, e che sono lì in trincea, a provare a cambiare l’Italia. Ma per me è troppo difficile. Dopo due giorni mi innervosisco, mi sembra di avere davanti un muro. E’ più facile stare ad Aleppo.

Con il recente attentato alla sede francese di Charlie Hebdo, l’Europa ha vissuto il suo undici settembre, ancor più grave e tragico se si pensa a una ritorsione mirata contro la libertà di stampa. Da giornalista e da inviata di guerra, può fornirmi una sua impressione su questo episodio?

I giornalisti, quelli veri, quelli bravi, sono nel mirino da sempre. Pensiamo ai nostri anni di piombo, a Walter Tobagi. A Peppino Impastato. O al terrorismo di stato che a Mosca ha ucciso Anna Politkovskaja. Ma come dice Roberto Saviano, un altro che di queste cose, purtroppo, è un esperto, l’erba, quando viene calpestata, diventa un sentiero. Continueremo a disegnare, a scrivere. A raccontare. Liberi. Continueremo a pensare: perché la nostra società risponda a tutto questo con intelligence, sì, ma soprattutto intelligenza.