Ieri, o forse due giorni fa: note sulla (recente e presente) emigrazione italiana

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Emigrati italiani in Germania, 1973

Oggi, con la rapidità tipica che la memoria individuale e collettiva assume quando vuole
rimuovere un peso sgradito, si pensa all’ immigrazione dei nostri connazionali all’estero come ad un fatto lontanissimo nel tempo, e le frequenti tragedie del mare rafforzano la percezione comune dell’Italia quale paese ospite nella contemporaneità, con quanto ne consegue in
termini politici, giuridici, sociali. In realtà, il saldo negativo tra uscite e rientri viene colmato soltanto negli anni ’80, e se negli anni settanta l’inversione di tendenza era già evidente, dobbiamo continuare a considerare il flusso migratorio verso l’estero come una realtà di centinaia di migliaia di individui.
Per molti italiani è istintivo, quanto comodo, liquidare la nostra esperienza migratoria come parte di un passato lontano, quello dei bastimenti della speranza che hanno portato moltitudini di disperati o quasi ad Ellis Island, la barriera d’ingresso nella “merica”. In realtà la storia ci rimanda agli ultimi fuochi del fenomeno proprio nell’anno dei Campionati Mondiali di Calcio in Messico, nel 1970. Il quotidiano “L’Ora” di Palermo pubblicò rivelazioni choc sull’esistenza di un‘organizzazione criminale che organizzava l’espatrio clandestino negli Usa, attraverso il confine messicano, di cittadini italiani trasferiti là come semplici tifosi della squadra di calcio.
Il clamore è notevole, ma stonato rispetto ad un’emigrazione che aveva sempre vissuto episodi di drammaticità estrema negli anni immediatamente precedenti (basti pensare alle morti dei clandestini italiani sui valichi montuosi del Nord Ovest, nel tentativo di raggiungere la Francia) e che aveva una consistenza ancora massiccia verso certe aree dell’Europa nella quale rivestivamo con regolarità il ruolo, nell’industria e nella società, che oggi viene assegnato in modalità identiche alle popolazioni euro-orientali ed alle etnie mediterranee ed africane presenti in Italia.

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Emigrati italiani alla stazione di Wolfsburg, Germania, 1970.

Nel 1971/2/3, quando la punta dell’emigrazione italiana verso le Americhe e l’Australia è ormai alle spalle, il flusso dei cittadini italiani verso la Germania è costantemente sulle 50.000 unità: se nei primi anni ‘60 gli italiani costituiscono quasi la metà degli immigrati in Germania con una presenza di 121 mila lavoratori, questi nel 1973 diventano 423 mila, il massimo valore in assoluto mai raggiunto.
Da notare che la composizione professionale è costituita, in quell’anno, per quasi i tre quarti da lavoratori non qualificati pari e possiamo quindi affermare che l’emigrazione italiana in quel paese è sostanzialmente inserita e subordinata alle logiche del movimento tipico del sottosviluppo. In soldoni: non stiamo parlando di studenti, tecnici qualificati, dirigenti o viaggiatori dell’esistenza, gruppi sociali comunque presenti contemporaneamente e significativamente in Germania, ma di povertà a tutti gli effetti.
La collettività italiana in Germania aumenta perciò la sua consistenza da 400.000 presenze alla
fine degli anni sessanta a 650.000 nel 1972, per poi assestarsi intorno a 600 mila nel 1975.
Non diversa la situazione in Svizzera, dove la figura stessa dell’immigrato era vincolata alle disposizioni della legge federale sul soggiorno e il domicilio degli stranieri del 1931 e del 1948, in vigore fino al 1978. In questa veniva sancito a più riprese il “principio di libera decisione delle autorità”, che subordinava di fatto alla soggettività del giudizio delle autorità locali la permanenza in territorio elvetico; nei fatti, il cittadino italiano, come qualsiasi altro straniero non aveva nessun diritto acquisito e la popolazione italiana in particolare fu soggetta ad episodi di discriminazione razziale che avrebbero fatto l’effimera fortuna politica dello xenofobo James Schwarzenbach e sarebbero stati oggetto di tensioni diplomatiche non indifferenti tra i due paesi.

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Nino Manfredi emigrante italiano in Svizzera (“Pane e cioccolata”, regia di Franco Brusati, 1973).

I nostri connazionali in Svizzera rappresentavano, nei primi anni sessanta, la maggioranza della manodopera straniera, della quale costituivano i due terzi del totale. Nel 1970 erano ancora più del 60% per scendere poi, in concomitanza della crisi economica del periodo considerato, a circa il 40% nel 1975, quando furono sostituiti nel poco invidiabile ruolo di ultimi della classe da jugoslavi e turchi, ma toccando però anche la massima consistenza della popolazione residente, ben 587.000 persone. I settori dell’Edilizia, dell’Abbigliamento e Tessile quelli di maggiore presenza, e per la gran parte in mansioni di basso livello: la presenza nelle attività più qualificate (tecniche, commercio e uffici, igiene e medicina) è invece scarsa a
conferma del basso profilo culturale e professionale dei nostri emigrati.
Oggi, secondo l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) del ministero dell’Interno al 2013 i cittadini italiani residenti fuori dei confini nazionali erano 4.341.156, il 7,3% dei circa 60 milioni di residenti in Italia. L’aumento, in valore assoluto, sull’anno precedente è stato di 132.179 iscrizioni, +3,1%. Dal confronto dei dati Aire disaggregati per continenti dell’ultimo triennio emergono dati interessanti: l’aumento della comunità italiana in Asia (+18,5%) e, a seguire, in America (+6,8%), Africa (+5,7%), Europa (+4,5%) e Oceania (+3,6%) per un aumento totale nel triennio 2011-2013 del 5,5% sul piano nazionale. Nel biennio 2012-2013,
invece, il trend positivo dell’Asia continua (+8,6%) come a dire che effettivamente anche l’Italia, come il resto del mondo, ha volto lo sguardo alle mille opportunità offerte, oggi, dall’Oriente.
Farà comodo pensare che questo flusso migratorio sia costituito interamente da ultra professionisti, studenti dell’Erasmus e ricercatori in fuga dall’università italiana ma, naturalmente, non è così. Nell’ottobre scorso il premier inglese James Cameron si è impegnato pubblicamente per avere una deroga alle regole sulla «libertà di movimento» che ora permettono ai cittadini europei di lavorare nel Regno Unito: «La nostra economia è cresciuta molto più in fretta di quella di altri Paesi europei che non stanno crescendo affatto.
Paradossalmente non abbiamo tanti immigrati da Romania e Bulgaria ma un numero altissimo di italiani, spagnoli e francesi».
I numeri fanno a pugni col pregiudizio, insomma, e non devono aspettare il verdetto ai punti.