Il cinema secondo George Romero

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Nasce a Milano qualche anno fa. Usa la scrittura come antidoto alla sua misantropia, con risultati alterni. Ama l’onestà intellettuale sopra ogni altra cosa, anche se non sempre riesce a praticarla.

“Per la verità con La Notte dei Morti viventi volevamo fare niente più che un filmetto commerciale, esagerare con la violenza, ma una critica alla crisi sociale degli anni ’60? No, quello fu un caso. E invece, un paio d’anni dopo la sua uscita un articolo sulla rivista francese Cahiers du Cinema lo definì un film fondamentale in quanto esempio di cinema radicale, una reazione all’intervento militare Usa in Vietnam. Mi scoprii un autore socialmente impegnato e ci ho provato gusto. Hanno visto Zombi come una critica al consumismo, Il giorno degli zombi uno studio del conflitto tra scienza e tecnologia bellica, La terra dei morti viventi come una disamina dei conflitti di classe. A me non è che me ne fregasse molto, ma già che c’ero, tramite gli zombie mi divertivo a dire qualcosa su quello che stava in quel momento nella nostra società. Se avessi fatto dei film seri e importanti non avrei potuto dire tutte queste cose”. (George Romero)

La maniera migliore per provare a raccontare chi è stato George Romero è attraverso le sue parole e questo estratto di un’intervista del 2009 descrive perfettamente l’uomo e l’artista. Il padre degli Zombie era essenzialmente un professionista del cinema in grado di mantenere un basso profilo e scherzare su un capolavoro come La notte dei morti viventi. Senza  Romero non ci sarebbero stati John Carpenter, Tobe Hoper, Dario Argento, Joe Landis e tanti altri. Nel 1968 ebbe l’idea di girare un film nei fine settimana con amici e provare a proporlo sul grande schermo, il risultato è stato un capolavoro, ma anche uno dei primi tentativi di cinema indipendente, dove si contrapponeva ai grandi studios la passione dei singoli. Il film va così bene che Romero deciderà di dedicare molte altre pellicole agli Zombie,  tra  le collaborazioni con Dario Argento (Due occhi diabolici) le lezioni di cinema e i documentari sulla paura in compagnia di quei registi horror di cui è stato il capostipite. Anche la tradizione horror italiana da Zombie 2 a Cannibal Ferox  devono il loro successo anche al coraggio di questo apripista Newyorkese  che ha dimostrato come ottimo cinema si possa fare anche con pochi soldi. Ai morti viventi sono stati attribuiti tantissimi significati , e ancora oggi parlandone c’è chi vede l’altro e chi vede se stesso e chi non vede nulla. La verità è che solo un personaggio così ben pensato e ben inserito da un grande creativo potrebbe prestarsi a tante sfaccettature. Come ha detto Romero, tramite gli Zombie si è divertito negli anni a rappresentare la società e i suoi difetti in maniera allegorica, dando via a qualcosa che avrebbe rivoluzionato il cinema di genere. Non solo cinema al livello mondiale , ma anche serie Tv , fumetti e letteratura.

L’insegnamento che lascia George Romero è di credere nel proprio lavoro e continuare a mettere le idee al primo posto  “Pensavo di essere gia’ in pensione. Cioe’, non sono finito, ho ancora tante idee e cose voglio fare, ma non sento l’urgenza di essere chiamato dal mio agente con una nuova proposta per me. Davvero. Non ho mica una casa a Malibu da mantenere come molti miei colleghi. Vivo a Pittsburgh. Diciamo che sono un’allegoria, la stessa dei miei film, la vecchia società mangiata e distrutta da quella nuova”. Dalle parole del “maestro” si capisce quanto sia utile non prendersi mai sul serio. I “non morti” hanno occupato la maggior parte della sua carriera, ma film come  Martyn, o la metà oscura ( tratto da un romanzo di King) sono li a dimostrare la versatilità di Romero nel genere terrore. E al dubbio di essere stato sempre troppo legato agli Zombie , rispondeva dichiarando il suo amore per il genere e la sua piena disponibilità a continuare a proporre le storie dei morti viventi raccontando attraverso i film  anche la sua visione della società.