Il sequestro Moro, un caso ancora aperto

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Nel marzo del 1978 avevo sei anni e mezzo e mi piaceva andare a scuola, giocare e ascoltare musica con il mio giradischi arancione: la mia canzone preferita del momento era “Gianna” di Rino Gaetano. La sera di mercoledì 15 avevo gioito per la vittoria della mia Juve ai calci di rigore contro una delle squadre più forti del mondo, l’Ajax che cinque anni prima ci aveva soffiato la Coppa dei Campioni. Ero andato a dormire sereno, e la mattina dopo, a scuola, nel tradizionale mercatino che precedeva l’inizio delle lezioni, la figurina di Zoff era stata la più scambiata. Ma quel giovedì non era un giorno come tutti gli altri: sedici marzo, alla vigilia della primavera, i bambini come me forse conobbero per la prima volta la paura. Quella letta negli occhi della propria maestra prima e poi in quelli dei propri genitori, per una volta increduli davanti alla realtà e incapaci di rispondere qualcosa ai mille perchè di un bambino curioso come il sottoscritto. Le Brigate Rosse avevano sequestrato Aldo Moro, il presidente della DC, e per farlo avevano ucciso cinque uomini della sua scorta: Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Domenico Ricci. Ricordo la tragica cronaca di Paolo Frajese, ricordo lo scorrere impietoso della telecamera su quelle lenzuola che coprivano corpi, e per fortuna il bianco e nero riusciva ad attenuare le macchie nerastre che nascondevano il rosso del sangue.


Da allora tutto è stato diverso, sia pure vissuto a latitudini come le mie, dove ogni eco veniva attutita dall’essere periferici, come comprimari di una guerra combattuta da altri e persa su tutti i fronti, perchè, come tutte le guerre, generatrice di odio e lutti.

Una guerra dove, peró, si conoscevano le ragioni opposte di chi stava dalla parte dello Stato e di chi, follemente, le combatteva con l’intento di volerle sovvertire, in nome di ideali rivoluzionari che partivano da basi condivisibili ma che sfociavano nella più assurda delle utopie, e che furono cavalcati, molto probabilmente, da altri interessi destabilizzanti (i cosiddetti (“servizi segreti deviati”), volti a impedire il cosiddetto “consociativismo” che stava per portare al governo con la DC di Moro il PCI di Berlinguer.

Una guerra sanguinosa, cruenta, terribile, che rischió di minare la Repubblica nella sua notte forse più buia, e che in quell’occasione sancì la “morte” delle Brigate Rosse insieme a quella, purtroppo fisica e reale, di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta. Eppure sia lo Stato che le Brigate Rosse avevano qualcosa in comune: i valori della Resistenza, sulle cui fondamenta lo Stato italiano aveva generato la propria idea di repubblica democratica, e dalle cui basi i brigatisti erano partiti per la propria idea di militanza prima di imbracciare le armi.

A distanza di 40 anni, cosa resta di quel periodo? Poco, forse nulla nella memoria collettiva, e, ancora peggio, in quella ammuffita di uno Stato che, in anni successivi, pare sia addirittura sceso a patti con la mafia, sacrificando sul proprio altare, in nome di una pax assurda, vittime colpevoli della propria onestà, come Falcone e Borsellino. Uno stato che oggi ricorda stancamente un episodio – la strage di via Fani, il sequestro e la successiva uccisione di Aldo Moro – che sembra lontanissimo anni luce dall’attuale periodo storico, che registra ormai come consolidato il crollo delle ideologie e la crisi cronica dei partiti.

Ma il sacrificio di Moro, degli agenti di scorta e quello di tutte le vittime del terrorismo, non può e non deve essere dimenticato. E’ parte della nostra eredità democratica, del nostro essere figli di chi fu protagonista della Resistenza e lottó perché i suoi figli potessero vivere in un paese libero. Nessuna pietà per i terroristi? Non vogliamo ergerci a giudici, la democrazia di uno stato si declina nelle leggi che questo sa far rispettare: chi ha sbagliato deve pagare, e non si possono cancellare con un colpo di spugna reati che hanno cancellato e distrutto la vita di persone oneste e innocenti.

Resta peró la necessità di una maggiore consapevolezza verso quello che fu un periodo storico da non far ripetere: un monito per i governanti di oggi, perché sappiano cogliere gli spunti adeguati affinché le derive estremiste non attecchiscano nella società italiana di questi anni. Una maggiore equità sociale, rispetto e lavoro per tutti, nessuno escluso.