L’eredità di Pier Paolo Pasolini

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_PierPaoloPasolini_2Nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 moriva tragicamente Pier Paolo Pasolini. Una morte atroce, tuttora avvolta nel mistero, per una delle figure senz’altro più scomode della cultura italiana del Novecento. Un personaggio la cui grandezza è sempre stata bistrattatta da gran parte del potere politico ed industriale, dalle autorità precostituite, dai canoni ideologici più ancorati al conservatorismo imperante. Eppure ancora oggi, a quasi quarant’anni di distanza dalla sua morte, le parole di Pasolini pesano come macigni sul nostro presente e sulla degenerazione della società in cui viviamo. Proviamo ad immaginare, per esempio, a quello che Pasolini avrebbe detto oggi sulla televisione, lui che già negli anni ‘70 invitava la gente a spegnerla perchè, cattiva maestra di anticultura, intorpidiva le coscienze e ammorbava i pensieri… E cosa avrebbe dichiarato a proposito della società italiana, dominata da una classe politica pluricorrotta, che già ai suoi tempi guardava agli Stati Uniti come modello da imitare e cercava di dimenticare in fretta il proprio passato, e così facendo uccideva a poco a poco l’eredità dei nostri padri, quella stessa magnifica eredità intrisa di purezza che custodiva in sè la civiltà contadina di chi ci aveva preceduto. “La sua – come affermò lo scrittore Paolo Volponi – “era una provocazione politica ben chiara e intenzionale. Egli si lamentava poeticamente che non ci fossero più le lucciole, ma insieme accusava la nostra classe dirigente di aver promosso un certo modello di sviluppo, di aver organizzato in un certo modo la nostra vita, di avere inquinato le nostre campagne e le nostre città. E insieme vedeva la sparizione di tanti altri fatti sociali, popolari: certe culture, certe possibilità di intervento democratico, la vita dei paesi e delle province brutalmente violentata dai modelli del centro”.


NoteVerticali.it_PierPaoloPasolini_5Oggi la figura di Pasolini è associata indissolubilmente alla cronaca. La sua, per dirla con Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, è “una storia sbagliata”, uno dei troppi delitti irrisolti di questo paese, il cui muro di gomma avvolge come una cappa e soffoca chi cerca la verità, quella stessa verità il cui “coraggio intellettuale è inconciliabile con la pratica politica”: lo scriveva lui stesso, e in Italia questa affermazione resta purtroppo presente e viva testimonianza del nostro quotidiano. E oggi, è difficile ammettere quanto sia rimasto della sua eredità culturale, e quanto, di essa, sia divenuto fruibile alle nuove generazioni. Certo, ci sono i suoi scritti, i suoi romanzi, le sue poesie, le sue opere cinematografiche, replicate almeno una volta l’anno in televisione seppur in orari impossibili. Non è molto. E non è difficile rilevare quanto sia rara, se non inesistente, la presenza di una parte seppur piccola della sua produzione all’interno dei moderni programmi scolastici. Si preferisce dare spazio ad altro. Si ignora, forse inconsciamente, forse volutamente, il valore inestimabile di ciò che Pasolini ha generato con il proprio impegno culturale e sociale. E’ per questo che, senza alcun’ombra di dubbio, possiamo dire che uno come Pasolini manca, all’intellettuale come all’operaio, allo studente come al professionista. Manca la sua arguzia, la sua intelligenza, la sua tenerezza, il suo essere, sempre e comunque, con il popolo, ossia dalla parte del più debole, in qualunque contesto esso operi ed agisca. Così si spiega la sua presa di posizione a favore dei celerini proletari figli di operai contro gli studenti di sinistra figli di borghesi negli scontri di Valle Giulia nel 1968. E così si spiega anche la scelta di raccontare, attraverso le pagine dei sui romanzi o le immagini di alcuni suoi film, vicende minime, di personaggi ai margini della società, e di utilizzare, nel farlo, non tanto il metro della comprensione fine a se stessa, in un’immagine populistica e figlia di un paternalismo vuoto e afono tipico di alcuni suoi colleghi, ma i canoni di un modus operandi che è erede diretto del neorealismo.


NoteVerticali.it_Pasolini a Matera_davanti ai sassiQuesto spiega, per esempio, la sua scelta di utilizzare attori non professionisti per rappresentare, adoperando un notevole rigore e un profondo rispetto per le sacre scritture, la vita di Gesù Cristo attraverso il Vangelo secondo Matteo in quello che a buon diritto può essere ritenuto il suo capolavoro cinematografico, lodato anche dalla Chiesa ufficiale. Il Vangelo a cui Pasolini, da non cattolico, si richiama, è quello di Matteo, dal quale emerge una figura umana, più che divina, di Cristo che, anche se ha molti tratti di dolcezza e mitezza, reagisce con rabbia all’ipocrisia e alla falsità. È un Cristo sorretto da una forte volontà di redenzione per le vittime della istituzionalizzazione della religione operata dai farisei “sepolcri imbiancati”, che l’hanno adottata con ipocrisia e iniquità quale strumento di repressione politica e sociale. È un Cristo che non è venuto a “portare la pace ma la spada”, perché sia possibile accedere al regno di Dio con cuore puro “come quello dei bambini”. . È, anche, un Cristo rivoluzionario. Nel corso di un dibattito tenutosi negli ultimi mesi del 1964, Pasolini dichiarò: “mi sembra un’idea un po’ strana della Rivoluzione questa, per cui la Rivoluzione va fatta a suon di legnate, o dietro le barricate, o col mitra in mano: è un’idea almeno anti-storicistica. Nel particolare momento storico in cui Cristo operava, dire alla gente ‘porgi al nemico l’altra guancia’ era una cosa di un anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile: e infatti l’hanno crocifisso. Non vedo come in questo senso Cristo non debba essere accepito come Rivoluzionario… “. E ancora: “La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. E’ quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica. In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico ‘poesia’: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo”.

Sì, Pasolini manca, e si sente.

 

E voglio vivere come i gigli nei campi,
come gli uccelli del cielo campare,
e voglio vivere come i gigli dei campi,
e sopra i gigli dei campi volare…

(Francesco De Gregori, ‘A Pà, 1985)