L’estate di fuoco della mia terra

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Paola, stazione di Paola. Volti di vacanzieri in attesa di treni perennemente in ritardo sbuffano e sorridono in un’alternanza di emozioni che fa il paio con la leggerezza di un sabato preferragostano. Ironia della sorte: sto per lasciare temporaneamente la Calabria dopo l’ennesima notte di roghi tra i boschi, originale e terrificante novità di questa estate duemiladiciassette, proprio mentre una radio diffonde le note di ‘Se bruciasse la città’ di Massimo Ranieri. Quasi cinquant’anni fa, lo scugnizzo di piazza Garibaldi la gridava innamorato alla sua lei, oggi terra e natura gridano vendetta per uno scempio apparentemente senza senso, che sta dimostrando quanto il paese possa essere messo in ginocchio da opportunisti senza scrupoli legati a chissà quale disegno criminoso. Quel verde che campeggia dal tricolore ora brucia dalle Alpi allo Stretto, passando per la Sila e per il Pollino, sacri polmoni della mia terra, unendo un popolo che assiste impotente all’ennesima danza macabra che si svolge impietosa sul suo territorio, come già due anni fa a Rossano e Corigliano, per una marea d’acqua che, solo per fortunate coincidenze del caso, non provocó lutti ma solo tanta rabbia perché causata, tanto per cambiare, dall’incuria umana. La stessa che continua a generare devastazioni in un mare violentato da sporcizia e in balìa di un potere governativo burattinaio che sta godendo le immeritate ferie dopo essere stato incapace, ancora una volta, di regolamentare, su una spiaggia, in un ospedale o per strada, ciò che altrove sembra la normalità.
Penso a Leonida Repaci e voglio sperare che quel Dio che fu così benevolo quando fu il giorno della Calabria, oggi non cessi di volgere lo sguardo a noi calabresi, esortandoci a rimboccarci le maniche per difendere la nostra terra. Non dai migranti, che invece rappresentano coloro verso i quali tendere le braccia per accoglierli e sentirsi arricchiti dalla loro presenza. Ma dai furbetti in giacca e cravatta, con la pancia al sole e i conti a pascolare floridi in banca, mentre loschi affari muovono interessi biechi e ottusi. Difendiamoci da chi ha già banchettato allegramente sulla nostra terra e vuole continuare a farlo. Non sarà il capopopolo di turno a guarirci, dovremo essere noi.