Lino Vairetti degli Osanna: la storia del rock progressive raccontata da uno dei suoi grandi protagonisti

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

C’è stato un momento nella discografia italiana in cui l’originalità della sperimentazione artistica è andata quasi di pari passo con l’impegno politico e sociale. Stiamo parlando degli anni ’70, i cosiddetti ‘anni di piombo’, un’epoca attraversata da continue tensioni quotidiane. La musica, attenta da sempre a captare situazioni e stati d’animo, ha recepito le istanze di quel periodo storico partorendo esperienze che hanno segnato picchi artistici difficilmente superabili. Stiamo parlando del periodo d’oro del rock progressive, quando la connotazione live, prima ancora che la discografia o la televisione, rappresentava il passaporto per la notorietà. Era l’epoca dei festival pop, che univano alla componente artistica connotazioni fortemente politiche. Si suonava all’aperto, inseguendo l’utopia dell’uguaglianza e il desiderio di voler vivere in una società più giusta, con particolare attenzione alle istanze di tutti. In quelle manifestazioni c’erano formazioni come il Banco del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi (PFM), gli Area, le Orme, il Balletto di Bronzo. E c’erano ovviamente anche gli Osanna, band napoletana fondata nel 1971 e ancora oggi attiva, pur tra alterne vicende che hanno attraversato questi anni.

Oggi, gli Osanna presentano, in formato vinile (il mitico LP), il disco “Papè Satan Aleppe” che ha già visto la luce a fine 2016, e in cui sono raccolte le più significative tracce live registrate durante un concerto al Club “Il Giardino di Lugagnano” (Vr). La tracklist prevede diversi brani tratti da “Palepolitana”, del 2015, oltre a classici del loro repertorio come “L’Uomo”, “Taka Boom”, “Oro Caldo (Fuje ‘a chistu paese)”. Ci sono poi omaggi ai colleghi del mondo progressive rock, e un brano inedito che dà il titolo al lavoro.

Abbiamo avuto modo di incontrare Lino Vairetti, voce e frontman del gruppo partenopeo, al Museo del Rock di Catanzaro, per un atteso incontro che ha visto anche la presenza di Gianni Leone, leader de Il Balletto di Bronzo, altra band di spessore del prog rock nostrano. Ecco l’intervista con Vairetti.

Osanna, un nome che dice moltissimo nella storia del rock progressive. Ci vuoi parlare dei tuoi inizi artistici? Come hai deciso di diventare musicista?

Beh, la risposta è molto semplice. Ho avuto la fortuna di crescere in un periodo veramente magico e straordinario, come sono stati gli anni ’60 per chi ha avuto la fortuna di viverli da giovane. Non c’era Internet, non c’era il Web, non c’era una comunicazione così veloce come quella di oggi, però c’era probabilmente un virus universale, che aveva catturato l’attenzione di tutti i giovani del mondo, ed era maturato in questa esplosione meravigliosa di gruppi che suonavano le chitarre elettriche. Inizialmente il rock era un modo rivoluzionario di fare musica, in un modo davvero molto semplice. Allora non c’erano grandi virtuosismi, però c’era un amore esagerato per la musica suonata per terra, per le strade. Fino a quel momento la musica aveva avuto il bisogno di cose più particolari, che richiedevano anche una certa preparazione. Arrivò il momento che i giovani si appropriarono della musica semplificandone la fruizione attraverso accordi e giri armonici più semplici. Con questo tipo di dimensione si riusciva a fare di tutto, era davvero un ambito meraviglioso. I Beatles e i Rolling Stones, così come i Doors o i Kings Crimson, sono stati un po’ nostri padrini. Abbiamo iniziato così, a scimmiottarli un po’. Considera che non c’era il mercato di oggi, perché non c’erano i mezzi di comunicazione che ci sono oggi, quindi i dischi arrivavano con un po’ di ritardo, e qualche volta riuscivamo ad ascoltarli prima grazie a episodi fortunosi, un amico che era stato a Londra e aveva comprato il disco, cose così… A Napoli c’era Raffaele Cascone, che sarebbe stato un famoso speaker radiofonico, e che all’epoca era il chitarrista dei Battitori Selvaggi: bene, Raffaele portò da Londra il distorsore usato dai Rolling Stones in “Satisfaction”, quindi pensa, una novità assoluta… noi ammiravamo questa scatoletta che dava questo suono distorto, una cosa nuova e rivoluzionaria per l’epoca, noi eravamo abituati alle chitarre amplificate con quel suono pulito tipo Shadows, hai presente?… Sentire questi suoni distorti, un banding sulla chitarra, capire che usavano le corde scalate per poterle tirare di più, ci fece davvero un effetto rivoluzionario… imparammo tecniche di suono nuove, arrivammo a masticare un nuovo modo di fare musica che ci fece maturare artisticamente molto…

Fu l’epoca d’oro dei gruppi… anzi, dei complessi, come si chiamavano allora…

Allora poi funzionavano i gruppi, l’identità del cantante singolo si era quasi persa per dare spazio al gruppo, e questa fu un’altra rivoluzione. Lo stare insieme veniva prima di tutto, e rappresentò una cosa meravigliosa per i giovani di quel periodo… certo, non fu facile, c’erano gli ostacoli dei perbenisti che non sopportavano la libertà dei giovani, dei cosiddetti ‘capelloni’, ma era talmente forte la potenza dell’esplosione giovanile che nessuno riuscì a fermarla… su quella scia dopo Woodstock nacquero i vari Festival pop, anche in Italia.

E’ stata una rivoluzione politica, oltre che culturale. Potremmo dire che il progressive abbia contribuito in misura determinante a portare l’impegno nella musica…

Sì, certo… dopo il successo del movimento hippy, ci fu una sua strumentalizzazione da parte del potere politico, che si accorse che nulla avrebbe potuto contro questa rivoluzione giovanile… Ma i giovani reagirono, e dal pacifismo si passò a un altro tipo di movimento, dopo il ’68 che fece maturare un certo tipo di coscienza e di consapevolezza.

Ma la vostra era un’utopia o no?

Sì, con il senno di poi credo che la nostra fosse un’utopia, ma credo anche che al di là delle sconfitte, qualcosa siamo riusciti a farla. Pensa al modo di vestire, di comportarsi, all’abbattimento di una certa ipocrisia… qualcosa l’abbiamo cambiato… Volevamo cambiare il mondo, non ci siamo riusciti, però qualcosa abbiamo fatto… Il prog è nato proprio come movimento politico sociale, culturale, abbandonando la forma canzone, più pop, molti di noi hanno preferito intraprendere una strada diversa. Non c’era più il brano di tre minuti che doveva passare in radio, ma c’erano composizioni che potevano durare un secondo come venti minuti…

Le cosiddette suite…  

Sì, appunto, le suite… nacquero così gli album concept, con un unico tema. Non più una raccolta di canzoni slegate tra loro, ma un progetto con un tema specifico… Pensa anche alle copertine dei dischi: non avevano più la faccia del cantante o del gruppo, ma anche la copertina raccontava la storia a cui era ispirato il disco… Quindi anche un autore o un pittore entravano in sintonia con il musicista…

C’era insomma una contaminazione fortissima…

Esatto, tanti modi di fare arte e cultura si univano in un’opera artistica che non aveva più una sola faccia ma tante diverse sfaccettature: musicale, letteraria, pittorica, anche teatrale se pensiamo ai concerti che erano delle vere e proprie rappresentazioni teatrali in musica…

Esatto, avevate l’abitudine di truccarvi in scena… Qualcuno dice che siate stati proprio voi a ispirare i Genesis di Peter Gabriel, con cui condivideste il palco nel corso del loro tour italiano del 1972…     

Chissà… io ricordo che quella serie di concerti con i Genesis fu un’emozione fortissima… Ora ti dico una cosa che potrà sembrarti strana, ma che corrisponde a verità… Ci è capitato di andare spesso in Giappone, soprattutto negli ultimi anni… Bene, i giapponesi considerano il rock progressive alla stessa stregua della musica classica… Pensa un po’, in Italia se si parla di progressive tutti dicono: ah, i Genesis, i Van Der Graaf Generator, i King Crimson… in Giappone invece se si parla di progressive dicono: ah, i Genesis, gli Osanna, la Pfm, i King Crimson… (ride) E queste sono soddisfazioni… in Italia da esterofili succede il contrario…

Già… a proposito di musica classica, avete avuto l’esperienza con Bacalov nel 1972 per le musiche di “Milano calibro 9”…

Appunto, il rock progressive ha aperto a contaminazioni a 360°… con altri generi, dal jazz alla classica, con le appartenenze etniche, con il folk… ognuno ci ha messo le proprie radici, come noi degli Osanna con la nostra appartenenza napoletana… e tutto questo ha creato e crea una grande peculiarità e uno spirito di appartenenza molto bello, e ti fa riconoscere a livello internazionale… Una contaminazione a 360°, quindi… Il rock progressive perciò è un “genere non genere”… poi ci sono degli stilemi precisi, come l’utilizzo dei tempi dispari, anch’esso rivoluzionari secondo me… E poi, l’introduzione di nuovi strumenti che hanno esteso e allargato la matrice compositiva ad altre forme, oltre alle classiche chitarra – basso – batteria, l’avvento delle tastiere con l’organo Hammond, i sintetizzatori, il moog, il mellotron, con nuove sonorità che hanno aperto a un mondo fantastico… e questa è stata un’innovazione notevole.. Aggiungo poi che i tastieristi arrivavano quasi sempre dal mondo classico, perché avevano studiato musica… la loro presenza nei gruppi ha favorito lo studio musicale di tutti i componenti, per cui la cultura musicale è cresciuta e si è migliorata anche e soprattutto grazie al prog…

Rispetto a quello che c’è adesso, l’hip hop e il rap sono quei generi che arrivano dal basso e che raccolgono le istanze di ribellione e cambiamento che si respirano oggi… Possono essere allora considerati come le forme che stanno rivoluzionando la musica di oggi?

Beh, considera che l’hip hop non è solo musica… è anche arte visiva … pensiamo a cosa ha fatto Keith Haring con il graffitismo… ci sono danzatori e acrobati meravigliosi, e così anche i primi che hanno iniziato a rappare, con l’utilizzo del free style, beh, quelli sono artisti con le palle, non c’è che dire… il problema è che c’è un grande scimmiottamento, per cui l’80% di quello che si ente oggi è munnezza, è spazzatura… mentre nel progressive purtroppo non si poteva scimmiottare, potevi dire che una cosa era meno riuscita ma non potevi non considerare l’intensità e lo sforzo artistico che c’era sempre, anche nei gruppi minori. Nel rap invece qualsiasi ragazzino che parla e scrive qualcosa con le rime può fare un disco, basta una base campionata perchè non serve saper suonare, quindi tutti parlano di degrado del proprio palazzo, del proprio quartiere… tutti fanno la stessa cosa, per cui è diventata una sorta di ‘copia copiella’ come diciamo a Napoli, però di fondo debbo ammettere che è un’operazione stilistica straordinaria, ma nell’insieme, dalla danza alla grafica, alla musica… è un fenomeno culturale di grande rilievo per chi lo fa bene, è l’espressione di un momento storico… Certo, è facile cadere nella spazzatura… quelli bravi ci sono, a Napoli per esempio c’è Clementino… ma il resto no, per carità…

A proposito di nuove generazioni, parliamo del rapporto che hai con tuo figlio Irvin, che suona con te nella band…

E’ nato tutto un po’ per caso.. Gli Osanna si sono formati a casa mia, a casa di mia madre… da sempre la mia casa è stata il punto di riferimento delle mie band, per cui Irvin ha respirato da sempre musica… pensa che a quattro anni veniva in sala di registrazione con me… lui mi è stato sempre vicino… a un certo punto abbiamo iniziato a suonare insieme perché condividevo la stessa sala prove (che poi era la sua!)… e lui mi era sempre di aiuto… c’è stato un momento dopo “Takabum”, che avevamo un tastierista che suonava con Peppe Barra e con altri artisti, per cui in un periodo lui non c’era e ci siamo trovati ad aver bisogno di uno che lo rimpiazzasse… in sua assenza, è arrivato Irvin, che all’inizio stava fuori scena e suonava la tastiera… poi mi è servito per alcune seconde voci… insomma, alla fine è diventato indispensabile.. un elemento del gruppo quasi senza volerlo…  La cosa ovviamente mi fa piacere: in Giappone, quando abbiamo fatto il tour promozionale per presentare un nostro disco, “Palepolitana”, la presenza di Irvin è stata una cosa bellissima, all’inizio avevo un po’ di timori, poi mi sono ricreduto…

Il talento c’è, quindi sarebbe stato un peccato tenerlo fuori…

In effetti è un talento… Mi dispiace solo perché lui è un po’ penalizzato in formazione, perché essendo un mio clone in qualche modo tendo a oscurarlo… spero che più in là possa uscire sempre di più in questa sua dimensione di cantante…

Parliamo del disco che state promuovendo in versione LP, “Papè Satan Aleppe”… una raccolta del meglio dei vostri live…

Sì, in questo disco, proponiamo il meglio dei nostri live, con diversi classici, e poi “Vorrei incontrarti” di Alan Sorrenti cantata con la sorella Jenny, “Auschwitz” di Francesco Guccini, e un prog-medley a cui teniamo molto, dedicato ai nostri compagni di viaggio di band storiche come Banco, PFM, Area,… E poi sull’LP c’è un inedito, una bonus track che è una rivisitazione di un brano dedicato a Pino Mauro, re della sceneggiata napoletana. Si chiama “’A polizia ringrazia”, che nel titolo ricorda il film del 1972 “La polizia ringrazia”, ma che vuole omaggiare questo personaggio nello stile noir di “Milano calibro 9”.

E poi c’è la titletrack, “Papè Satan Aleppe”, appunto, che è un inedito, e che porta forte il richiamo all’Inferno dantesco. E’ quindi inevitabile pensare a un messaggio dalla connotazione fortemente critica nei confronti della società…

Sì, in “Papè Satan Aleppe” identifichiamo i politici di oggi come i peccatori della società… il testo mette alla berlina i politici ma anche il popolo dei camorristi, e in generale chi utilizza la società per fini personali… noi cantiamo questa critica in dialetto napoletano, perché Napoli è nelle nostre radici, considera che con “Palepolitana” proprio tre anni fa abbiamo voluto omaggiarla perché è una città meravigliosa … Tornando a “Papè Satan Aleppe”, i politici destinatari sono quelli napoletani, ma la dedica si può tranquillamente estendere ai politici italiani…

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A proposito di Italia, in questo momento il nostro paese sta attraversando un periodo in cui è forte lo scontro ideologico sul tema migranti. Ma non è che stiamo diventando razzisti? O magari lo siamo sempre stati… Ricordo che in “Profugo” avete già affrontato questa tematica dell’accoglienza…

Esatto, e vogliamo ribadire la nostra posizione decisamente a favore dell’accoglienza. Il problema però non si risolve certo in due parole, anche perché il dibattito politico attorno a tutto questo sta creando problemi strani. Chi è a favore usa queste cose per speculare, come lo stesso fa chi è contro. Io stesso, che sono di sinistra, e quindi lontanissimo dalla Lega, certe volte penso che Salvini dica cose giuste… e m’incazzo con me stesso per questi pensieri…

Un vero paradosso…

Già, è un paradosso ma è così… Questi sono fenomeni sociali che andrebbero visti con un occhio umanitario… I migranti sono diventati oggetto di campagna elettorale a favore o contro., tutti vogliono specularci su, e alla fine nessuno se ne frega… La mia posizione è chiaramente a favore di queste persone: è povera gente, arriva da paesi in guerra nei quali muore di fame e rischia la vita ogni giorno… Non è colpa loro, ma bisogna capire come poterli accogliere realmente… L’accoglienza che gli offriamo non può tradursi nel lasciarli liberi di fare quello che vogliono… poi la fame può degenerare nella violenza, e ci perdiamo tutti… La soluzione la trovo difficile, perché, ribadisco, non c’è attenzione sulla causa umanitaria…

Ma la politica italiana non può fare davvero nulla?

Mah, i politici italiani sono tutti affaristi… ma la colpa è di Garibaldi… se si fosse fatto i fatti propri, a quest’ora staremmo meglio… Il problema è che le leggi di Milano non possono valere al Sud e viceversa… Siamo due entità diverse…

Che anticipazioni puoi darci sui progetti futuri degli Osanna?

Vorremmo fare un disco che dovrebbe vedere la luce alla fine del 2018. E poi vorremmo coinvolgere un’orchestra, portare in giro un live musicale e teatrale con testi recitati e tanta multimedialità… Il problema resta quello economico, i tempi non lo consentono, ma noi ce la stiamo mettendo tutta. Nonostante la crisi, gli Osanna non mollano!

MILANO CALIBRO 9 – Scena iniziale (musiche degli Osanna)