Manolo Muoio: “Il rock come mio personale Edipo”

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Se si pensa alla mitologia greca come a qualcosa di irrimediabilmente sepolto da secoli di oblìo, si sbaglia, per fortuna. Gli echi di Eschilo e Sofocle, il mito di Edipo, le suggestioni di Tebe e quelle di Argo trovano ancora posto nella drammaturgia contemporanea, testimoni di contaminazioni inattese con forme espressive molto più attuali. Un esempio lampante e dirompente al tempo stesso arriva da Rock Oedipus, un lavoro in cui la mitologia greca viene riletta con la violenza elettrica di una Stratocaster. Un esperimento ambizioso, ideato e scritto da Manolo Muoio, attore e performer versatile, che porta in scena un universo nel quale convivono le ansie e le fobie deliranti di un antieroe rock. Un musical davvero sui generis, nel quale si fanno ascoltare gli echi della tradizione migliore del rock, dai Doors ai Velvet Underground, passando per Bowie e gli Stooges, e che è liberamente ispirato, oltre che ai testi di Sofocle Eschilo, alle opere di Eliot e Brecht, ma anche all’antiEdipo intriso di capitalismo e schizofrenia di Deleuze e Guattari, e all’estetica della sparizione di Virilio. Muoio è reduce da una tournée negli Stati Uniti: a New York ha rappresentato il suo lavoro ospite presso In Scena!, la rassegna grazie alla quale nella Grande Mela ogni anno si dà spazio al teatro italiano contemporaneo. Ecco la nostra intervista. 

In Rock Oedipus convivono tragedia greca e rock: qualcuno griderebbe alla blasfemia, e invece… Com’è nata l’idea di mescolare due ambiti così diversi, almeno in apparenza?
La diversità senza dubbio esiste, ma certo non si può dire che non siano fortissime anche le profonde relazioni fra queste due estetiche, fra questi due apparati scenici. Tanto per cominciare se c’è una manifestazione dello spettacolo contemporaneo, che possa indurre nello spettatore il classico effetto catartico attribuito alla tragedia attica, questa è il concerto-rock. Il suo impianto spettacolare pensato per un pubblico vasto ma comunque circoscritto. L’induzione di esperienze sensoriali fuori dall’ordinario, l’estasi raggiunta attraverso la musica e la danza. Il front-man/attore che giganteggia sulla scena, attraverso l’uso di una serie precisa di dispositivi. Penso ad alcuni particolari costumi o travestimenti che rendono la sua presenza ipertrofica, il marcato simbolismo della scenografia, l’amplificazione della voce, l’uso rituale degli oggetti. E il carattere di rito collettivo che innerva l’intera performance. La mia scelta è stata comunque dettata da una riflessione programmatica nella fase di preparazione del lavoro, piuttosto che da considerazioni derivanti da quest’assunto. Ero in piena “confusione creativa” sulla direzione da imprimere alla scrittura scenica che avrebbe dovuto sostenere i testi drammatici che costituiscono il mio percorso verso Edipo, quando ho realizzato che, in senso strettamente freudiano, il mio personale “edipo” – come quello di più di una generazione a me contemporanee – fosse stato l’incontro con la musica rock. Precisamente il viaggio a Londra dell’estate 1986, nel quale mi ritrovai fra le mani, quasi per caso, il nastro di The Doors, primo album omonimo della band californiana che avrebbe cambiato per sempre i miei orizzonti culturali. Portandomi a “uccidere i padri” per partire alla cieca verso mondi sconosciuti.

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Sei rientrato da poco da New York, dove hai presentato Rock Oedipus nel corso della rassegna “In Scena!”. In un certo senso, per i miti del rock che celebri nel tuo spettacolo è stato un ritorno a casa… Le tue attese sono state ripagate?
Un ritorno piuttosto amaro e malinconico direi. Tutti i luoghi che sono stati l’emblema di un’epoca vengono progressivamente svuotati del loro significato per essere rifunzionalizzati dalle regole di un mercato che usa simboli, valori storici e interventi architettonici ambigui semplicemente per far lievitare le rendite catastali. Certo sulla Bowery, uno dei centri nevralgici di questo processo nell’East Village, puoi trovare un intero isolato dedicato a Joey Ramone, che bighellonava sempre nei dintorni del CBGB, ora un negozio di abbigliamento e memorabilia super-fashion del marchio John Varvatos, dove una t-shirt col logo del celebre locale punkrock costa almeno 70 $; o la targa che commemora il Fillmore East, attraverso il cui ingresso “i fan di Grateful Dead, Jimi Hendrix, Janis Joplin sciamarono durante una breve ma intensa stagione nella quale il locale veniva apprezzato per la sua atmosfera intima, l’ottima acustica e i giochi di luci psichedeliche”, ma ora è soltanto la sede di quartiere della Apple Bank!  In pochi luoghi si ha la sensazione di essere così vicini a quell’universo immaginario che ha costituito dapprima l’anima e poi la storia del rock’n’roll, come a un incrocio della Lower East Side, in un club del Village o mentre passeggi sui pontili deserti di Rockaway Beach, ma i Ramones già nel 1979 cantavano in End of the Century: “We need change and we need it fast before rock’s just part of the past, and lately it all sounds the same to me…

Qual è stata la reazione del pubblico che ha partecipato ai tuoi spettacoli americani? In cosa è diverso il pubblico americano da quello italiano?
Non so dirti se ci sia una differenza specifica. Il nostro è un lavoro emotivamente e sensorialmente molto intenso. Se il pubblico è disposto a lasciarsi trasportare dal flusso senza porsi troppi rovelli intellettuali, allora si sintonizza con ciò che accade sulla scena a un livello di respiro, di afflato, altrimenti rischia di rimanere sconnesso dall’inizio alla fine della performance. Credo che a NYC, così come in Italia, il nostro spettacolo sia stato recepito secondo queste due grandi sfere percettive.  Certo non credo si possa rimanere indifferenti. C’è chi si tappa le orecchie perché non regge l’impatto sonoro di alcune scene e si lamenta di non cogliere completamente i nessi strutturali (!?!) e chi al contrario vive con ogni brandello di nervi e cuore i continui mutamenti della scena, lasciandosi investire dai bagliori irradiati da personaggi esplosi secondo direzioni e prospettive insondabili. Diffido sempre dell’unanimità dei giudizi su un’opera artistica. Ho avuto dei feedback molto stimolanti, in particolare dopo la seconda replica al Bernie Wohl Center, nell’Upper West Side di Manhattan. C’è stata una spettatrice americana, che mi ha manifestato il suo entusiasmo con molta intensità, dicendomi come si fosse identificata profondamente con la mia maniera di usare gli oggetti sulla scena, intuendo come molti di essi fossero i “miei oggetti rock”. Feticci che in effetti conservo da diversi anni e che ho deciso di resuscitare durante la preparazione di questo lavoro. Mi ha raccontato di come anche lei conservi i suoi abiti glitterati, i suoi vecchi stivaloni consunti e le cinture borchiate, come memorie rituali di un’età dell’oro. Sono stato felice di poter mostrare il lavoro ad alcuni cari amici newyorkesi, come Annie Cheney, giornalista d’inchiesta che ha curiosamente vissuto a Cosenza per circa un anno mezzo all’inizio degli anni ’90, con la quale, sebbene non ci si vedesse da anni, è rimasta una profonda sintonia umana e intellettuale e che, insieme alla splendida famiglia, mi ha ospitato nella sua casa di Jackson Heights, al Queens, il quartiere più multietnico del pianeta. O Thomas Walker, uno dei membri storici del Living Theater, che considero, quanto meno idealmente, uno dei miei maestri. Fu dopo l’incontro con il Living nel 1992 in Italia, che presi la decisione di dedicarmi all’arte del teatro.

Una rassegna come In Scena! raccoglie diverse esperienze e le mette a confronto. Cos’hai imparato dai tuoi colleghi e cosa pensi di aver insegnato loro?
Certamente avrò imparato qualcosa, si impara sempre qualcosa, da chiunque incroci il nostro cammino. In una città rutilante e multiforme come NYC poi, ogni istante è una lezione di umanità, incessante, debordante, persino insostenibile a volte. In West Bengal, dove mi è capitato di trascorrere un breve periodo qualche anno fa, il saluto prediletto è: “Jaya Guru”. Gioia Maestro. Chiunque incontri sulla tua strada può essere un maestro riguardo a questioni micro e macro-esistenziali. Sebbene sia arrivato a NYC quando In Scena! si era ormai svolto quasi per la sua metà, ho avuto la fortuna di assistere ad alcuni lavori molto interessanti, perlopiù distanti dalla mia maniera di intendere il teatro. Ma quella è, appunto, la mia maniera, non mi aspetto di ritrovarla sulla scena da spettatore. Mi sono piaciuti molto L’invenzione senza futuro, un pezzo delicato e poetico sulla storia dei fratelli Lumiére e gli albori della settima arte – un’invenzione senza futuro, appunto, come venne definita all’epoca -, interpretato magistralmente dai tre protagonisti, i quali uniscono a notevoli capacità vocali e interpretative una padronanza del corpo e del gesto scenico non comune; e Riccardo e Lucia, favola d’amore dal finale amaro, ambientata in Italia tra il fascismo e il secondo dopoguerra, che abbiamo poi scoperto essere fedelmente ispirata a una vicenda reale vissuta dalla nonna della protagonista, rivelazione che ha commosso la sala intera. Un’altra bella sorpresa è stata la premiazione del Mario Fratti Award, vincitore del quale è risultato essere Il paese delle facce gonfie, di Paolo Bignami, racconto di un incidente industriale e della fuoriuscita di una nube tossica, vissuto attraverso gli occhi stupefatti di un personaggio tanto naïve quanto efficace nel trasformare i dettagli della propria ingenua fantasia in geroglifici della catastrofe collettiva.  Un viaggio onirico eppure molto concreto che abbiamo avuto modo di apprezzare nella lettura scenica di Joseph Franchini, eccellente attore italo-americano dalle grandi qualità interpretative. Quello che eventualmente potrei aver insegnato ad altri non sono io a poterlo dire.

Non sei nuovo a esperienze artistiche negli Usa. Nel 2013 portasti in scena “Jennu Brigannu” con Ernesto Orrico. Una storia che parlava di briganti ma anche di emigrazione, tema diventato di stretta e triste attualità. Dal tuo punto di vista cosa è cambiato nel pensiero degli italiani negli ultimi quattro anni rispetto al problema dei migranti? Siamo davvero un paese irrimediabilmente razzista?
Il discorso pubblico sulla vicenda immigrazione è diventato davvero intollerabile negli ultimi mesi. Pochi anni fa si trattava di semplici proclami di alcune formazioni politiche, volti a captare strumentalmente il consenso di settori sociali preoccupati soltanto dal proprio declinante benessere economico, oggi sembra diventato il pensiero comune di buona parte dell’opinione pubblica. Europa e USA hanno costruito dei giardini lussureggianti su cinque secoli di sudore e sfruttamento di masse enormi delle popolazioni africane, asiatiche e sudamericane e sulla minaccia costante del proprio apparato militare. Negli ultimi decenni sono tornati ad infiammare il Medioriente, l’Africa e l’Asia Centrale per assicurarsi che globalizzazione – un processo che avrebbe dovuto condurci all’idillio del mercato e della pace planetaria secondo le “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo avanzato – non volesse significare uguali opportunità per tutti, ma un’ipoteca concreta sul prosieguo di questa rapina secolare. Adesso con la scusa della “crisi” – o per la paura del terrorismo che è il frutto avvelenato di certe politiche scellerate – vorrebbero rinchiudersi dietro muri e steccati, adducendo una presunta indisponibilità dell’accesso generalizzato a delle risorse che ritengono “proprie” per diritto divino. Questo non è semplice razzismo, ma l’anima nera del più orrendo pensiero suprematista. E la senti esprimere con ingenuità e convinzione dalle persone più comuni e apparentemente innocue. Nella mia concezione dell’Edipo è molto forte la riflessione sull’esilio a cui è costretto questo personaggio paradigmatico. Anche Edipo è un profugo, un nomade, un “fenomeno dei bordi”. Rifiutato alla nascita dai genitori per il timore di superstizioni arcaiche, viene cresciuto da una famiglia straniera, dalla quale è costretto a scappare ancora, sempre per la minaccia di forze misteriose. Torna in patria inconsapevolmente, facendosi addirittura re dopo aver attraversato prove straordinarie, ma è destinato a perdere di nuovo tutto per aver infranto le leggi degli dei e degli uomini. Cieco e mendico si auto-condanna nuovamente all’esilio, fino all’arrivo ad Argo, città nemica numero uno della stirpe tebana, per la quale però diventerà paradossalmente un “santo” e un protettore laico. Il discorso agli ateniesi nell’Edipo a Colono – non a caso il primo monologo del mio spettacolo dalla cronologia asimmetrica – è in questo senso davvero emblematico. Edipo supplica gli abitanti di Argo di accoglierlo dopo più di dieci anni di peregrinazioni, ma lo fa con il tono fermo e deciso di chi è consapevole di portare un beneficio a coloro che faranno questa scelta: “Ti sei aperto con un fermo impegno a uno prostrato verso te, ora tutelami, tienimi al riparo, non emarginarmi fissando la mia faccia, vista sconvolgente, assurda. Io sono consacrato uomo del mio dio, e porto frutto alla tua gente”. Nell’antichità classica – ma anche nella nostra civiltà fino a pochi decenni addietro – l’ospitalità era un dovere sacro. Nell’Iliade, filos (amico) e xenos (straniero) sono spesso usati come sinonimi, quasi a sottolineare che l’altro, l’estraneo, è l’amico per eccellenza. Una sacralizzazione che risuona come un richiamo arcaico, remotissimo e che però sembriamo non essere più in grado di ascoltare. Recuperare un testo classico e cercare di declinarlo secondo un’estetica contemporanea, equivale, dal punto di vista artistico, al gesto civile di accogliere un profugo. Questo testo ha viaggiato verso di noi attraverso le epoche, superando le prove più incredibili, sopravvivendo alle aggressioni più estreme. Dice Nicola Gardini, docente di letteratura italiana comparata presso l’Università di Oxford: “Quando apriamo una qualunque edizione moderna di un classico, non apriamo semplicemente un libro: noi apriamo le braccia a un sopravvissuto”.

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Come ti spieghi che un paese così apparentemente accogliente come gli Usa abbia eletto un presidente come Donald Trump? Cosa ti aspetti dalla sua presidenza?
C’è un celebre adagio di Tennessee Williams: “L’America ha solo tre città: New York, San Francisco e New Orleans. Tutto il resto è Cleveland.” Questo per dire che la differenza di percezione fra i grandi centri propulsivi della cultura americana e la provincia più profonda, ricettacolo dei sentimenti più retrivi e oscurantisti, è davvero esponenziale. Il giorno che siamo arrivati a NYC c’era una grande marcia di dissenso verso Trump. E molti dei newyorkesi con cui mi è capitato di discutere sono veramente stupefatti che un personaggio del genere sia potuto arrivare fin dentro lo studio ovale della Casa Bianca. Ma il miraggio della sua retorica demagogica ha infiammato i cuori dell’America rurale e dei centri del potere economico, bramosi di una nuova era di “splendido isolazionismo”. Riguardo ai grandi allarmi che la sua presenza nella stanza dei bottoni genera nell’opinione pubblica mondiale, io sono un tantino meno preoccupato. Gli Stati Uniti sono governati ormai da tempo più dal proprio apparato industrial-militare che dalla persona del presidente. Chiunque sieda in quella posizione deve dare conto ai vertici del Pentagono, alla nomenklatura della grande industria e ai lupi di Wall Street. Anche un mandato nel quale si riponevano tante speranze, come quello di Barack Obama, non ha portato con sé tutti questi venti di progresso. Ora però la faccenda sembra farsi complicata, perché “The Donald”, con il suo atteggiamento a dir poco ambiguo verso il Cremlino e i suoi emissari, sembra essersi inimicato addirittura l’intelligence di casa sua. La storia ci dice che questa non è una bella mossa per un presidente a stelle e strisce. Trump è appena reduce da un viaggio in Arabia Saudita, Israele, Vaticano, Italia-G7. Spero per lui che non creda nei ricorsi storici. Richard Nixon nel giugno 1974 (in piena bufera Watergate) fece un viaggio in Arabia Saudita e Israele: l’8 agosto dello stesso anno si dimise dalla carica di presidente USA.

Qual è il tuo giudizio sulla politica italiana?
L’Italia degli ultimi anni è un paese sull’orlo di una sindrome da eutanasia collettiva. Il discorso pubblico della e sulla politica istituzionale, il dibattito artistico e culturale, le spinte innovative nel campo della ricerca sembrano ostaggio perenne  di questa crisi di nervi generalizzata, che ci impedisce anche soltanto di pensarci come una comunità dinamica e solidale, che è la mia personale idea di interazione politica.
Non mi interesso troppo alle dinamiche della politica di partito, e non ho molta fiducia nello Stato e nei suoi apparati di controllo e gestione della vita pubblica, sono invece convinto che la politica, intesa come dinamica delle infinite relazioni umane e sociali verso un possibile progresso collettivo, innervi completamente lo spazio delle nostre piccole esistenze. Se non recuperiamo al più presto la capacità di autogovernarci e autogestire il nostro sviluppo sociale e civile in forme collaborative e solidali, si profilano scenari davvero inquietanti. Parafrasando un meme molto popolare in rete negli ultimi anni: “Spero che saranno gli stranieri a salvarci.

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Il rock che tu canti e celebri in Rock Oedipus affonda le proprie radici in miti che esistono ormai da mezzo secolo. Qual è lo stato di salute del rock oggi? Riesci ad immaginare un Rock Oedipus degli anni 2000?
L’altro giorno circolava in rete un’immagine di Bono Vox, leader degli U2 – che vidi per la prima volta ormai 30 anni fa, nel maggio dell’87 al Flaminio di Roma in un concerto epocale – abbracciato sorridente a George Bush Jr. sullo sfondo di una provincia texana. Immediatamente si è acceso il dibattito per stabilire se fosse una foto vera o l’ennesima fake-news di cui sono popolate le nostre pagine social. Discussione sterile, a mio avviso. In quel caso era molto più importante la verisimiglianza che non la veridicità dell’immagine. Le rockstar sono, ormai da tempo, orpelli di lusso nel grande circo del jet-set planetario. Tanti stanno malinconicamente lasciando quest’esistenza per ovvie ragioni anagrafiche e non mi pare ci sia stato un ricambio credibile nel frattempo. Il meccanismo di edulcorare, rendere inerte e riassorbire nel mainstream ogni possibile carica eversiva generata da questa come da altre sottoculture si è già ampiamente concluso qualche decennio or sono. Rimane qualche sparuta, monumentale icona, ma si tratta appunto di grandi eccezioni. Mr. James Newell Osterberg, al secolo Iggy Pop, ha compiuto 70 anni lo scorso 21 aprile e l’ho trovato in forma smagliante, sabato scorso a Bari.

Si parla tanto di politiche culturali, ma spesso alle parole non seguono spesso i fatti. Cosa pensi della legge regionale sul teatro calabrese approvata di recente?
Sinceramente la questione, nei termini in cui viene vissuta dalla più parte degli operatori del territorio, mi appassiona poco. Innanzi tutto parto dal presupposto che non dovrebbe proprio esistere la definizione di teatro calabrese, o qualunque altra denotazione regionale. A meno che non ci stiamo riferendo a qualche formazione folkloristica che si esercita nel teatro in vernacolo nella riproposizione di una drammaturgia popolare. In una società complessa e – che ci piaccia o no – globalizzata come la nostra mi pare già una posizione di retrovia quella di continuare a perpetuare la narrazione di un teatro che abbia fra le sue caratteristiche specifiche la connotazione geografica.
Che nella legge siano presenti incentivi specifici dedicati a chi propone una programmazione di questo genere mi sembra veramente anacronistico. Non scenderò nel dettaglio delle altre questioni tecnico burocratiche, che comunque posso dire non mi paiono affatto calibrate su un principio di realtà. In termini generali sono fermamente convinto che ci si debba svincolare dalla dipendenza a doppio filo con la politica e le amministrazioni pubbliche, cercando forme creative e dinamiche per finanziare il proprio lavoro. I fondi pubblici dovrebbero andare a sostegno e potenziamento di tutto un sistema di infrastrutture dotato della necessaria autonomia di scelta nella relazione con gli artisti (con precisi meccanismi oggettivi di verifica e di controllo, non basati sulla mera quantità, ça va sans dire, ma qui siamo alla fantascienza…) e aperto a coloro i quali abbiano proposte concrete per farlo vivere. Certamente non essere distribuiti come commesse per la produzione. Lo Stato, la Regione, i Comuni non possono diventare i committenti dell’opera.  Dipendere dal pubblico significa disegnare la propria attività e la propria proposta artistica al ribasso, o peggio ancora a immagine e somiglianza di un committente spesso ignorante e per nulla attento alle derive della contemporaneità, in modo da assicurarsi la concessione dell’obolo governativo a consuntivo del proprio lavoro. Siamo nell’ordine di un grottesco psicodramma collettivo che ci ha condotto sull’orlo della paralisi organizzativa e nel più desolante vuoto culturale. Il discorso è estendibile anche a livello nazionale. Poche rondini, non fanno primavera.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Quando ti vedremo di nuovo sul palco?
Spero mi si possa vedere presto nelle repliche dei lavori che ho allestito nelle ultime due stagioni. Grazie al cielo, non avendo nessun obbligo legato alla burocrazia di cui si parlava poc’anzi, posso prendermi il lusso di far vivere i miei lavori per il tempo che ritengo necessario e, soprattutto, di permettere alle energie creative di rigenerarsi e nutrirsi di nuovi stimoli, oltre che di oscillare tra fama e fame, come è sempre stato per i teatranti di ogni latitudine. Il teatro parte dall’esperienza della realtà, non può certo essere un vezzo artistico-intellettuale. Nonostante non mi consideri propriamente un autore, se avessi dovuto sfornare tre o quattro spettacoli l’anno, come i meccanismi di richiesta fondi imporrebbero, avrei pensato alla catena di montaggio, non al palcoscenico. Non che sia facile far “girare” gli spettacoli, senza avere alle spalle una struttura organizzativa e distributiva che ne sostenga lo sforzo, ma per la prossima stagione Rock Oedipus dovrebbe avere un certo numero di piazze in diverse regioni italiane e stiamo aspettando qualche risposta anche da importanti manifestazioni di altri Paesi. Per scaramanzia, preferisco non dire di più.
Da novembre scorso, inoltre, insieme al musicista e cantastorie Biagio Accardi, sono impegnato in Malerba, un reading musicale su storia, costumi e usi della cannabis nelle culture umane, che ha già varcato la frontiera spagnola in due diverse occasioni. Quest’estate verrà riproposto in alcune significative realtà locali, per esempio al Joggi Avantfolk Festival il 17 di agosto. In questo momento sto lavorando a trasformare, quello che è appunto più che altro un reading, in una performance dall’impianto più squisitamente spettacolare.
Ho comunque in mente un nuovo progetto, che si basa ancora sulla rielaborazione di un super-classico del teatro occidentale, nella riscrittura di un autore caraibico. Quello delle Indie Occidentali è un crogiolo di culture a cui, per varie ragioni, mi sento particolarmente legato, di una ricchezza e di una complessità davvero impressionante. Dove tutte le culture si incrociano e scelgono di convivere, il risultato non può che essere fuori dall’ordinario. Per la messa in scena avrei però bisogno di almeno una dozzina di performer. Chissà se riuscirò mai a trovare i fondi necessari, restando fuori dal giro della prostituzione istituzionale e avendo la curiosa abitudine di pagare sempre il lavoro altrui?

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(Foto di scena, trucco e prove di Byron Salazar)

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