Mimmo Calopresti in Calabria nel nome di Pasolini

NoteVerticali.it_Mimmo Calopresti_Piero Mascitti_Cutro_3_foto Vittore Ferrara

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_Mimmo Calopresti_Piero Mascitti_Cutro_5_Foto Vittore FerraraIl clima sembra estivo, anche se è dicembre, e con lui Santa Lucia, che da tradizione porta in sé la giornata più corta che ci sia. Siamo a Cutro, in provincia di Crotone, per parlare di cinema, con Piero Mascitti, storico braccio destro di Mimmo Rotella, qui in veste di produttore cinematografico nonché – scherza – amico del regista. Che altri non è che Mimmo Calopresti (a dire di Mascitti, “il più pasoliniano dei nostri registi”), regista di origine calabrese, che torna nella sua terra, e stavolta non in vacanza.
La motivazione di questo ritorno è legata infatti a una serie di eventi culturali che lo riguardano, come la proiezione a Catanzaro del suo documentario “La maglietta rossa”, dedicato all’impresa di Panatta e soci in terra cilena con la Coppa Davis vinta nel 1976. Ma non c’è solo quello. La vera notizia è che Calopresti ha in mente di girare un altro documentario, prodotto da Mascitti, stavolta su Pier Paolo Pasolini, e ha deciso di ripartire da qui, da quei luoghi che per Pasolini furono humus della propria creatività al servizio di un capolavoro cinematografico come “Il Vangelo secondo Matteo”, girato proprio cinquant’anni fa, nel 1964, a Matera ma anche a Le Castella.

Un ritorno al docufilm per chi come Calopresti non è nuovo alle incursioni pasoliniane: nel 2006 si deve proprio a lui il recupero di un singolarissimo documentario del regista di origine friulana che era finito nel dimenticatoio. Era  quello sullo sciopero dei netturbini del 24 aprile 1970, che Calopresti chiamò “Come si fa a non amare Pier Paolo Pasolini. Appunti per un romanzo sull’immondezza”, un atto d’amore nei confronti di un regista che, ancora una volta, aveva scelto di andare controcorrente e stare dalla parte degli ultimi. Un atteggiamento, questo, che ci permettiamo di associare a quello che portò Pasolini alla polemica, non voluta, con la Calabria e i calabresi, e proprio per Cutro. Ed è proprio Calopresti ad entrare nei dettagli: “A Cutro c’era stato un omicidio, e Pasolini, nel corso di un suo reportage su un giornale milanese (la rivista ‘Successo’, NdR), aveva usato l’espressione ‘il paese dei banditi’”. Era l’estate del 1959.

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Ecco il passo ‘incriminato’:

L’Ionio non è mare nostro: spaventa. Appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte “Dio aiutaci”- mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così circa fino a Porto Salvo. Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile. Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno segno di fermarmi. Mi fermo li faccio salire. Mi dicono: questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, qui, in questo punto hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma. Ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio.
È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia.
Nel fervore che precede l’ora di cena l’omertà ha questo forma lieta, vociante: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura“.
Poi cosa successe? “L’allora sindaco di destra del paese” – interviene Mascitti – “usò quell’espressione per crearci un caso attorno, come se Pasolini avesse voluto accusare gli stessi cutresi di ‘banditismo’. Ne seguì un vero e proprio incidente diplomatico con il Comune.
Nella querela alla Procura della Repubblica di Milano, si legge, tra l’altro: “la reputazione, l’onore, il decoro, la dignità delle laboriose popolazioni di Cutro sono stati evidentemente e gravemente calpestati […] le dune gialle, altro termine africano usato da Pasolini, sono punteggiate da centinaia di case linde, policrome, gaie, dell’Ente della riforma dove la laboriosa gente del sud, Calabria, Cutro, fedele al biblico imperativo, guadagna il pane col sudore della propria fronte, e non scrivendo articoli diffamatori contro i propri fratelli, contro gli italiani“.
Una frattura che sembra insanabile. Pasolini viene visto come il depositario di luoghi comuni anticalabresi, quasi un leghista ante-litteram. Ad alimentare la polemica, qualche mese dopo, nell’ottobre dello stesso anno, la notizia del conferimento proprio a lui del Premio Crotone, per il romanzo “Una vita violenta”. Sotto accusa la giuria, composta da Giorgio Bassani, Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Ungaretti, oltre che dal calabrese Leonida Repaci, il principale accusato di tradire l’onorabilità della propria terra. Una decisione che, oggi, definiremmo “illuminata” per la lungimiranza con cui avvenne, e che Pasolini stesso commenta così:

“Sono felice di non avere vinto lo Strega o il Viareggio, perché considero quello che mi avete dato come il più adeguato riconoscimento alla mia opera. I protagonisti del mio romanzo, anche se vivono nella capitale, fanno parte del Mezzogiorno d’Italia, ed è giusto che qui a Crotone, trovassero l’esatta comprensione, in una terra giovane, perché nasce ora alla vita sociale, e in modo fresco, genuino, prende coscienza della sua forza, dei suoi bisogni”.

NoteVerticali.it_Mimmo Calopresti_Piero Mascitti_Cutro_2_foto Vittore Ferrara

Ma Pasolini non ci sta a passare per anticalabrese, e scrive una lettera alla Calabria, dove tra l’altro si legge: “Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannnata per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone. Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non ‘bandita’ dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? E appunto per questo che non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole“.
Queste parole non sono pronunciate invano: il suo atto d’amore per la Calabria viene capito e compreso. “Fu merito “ – ci dice Caloprestidi alcuni giovani di Cutro capire che quella di Pasolini non era una condanna, ma era un modo per scoprire alcune problematiche, e dare uno stimolo al territorio. Giovani come Luigi Chiellino, che in quell’autunno del ‘59 accolsero Pasolini a Cutro istituendo addirittura un servizio di protezione per scortarlo da chi avrebbe voluto affrontarlo con intenzioni minacciose, e che oggi, anziano, interviene nel docu-film di Calopresti rispondendo alle sue domande.

Una riconciliazione testimoniata nei fatti dalla volontà di Pasolini di girare alcune scene del suo capolavoro sulla vita di Gesù proprio in Calabria, a due passi da Cutro, nella splendida cornice di Le Castella, che diventa tra l’altro il set naturale per una delle sceme più toccanti del film, quella del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Proprio in quei giorni, Pasolini dichiarò:

In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé“.
NoteVerticali.it_Mimmo Calopresti_Piero Mascitti_Cutro_3_foto Vittore FerraraSiamo consapevoli di essere testimoni di un momento storico. Un momento che potrebbe avere ripercussioni interessanti. Stavolta è nuovamente il vulcanico Mascitti a prendere la parola: “Mi piace sottolineare che la Lucana Film Commission, nella persona del presidente Paride Leporace, condivida questo progetto. Ci auguriamo di poter coinvolgere anche le istituzioni calabresi”.
A Calopresti invece chiediamo che effetto faccia tornare a lavorare in Calabria: “E’ molto bello, come è molto bello anche tornare a Le Castella, dove molti anni fa diressi un’opera teatrale su testo di Enzo Siciliano, anch’egli calabrese di origine, e anch’egli molto legato a Pasolini, che lo fece recitare anche nel Vangelo…”. Un susseguirsi di circostanze che ha del positivo e del creativo insieme, e che dà solarità e luminosità alle idee che profumano di cultura.

(Le foto a colori sono di Vittore Ferrara, per gentile concessione dell’autore)