Oh, vita di Jovanotti: una celebrazione ruffiana e posticcia ma di sicuro grande successo

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C’è un verso nell’ultimo album di Jovanotti, Oh, vita, che dice: “le canzoni non devono essere belle”. Ecco, a me pare che il suo autore abbia preso molto alla lettera questo verso. Sento già i suoi esegeti dire “eh, ma poi il verso prosegue, dice anche che le canzoni devono emozionare, perché devono essere stelle, luminare la notte, far ballare la gente”. Ecco, questa chiarificazione è importante. Le canzoni di Jovanotti servono, al più, a far ballare. Però non illuminano la notte, perché non hanno questa potenza. Quasi nessuna delle sue canzoni ha questa luce. Una luce che prende forma nelle canzoni vere, profonde, che ti squarciano l’animo, che ti rimettono in discussione, che evocano qualcosa dentro di te, anche con parole semplici. Invece i testi di Jovanotti, anche quelli dell’ultimo album, non evocano un bel nulla, nella loro didascalia. La vita di cui parla Jovanotti è una vita già data, lui al massimo la registra, la fotografa, senza saper cogliere un dettaglio, che sia uno, che possa illuminare angoli nascosti. Non c’è una rielaborazione artistica. Sembra quasi una cronaca, e anche sciatta, nel suo essere pretenziosa.Questa maniacale ricerca del consenso assoluto ha creato su quest’uomo un equivoco di fondo che è insopportabile a chi ascolta musica, musica vera intendo. Che la sua musica sia bella perché è positiva, è sempre allegra, sempre al massimo. Troppo bello per essere vero. E infatti non è vero.
La vita, quella vera, è fatta di tanto altro rispetto le solite sparate banali di Jovanotti. E’ un universo cangiante di colori, dal più forte al più tenue, mentre Jovanotti, da sempre, è fermo solo su quello spicchio e non ha alcuna voglia, né capacità credo, di esplorare altre tonalità. Io preferisco i troppo veri per essere belli. Gli artisti che rinunciano al consenso universale pur di dire veramente la loro – pensate a quanto certe posizioni siano costate a un Pierangelo Bertoli o a un Piero Ciampi, tanto per fare due soli esempi, e non sono neanche artisti di mio culto estremo, ma che apprezzo proprio perché sono veri, le loro canzoni sono vere, dicono cose vere, e lo fanno in modo immediatamente vero. Esempi che faccio non a caso, perché un altro equivoco che attraversa la carriera sempre luminosa di Jovanotti è che sia paragonabile ai cantautori. Quando di loro non ha né la potenza letteraria né la poetica. Jovanotti è rimasto il ragazzo ruffiano di sempre, tranquillizzante, che, al di là delle apparenze, non dice mai cose scomode – e per questo criticarlo, come sto facendo ora io, significa esporsi a una specie di gogna, perché le cose più carine che potranno dirti i numerosissimi suoi fans è che sei invidioso, che non ti piacciono gli allegri, e quindi sei triste, che sei pesante, che sei antico, anzi vecchio. E pure brutto. La comoda ruffianeria attraversa tutto il suo ultimo album, di cui tuttavia non posso non dire che almeno è suonato molto bene e suona bene, merito dei musicisti e del suo costoso e potente produttore Rick Rubin. Rimane il fatto che puoi mettere il migliore chef in cucina, ma se gli ingredienti non sono di qualità, il piatto finale comunque non sarà un gran che.

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Gli ingredienti mediocri, a volte proprio scadenti, sono i testi, le musiche, la voce. I testi. Sono le solite cascate mielose di concetti triti e ritriti, per dimostrarsi sempre più buoni e positivi: la vita, la libertà, le canzoni, l’amore, l’energia, le vibrazioni, tutto cambia e tutto salta (appunto, vedrete come dal vivo questo verso farà saltare), la sera bella, il sabato. Oddio, ancora con il sabato che si esce, una vera ossessione, come se la sua vita fosse mai stata di giornate lavorative in cui mettere la sveglia alle 6: ma possibile che nessuno ci veda un che di finto in tutto questo richiamo ipergiovanilistico, uno strizzare l’occhio con una mano a pollice verso e l’altra mano ben poggiata sul portafogli? La voce. In maniera ancora più preoccupante, perché parliamo pur sempre di canzoni che vanno, quindi, cantate, si nota la costante stonatura della voce di Jovanotti. Non ne prende una, di nota. Sarà che Rubin gli ha tolto le impalcature elettroniche e ritmiche di sempre, e che quindi, rese le musiche più scarne, è messa ancora più in primo piano la voce, perennemente scordata.
Ma una voce così, se non avesse il marchio che ha, potrebbe mai superare un minimo provino? Le musiche. Qui qualcosa cambia, l’ho detto, perché non c’è l’elettronica, è un album dal sapore acustico, nelle intenzioni quasi cantautorale, ma sono musiche comunque troppo deboli, che non reggono a più di due ascolti. Io ho veramente faticato ad ascoltarlo più volte, perché, come mi capita ogni volta davanti a prodotti mediocri e non veri, sono canzoni che riascoltandole non mi dicono nulla di più dei primi ascolti. Quando, invece, ci sono autori il cui milionesimo ascolto ancora mi dice cose nuove. Sarà anche questo un successone, di pubblico e di critica nazionale. Pompato, come sempre, dalle radio, che dai 20 ascolti al giorno di canzoni di Jovanotti, ora che è in promozione, passeranno almeno ai 50, tanto sono ben pagate, che importa di mettere su sempre le stesse cose, e non riservare nulla a chi magari avrebbe qualcosa da dire e si arrabatta nel silenzio più totale? Ho già letto recensioni, sui principali quotidiani, di grande giubilo. Le riviste più specializzate, ma neanche tutte, invece dicono un po’ più la verità. La riflessione finale che faccio io è amara e riguarda gli strani meccanismi del successo e della diffusione. Sono tempi di forte populismo. E nella musica Jovanotti li incarna benissimo, con al sua pretesa di essere universale e di dire cose a nome di tutti perché piacciono a tutti. Invece, fa male, a quelli come me, che da quando sono nati hanno improntato la loro vita alla continua ricerca di una colonna sonora bella, importante, solida, vedere prodotti e artisti così mediocri da sempre essere spacciati per grande arte pop. Quando invece è solo prodotto costruito, artefatto, buono per vendere facile. Quelli come me vogliono essere scossi dal torpore, anche disturbati, inquietati. Per riflettere e dopo, solo dopo questo percorso, dire che la vita è bella e va celebrata. Jovanotti invece la celebra senza percorrere alcun sentiero. La celebra e basta. Senza vere domande, senza veri approfondimenti, senza veri squarci sul mondo. Senza verità, insomma. Ma che ci fa, tanto l’importante è ballare e divertirsi, no?