Pensieri sotto la mattonella: appunti su Fabrizio De Andrè (parte seconda)

NoteVerticali.it_Fabrizio De Andrè_1996

(continua dalla prima parte: leggila qui…)

NoteVerticali.it_Fabrizio De Andrè_2Da trent’anni a questa parte ho fatto da tramite a Faber per molti amici, parlandone o scrivendone, e ricordo ad esempio quando a Firenze, la città dove lavoravo, introdussi con le traduzioni del caso “Creuza de Ma’”, appena uscito, ai colleghi di allora. Mi convinsi di quanto potesse valere la pena spostare l’attenzione da Faber al suo pubblico, e allora la cosa si fa complessa, perché una parte di questo era ed è la vittima stessa della sua lirica. I tanti motivi positivi della sua trasversalità li conosciamo tutti, è così anche per le contraddizioni?

Credo di no: Faber assegna la sua poesia ad una persona/emblema, a volte calata in tempi e luoghi diversi e lontani, e spesso non cosciente dell’origine dei suoi guai e di ciò che rappresenta nella società. E’ lui, grandissimo, che sa chi sono i suoi rapitori, quando loro non lo sanno di se stessi. Ritratti unici, da completarsi con l’intelligenza e l’onestà di chi ascolta, traducendo le valenze senza tempo nel nostro tempo, ma qui la sua grandezza diviene trasversale non solo per ciò che è in sé, ma anche perché alcuni la possono cauterizzare, chi non capendo, chi in malafede.

Una buona parte dell’ambiente originario di Fabrizio può infatti continuare a godere della sua opera senza troppe contraddizioni, recuperando un anarchico romantico ed elegante, non un gruppo scomodo. Chi mai potrebbe avere paura di Marinella, di Piero, di Miché, di Andrea? Nessuno, sono personaggi ai margini del nostro vivere, sui quali esercitare una naturale compassione, non così per altri autori della canzone italiana e internazionale dove mancano a volte i nomi e i cognomi ma gli eroi e le situazioni del nostro triste tempo presente sono riconoscibili uno ad uno. Faber non lo avrebbe mai fatto, avrebbe decontestualizzato tutto e utilizzato qualcuna delle sue geniali astrazioni poetiche per chiamarsi fuori parlando delle stesse cose. Non per opportunismo, ma semplicemente perché la sua trasversalità gli consentiva solo la via morale e non lo schieramento di campo. E meno male, mi viene da dire: non avesse fatto così, magari non sarebbe stato lo stesso.

Sulla grandezza della “naturale” ambiguità di Faber ci sarebbe da scrivere per dei mesi: la sua valenza è sempre multipla – la quantità di gente che si può riconoscere nelle sue canzoni è enorme – ed è spontanea, non costruita. E’ nel suo modo d’essere, nel suo ambiente, nei suoi testi. Lui non sta truffando nessuno, è così. Scrive e canta da anarchico e laico in un quadro ripetutamente cristiano, ad esempio (chi ricorda la discussione eterna sull’identità de Il Pescatore? Io in facoltà, una volta, ci feci notte con non meno di venti assatanati e le maledizioni del custode). Ma non per questo la giudico negativamente: anzi, con il tramite di quella ambiguità lui riesce a vedere cose e figure che a nessun altro, o quasi, è dato di vedere.

NoteVerticali.it_Muro Ottocento De AndrèIl suo respiro è diverso, e permette un’identificazione più agevole ai molti. Se poi aggiungiamo chi ha voluto vicino a sé (Reverberi, Piovani, De Gregori, Bubola, Pagani, solo a citare i primi che occorrono alla mente) a indirizzarlo su strade musicali a lui sconosciute o di difficile declinazione, la “distribuzione” della sua opera è avvenuta anche su gruppi di ascoltatori che con le sue sole metriche non sarebbe riuscito a raggiungere.

Questo è un altro dei motivi per cui penso che Faber non sia semplicemente un’individualità di valore adatta a sensibilità e preferenze diverse, ma un vero ecosistema artistico di squisita fattura che ha integrato in un’espressione unica moltissime componenti “altre” – guardate la fotografia che apre questo articolo, e lo vedrete compreso fisicamente nella sua persona – anche se questo ha finito per penalizzare proprio i suoi collaboratori, che a buon diritto potevano vantare, in alcuni casi, meriti maggiori del dovere accettare il solo nome suo sulla copertina del disco.

Quel giorno, l’undici gennaio del 1999, tra le sette e mezza e le otto del mattino, la telefonata di un amico mi raggiungeva mentre ero in auto per informarmi della morte di Fabrizio. Di solito vivo la morte delle celebrità con il naturale distacco verso persone con le quali la tua vita nulla condivide e spesso con il sospetto delle sciocchezze e degli inganni che possono essere premessi dal culto della figura. Pochi sono venuti meno a questa regola: penso a Mastroianni, a Troisi, e soprattutto a De Andrè.

Quando succede questo, non ci sono spiegazioni diverse al fatto che il loro lavoro ha inevitabilmente colto il bersaglio di qualcosa che già sei, anche senza loro, ma che da loro ti arriva più forte, più chiaro, arricchito dalla narrazione, dalla musica, dalla recitazione fino ad assumere un valore universale che tu partecipi, lieto che non sia più soltanto tuo, nobilitato dalla condivisione di molti.

NoteVerticali.it_Via Fabrizio De AndrèPochi giorni fa sono passato sotto la mattonella e mi sono avviato al battello che mi porta in centro. Sono sceso al porto antico, ho attraversato la piazza dove una volta venivano caricate le merci da parte di qualche strano, incomprensibile figlio di puttana che lui avrà certo cantato, e prima di arrivare in ufficio ho incrociato Via del Campo: chissà se qualcuna di quelle graziose, attive già dal mattino, magari a recuperare una notte povera, ha mai sentito parlare di lui. Mi manca più di prima, ho pensato. Subito dopo, però, mi sono detto: ma quale mancanza, sono anni che Faber se n’è andato e io sono solo uno tra i tantissimi che continuano spesso a usarlo anche quale metro del proprio sentire, come è sempre stato.