Quarant’anni senza Pier Paolo Pasolini, ucciso dal conformismo

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_Pier-Paolo-Pasolini_sognante_bnAbbiamo perso prima di tutto un poeta“, diceva Alberto Moravia ai funerali di Pier Paolo Pasolini. Era il 5 novembre 1975: tre giorni prima, in circostanze assurde e oscure, il poeta era stato ucciso. Ucciso perché vittima suo malgrado di una storia sbagliata, si disse all’epoca. E massacrato due volte dall’ipocrisia che aveva condannato nei suoi scritti, incarnata dal conformismo imperante della cultura di massa che andava dietro al dio dell’omologazione. Ucciso da quell’ossessivo ricorso all’uniformità che avrebbe appiattito fin quasi a zittirlo il libero pensare del contraddittorio, dell’opinione controcorrente da difendere come un baluardo a spada tratta contro il pensiero unico. Pasolini era un intellettuale vivo, e perciò scomodo al potere. Quel potere che riuscì a liberarsene prima di tutto con la calunnia del ‘se l’è andata a cercare’ e con la violenza, cose che, a ben vedere, lui stesso aveva profeticamente teorizzato. Appena pochi giorni prima, sul “Corriere della Sera” del 18 ottobre 1975, aveva scritto della criminalità di massa che aveva ormai inglobato in sé le derive del sottoproletariato: “Che cos’è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall’ansia economica di esserlo? Che cos’è che ha trasformato le “masse” dei giovani in “masse” di criminaloidi? L’ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una “seconda” rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la “prima”: il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo “reale”, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene. Donde l’ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall’assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c’è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c’è stata: la scelta dell’impietrimento, della mancanza di ogni pietà“. Una pietà che a lui, destinatario di una fine orribile, non sarebbe stata purtroppo riservata.

Pasolini con  Alberto Moravia e Laura Betti nel 1965
Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti nel 1965

Il pensiero di Pasolini non era facile né conciliatorio, ma in controtendenza con il vento del pensiero dell’intellighenzia di massa. E questo lo aveva reso isolato dal partito, dalla cerchia dei suoi colleghi allineati al PCI, dagli intellettuali che, indirettamente, avevano contribuito a circoscrivere la sua indipendenza. E lui, come da un fortino inespugnabile, come da un ultimo domicilio conosciuto, continuava a gridare il proprio SOS socio-culturale, consapevole forse di non avere a disposizione molto tempo per far sentire la propria voce. Una voce che era stata di pietà e di tenerezza, verso le borgate della periferia, a Roma come a Matera, come a Cutro, ma che diventava di invettiva partigiana verso i responsabili delle stragi di stato (quell'”Io so” all’indomani della strage di Brescia del 1974) e di condanna senza appello, monito e dovere dell’intellettuale non asservito ad alcun potere, individuando il colpevole nel mezzo televisivo: “E’ stata la televisione che ha praticamente concluso l’era della pietà e iniziato quella dell’edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore)“. Cosa aggiungere se non che si tratta di frasi profetiche rapportate alla realtà di oggi? Un fascismo culturale (“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi“, scriveva sul Corriere del 9 dicembre 1973) , alimentato dal culto della personalità, dalla minimizzazione estrema del valore delle comunità e delle radici identitarie che in esse si esprimono, espressione di un modus vivendi che oggi avremmo chiamato globalizzazione.

Con Ninetto Davoli nel 1973
Con Ninetto Davoli nel 1973

Chissà quale contributo avrebbe portato alla società italiana degli anni ’80, e di quella degli anni a venire, un Pasolini sopravvissuto al massacro di Ostia. Da lucido settantenne avrebbe tuonato probabilmente contro il berlusconismo, sì, ma anche, forse, contro la deriva di una pseudo-sinistra di governo offesa dalla propria ottusità e allontanatasi forse per sempre, e più al Sud che al Nord, dalle esigenze delle classi operaie e dei più deboli, o contro la secolarizzazione plastificata di una televisione di stato ipnotizzata dai miraggi della pubblicità. E chissà come avrebbe visto Internet, mezzo popolare e democratico nelle intenzioni ma diabolico in alcune derive da Grande Fratello orwelliano. Siamo sicuri che non avrebbe perso la lucidità e la coerenza, strette parenti di quella verità per troppi anni oscurata sulla sua orrenda fine.

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