Remo Remotti, l’ultimo grande cantore romano

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Quell’artista irriverente e un po’ caciarone che era Remo Remotti, si è spento proprio nella sua città natale, a novant’anni. Quella Roma di cui ha cantato le contraddizioni e i difetti, quella Roma amata e odiata, quella Capitale moderna insomma, che proprio non se ne poteva più e che lo spinse ad abbandonarla per un periodo: “Mortacci sua quella Roma”.

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Erano gli anni ’50 e il ventisettenne Remotti, fresco di laurea in legge, si lascia alle spalle la sua città. Dalle rive del Tevere, dove passa le ora in gare di canottaggio, fugge in Perù e si avvicina all’arte frequentando corsi serali. Da lì in poi, la sua vita è frenetica, fatta di esperienze diverse. Tra il Sud America e la Germania, oltre a farsi rinchiudere per tre volte in manicomio, svolge i lavori più impensabili, tra cui il tassista e il becchino. Eppure Remotti non abbandona mai l’arte, che lo affascina in tutti i suoi aspetti. Il primo amore è la pittura. Quando torna in Italia, sceglie come città Milano (non è ancora pronto per il ritorno a Roma) dove sposa Maria Luisa Loy, sorella del regista. Ma a lui, che senza peli sulla lingua diceva “a me praticamente interessa solo la sorca”, il matrimonio sta stretto. Dopo l’arte, le donne sono la sua passione più grande alla quale proprio non può e non vuole rinunciare.
Alle soglie degli anni ’70, è finalmente pronto per tornare al luogo natio. Qui nel frattempo la situazione è un po’ cambiata e “quella Roma fascistoide” dalla quale è fuggito trent’anni prima, non sembra più esistere. Quasi per caso entra nel mondo dello spettacolo, dapprima a teatro, spinto dall’amico Renato Mambor e poi sul grande schermo. Il primo ruolo è quello del dottor Dorn in “Il gabbiano” di Marco Bellocchio.
In quegli anni si fa strada, nella realtà cinematografica della Capitale, il giovane Nanni Moretti. Remotti si presenta a casa del regista e si offre come attore per i suoi prossimi film. Il sodalizio creativo tra i due risale al 1981 grazie a “Sogni D’Oro” in cui l’attore veste i panni di Freud nel film dentro al film intitolato “La madre di Freud”. Il rapporto con la madre, reale o “mamma Roma” che sia, è proprio una costante nella sua vita e nella carriera, lui che è orfano di padre dall’età di dodici anni. Del resto nei film di Moretti, Remotti è sempre Remotti e mai un personaggio da interpretare, piuttosto un alter ego spiccicato a sè, che non abbandona mai l’irriverenza che lo contraddistingue. E così il dongiovannesco Siro Siri in “Bianca”, vicino di casa di Apicella, alter ego a sua volta di Moretti, è sempre Remo con la sua invadenza e la sua passione per il gentil sesso.
La sua carriera di attore non si ferma qui, ma vede collaborazioni con registi importanti come Ettore Scola, i fratelli Taviani, Carlo Mazzacurati, Carlo Verdone, Francis Ford Coppola, Peter Ustinov. Certo il cinema non era la sua priorità, come non lo era la televisione, per la quale recita in telefilm internazionali “War and Remembrance”, “L’ispettore Derrick”, e produzioni italiane “Un medico in famiglia”, “Provaci ancora prof”, “I Cesaroni”. La musica quella si che era una delle sue più grandi passioni, ma la scrittura non si batteva. Tra le sue pubblicazioni “Diario segreto di un sopravvissuto” (2006), “Sto per diventare quasi famoso” (2006) e “Diventiamo angeli: le memorie di un matto di successo” (2001), la sua autobiografia.
Tra caciara e poesia, se ne va un intellettuale poliedrico, eccentrico, anomalo, instancabile, con lui Roma perde un pezzo di sè, quello più autocritico e autentico.
Adesso è proprio quella Mamma Roma a ringraziarlo e dirgli addio.

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