Usciva nel 2011 con una copertina elegantissima e inquietante, minimale ma evocativa, con un gusto vagamente futurista, ma soprattutto con un titolo di grande incisività. Un titolo che è monito e presagio, infausta ma eccitante didascalia al nostro presente, Caduta massi, ultimo disco di inediti di Donatella Rettore che torna disponibile anche su Spotify e sulle altre piattaforme di streaming. Un ritorno necessario, questo, che è l’occasione per riscoprire e sottolineare la potenza e la qualità di un lavoro al tempo colpevolmente sottovalutato, passato quasi del tutto inosservato, ma che ancora oggi si fa ascoltare come prezioso tassello della storia della musica contemporanea e che rappresenta una tappa fondamentale del percorso artistico di una delle figure, delle voci, e, specialmente, delle penne più autentiche e originali del nostro panorama musicale.

Autentica e originale come la conversazione che abbiamo avuto il piacere di intrattenere, per telefono, con Rettore.

È un disco che volevo proprio fare, me lo sono prodotto e l’ho fatto con grande entusiasmo. Quando è uscito non è stato sostenuto, mi sono dovuta arrangiare da me e che ora sia possibile ascoltarlo anche su Spotify è importante. Credo sia fondamentale la divulgazione, la conoscenza, altrimenti un certo pubblico italiano si perde un pezzo importante della storia della musica, della musica, che non è solo quella che passano le radio commerciali, dove spesso gli editori fanno i loro pacchetti, si sposano certi compromessi e alla fine si ascoltano sempre gli stessi pezzi, senza un criterio preciso.”

Strutturato in dieci tracce tutte idealmente connesse al tema della “caduta”, tema inteso sia in un senso, per dir così, storico-politico, sia in uno più privato, intimo, forte di un mix di sonorità e generi diversi che spazia, senza vincoli e senza pregiudizi, dal rock al rap alla ballata, Caduta massi è il racconto di un’artista alle prese con se stessa e con la contemporaneità che la circonda, un’artista che guarda e canta al mondo e alla propria intimità in maniera mai filtrata, sempre sincera, ora impetuosa, ora più tenera, spietata ma (auto)ironica, leggera ma mai superficiale, profondissima, anzi, per acume e per lucidità analitica.

“Anche se sono passati nove anni, Caduta massi è un disco molto attuale: è senza età. Si può leggere e ascoltare benissimo anche adesso: la ‘caduta’ in cui siamo è evidente. Ci sono diversi brani che parlano dell’oggi, brani che sono molto contemporanei anche musicalmente, alcuni con degli interventi di un bravissimo rapper, Nottini Lemon, come Se morirò, che è uno di quelli che preferisco.”

Dallo sprint di La vecchiaia è una grave malattia che colpisce anche i giovani (“…finalmente c’è qualcuno che lo sa / ch’essere vecchi non dipende dall’età / per cui lanciamo un grido, il mondo capirà: / vi mostreremo i denti / anche se tutti finti!”) alla lirica L’estate è un’onda breve (“Sarà un lungo inverno / durerà in eterno, / addenterò il suo freddo / col fuoco dell’inferno. / Avrò già mille rughe da un po’: / tutte le navigherò”), passando per l’aggressiva  Chi tocca i fili muore (“Cosa ci faccio qui? / Cosa ci faccio in questa fossa, / con i leoni minacciosi, / fanno la corte alle mie ossa?”) fino a Se morirò (sorta di testamento d’artista, sentito ma divertito, velatamente malinconico ma mai patetico: “Se morirò / morirò con l’orchestra…Se morirò / morirò con il trucco”), Rettore disegna il in musica il profilo di una società e un acuto autoritratto di se stessa, mettendo ancora una volta in campo tutte le proprie doti di artista totale, tra canzone e narrazione, performance e scrittura. Specialmente scrittura, ché, non ci sarebbe nemmeno bisogno di sottolinearlo, Rettore è una cantautrice. Una cantautrice dallo stile inconfondibile che ha saputo come pochi altri nella canzone maneggiare quest’oggetto fragile ed esplosivo che è la parola, con scelte di retorica e di lessico, di combinazioni e d’immagini, sempre diverse ma sempre coerenti con la sua idea di cantautorato.

“Quando ho iniziato, una donna che scriveva e che componeva non era molto presa in considerazione, noi siamo state sempre un pochino sottovalutate, e anche oggi non è che sia cambiato molto. Il mio, comunque, è stato un modo diverso di fare cantautorato. Io sono sempre stata leggera nello scrivere, cercando di non essere mai banale. Invece, in generale, le cantautrici dell’epoca o erano politicizzate o erano “tristi”. Poi, seguendo la mia linea, hanno capito che si poteva anche osare nella leggerezza e nell’ironia. L’ironia nella scrittura per me resta fondamentale: d’ironia non ce n’è proprio, ormai. Per questo mi piace molto Battiato: lui, ecco, è uno che sa usare l’ironia.

Un altro aspetto per me molto importante nella scrittura, poi, è il suono che le parole hanno, il loro significante oltre che il loro significato. Ho fatto il linguistico e studi legati alla linguistica, per cui, quando scrivo, scrivo da linguista: considero le parole in tutti i loro aspetti, non solo per i contenuti che certo sono importanti, ma anche per gli effetti, ad esempio, onomatopeici. Penso a Splendido splendente, ma anche a canzoni meno conosciute come Il mimo, che è un piccolo capolavoro per come sono strutturati insieme i suoni e le parole e tutto il resto.”

Dalla narrativa più impegnata degli esordi (“Barcellona sembrava un prato / ma era un campo di sterminio / e i soldati coi fucili in mano / tutelavano col sangue / la pace dei civili”, Oh, Carmela; “Stava lì il patriarca / fiero sul capezzale / non ha voluto morire / prima di aver contato / se c’erano tutti / e allora è spirato”, Il patriarca, 1977) agli scenari più gotici (“C’è chi vive tra bambole bianche e crudeltà / e fra di loro c’è chi il mio nome ha già, / ogni suo ago trapassa il mio stomaco e seno, / ride più forte godendo se chiedo pietà”, Salvami, 1979; “Il filo della notte-è / la ciocca di capelli-che / gelosamente tengo / tra gli spilli”, Il filo della notte, 1981) o più provocatori degli anni del grande successo ( “Ben-venuto per oggi / ben-venuto domani / ben-venuto negli occhi e nelle mani”, 1980), passando ora per il puro divertissement (“Donatella è uscita / a casa non c’è/…/ S’è impiccata sul bidè!”, Donatella, 1981), ora per momenti molto intensi, riflessivi (“Chissà se durerò / nel cielo fra le stelle / se non sono una striscia / che taglia l’orizzonte…”, Meteora, 1981; “Mi hanno svuotato / buttato in un cestino, / vivevo per le maschere / e m’han chiamato burattino”, Oblio, 1982), tra geniali, irriverenti abbassamenti (“Se dovessi far lo sforzo / di sorreggerne uno grande, / allora sì: /vorrei essere un paio di mutande!”, Natale, 1988), efficaci bordate (“Tutti piangono il morto / ma nessuno lo veglia, / siamo noi le sbarre / di questa orribile gabbia”, Konkiglia, 2005) e picchi di lirismo (“Se il tuo corpo riposa/ forse anch’io dormirò. / Se una stella che cade / dà la felicità / noi due saremo due metà”, Una stella che cade, 1988), Rettore ha sempre seguito una propria linea etica ed estetica, fedele a se stessa e ad un’unica ricerca: quella della Bellezza.

“Io sono legata a tutte le forme d’arte, alla pittura, alla poesia: all’arte in generale, a tutto ciò che ci avvicina alla Bellezza nel senso profondo del termine. Il punto è la Bellezza, che è fondamentale in ogni società: bisogna ricercare la Bellezza, la Bellezza e non la bruttezza. Certo, sì, nella Bellezza c’è anche il dolore, ma il dolore, come dicevano anche Rimbaud e Verlaine, ci fa sentire vivi. Anche adesso che sto lavorando a delle cose nuove, un po’ diverse, di cui non svelo nulla, il punto di riferimento resta questo per continuare il mio filo logico o illogico oppure visionario.”

Un filo tutto personale, d’equilibrista e d’alta tensione, rosso ma dalle tinte cangianti, che non smette d’essere tessuto e di guidare e imbrigliare sempre nuovi ascoltatori, con Rettore fiera e sempre in prima linea “tra le trame di un palco / di una piazza cattiva” nel suo “diverso cammino” (Il mimo).

Foto di Claudio Ferrante.