Ulisse a Favignana, sua novella Itaca

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Itaca è un sogno e un approdo che trasforma il suono ‘casa’ in realtà. Per chi ci riesce, grazie a un destino beffardo che regala compassione all’ultima curva, la festa del ritorno può avvenire anche lontano da dove si è nati, purché comunque venti e maree raccolgano la benevolenza degli dei, e predispongano un’accoglienza degna di tale nome per chi ha lasciato dietro di sè parole, affetti e pensieri e ora li ritrova sotto altra forma, altre lingue, altri suoni.
Qui alle Egadi soffia il Favonio tanto caro ai Romani. Siamo nella culla del Mediterraneo, che fu storia di gloria per i Florio e di terrore per i tonni, la cui mattanza ha dato lavoro agli isolani quando il turismo non era nemmeno un’ipotesi. Qui si respirano leggende e odori che rimandano a Ulisse, e al suo approdo, dopo tanto peregrinare, a queste rive. Non so se la teoria dell’inglese Samuel Butler, che in un libro del 1897 ipotizza che l’Odissea sia stata scritta da una trapanese, sia una boutade bizzarra e affascinante. Ma mi piace pensare a Ulisse dopo aver conosciuto Bora, serbo, che oggi fa il custode a tempo di una mostra a Villa Florio, e che di sera rientra in carcere. Deve scontare ancora sei anni, per una brutta storia di droga che mi ricorda con il viso che diventa rosso di vergogna, ma con lo sguardo che non si abbassa quando dice ‘ho sbagliato’. Aveva vent’anni, quando scappó da Belgrado, la sua città impazzita e sconvolta da una guerra che allora era solo all’inizio. A lui, che fuggiva terrorizzato dai fuochi nell’aria che nella sua terra seminavano lutti e disperazione, l’Italia sembró il paradiso. Prima Bari, poi Napoli, poi Palermo, tra strade che regalavano libertà ma anche incontri non proprio legittimi. La realtà del carcere gli ha fatto provare dolore e lacrime, mi dice, e gli ha fatto capire che in quel paradiso chiamato Italia abitava anche l’inferno. Un inferno che è facile immaginare se si pensa alle condizioni in cui vivono gli ospiti delle carceri italiane. Una situazione blasfema, denunciata più volte e a gran voce, anche da un Papa – Giovanni Paolo II, nel 2002, davanti al Parlamento – e, recentemente, da un blitz di Enza Bruno Bossio, deputato, al carcere di Rossano (CS). La blasfemia di chi non vede in chi gli sta davanti, sia pur colpevole e meritorio della pena, un essere umano.
Bora non si è sentito un uomo in quelle carceri. E nessuno ha fatto qualcosa per evitarlo. Poi, un giro della ruota con l’arrivo a Favignana e l’incontro con padre Antonio, grazie al quale Bora ha riscoperto il senso di accoglienza. E oggi, con la vita che gli ha finalmente sorriso, regalandogli un profumo di libertà e l’amore negli occhi di Inge, una ragazza tedesca favignanese di adozione, per Bora finalmente c’è la possibilità di sentirsi a casa. E, come un novello Ulisse, di provare la gioia dell’approdo.

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