#Venezia74: riflessioni finali sulla Mostra del Cinema

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Nasce a Milano qualche anno fa. Usa la scrittura come antidoto alla sua misantropia, con risultati alterni. Ama l’onestà intellettuale sopra ogni altra cosa, anche se non sempre riesce a praticarla.

La tendenza generale del mondo è fare della mediocrità una potenza dominante. Finisce un altro festival del cinema di Venezia senza infamia e senza lode. La 74esima edizione non ha entusiasmato, non ha sconvolto e non rimarrà certo nell’immaginario collettivo degli amanti della settima arte. Un leone d’oro buono per un periodo di globalizzazione dove mancano soggetti, mancano le sceneggiature e soprattutto mancano le assenze di pretese. Negli anni si è assistito a una preoccupante “normalizzazione” della creatività tout court e il cinema non fa certo eccezione. O forse è il clamore mediatico a farla da padrone sul reale prodotto, assistiamo quindi a querelle sul nuovo film di Aronofsky o sulle teorie anti Trump di George Clooney. Il tutto scandito a colpi di tweet e prese di posizioni inutili e deleterie per la realizzazione di un prodotto che dovrebbe essere accompagnato solo ed esclusivamente dalla sua spettacolarità. La buona notizia arriva da quei paesi, dove creare storie, non è ancora una faccenda legata necessariamente alla vendibilità. Ogni festival dovrebbe rappresentare una vetrina per attori, registi e sceneggiatori. Di questi tempi appare sempre più consacrato il lato mediatico cui non è più possibile sottrarsi. In sostanza non è la qualità a contare, ma la quantità.
Certi del fatto che cineasti straordinari negli ultimi anni non ne sono arrivati appare normale attaccarsi a chi, nella sua carriera, ha dimostrato di essere in possesso, anche per una sola volta, di talento. E’ sufficiente un buon film per convincere, ma anche qualcosa di onesto e senza alcuna pretesa di fare la storia. Oggi la sensazione è quella che chiunque abbia la malsana pretesa di lasciare un segno tangibile nell’industria e non è assolutamente così. Tornando alla mera cronaca, vince Guillemo Del Toro con The shape of water, una favola in chiave onirica ambientata negli anni sessanta e carica del politicamente corretto che tanto piace a chiunque. Coppa Volpi a Charlotte Rampling, per evidenti meriti conquistati sul campo, e a Kamel El Basha, una delle soprese più gradite di tutta la manifestazione. Nella sezione presieduta da Gianni Amelio premio a Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli.
Sono anni che non si assiste a un leone d’oro degno di menzione, l’ultimo era stato The Wrestler di Darren Aronofsky, quando si limitava a raccontare storie comprensibili senza abbracciare la metafora come stile narrativo. Dopo Mickey Rourke e il suo eroe incoerente e perdente sono stati anni di nulla che sembrano non essere ancora terminati.
Nel 1960 a Venezia erano presentati film come Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, L’appartamento di Billy Wilder, Il passaggio del Reno di André Cayatte. Oggi la tendenza sembra essere sempre più accontentarsi e prendere le parti di questo o quello, rigorosamente in 140 caratteri.
Va ricordato che le buone notizie si ritrovano in quelle pellicole dove le pretese sono ridotte al minimo: Brawl in cell 99 ne è un esempio. Un film action d’altri tempi dove un ottimo Vince Vaughn riesce a riaccendere la passione per i “duri” d’altri tempi. Il western Sweet Country con Sam Neill ristabilisce le atmosfere di un genere desueto ricordando come tutto nasce dalle origini. Un affresco del passato introdotto nel presente a colpi di movimenti di macchina controcampi e dialoghi ridotti al minimo. Da segnalare anche il ritorno di John Woo al vecchio stile; il suo Manhunt ricorda gli esordi di questo grande regista capace di raccontare storie poliziesche con un taglio psicologico raffinato e una violenza inaudita. Il dovere di cronaca costringerebbe chiunque a parlare di Tre Manifesti a Ebbing Missouri, un film vero e poetico allo stesso tempo, di altissima fattura e perfettamente recitato da due facce straordianarie quali Woody Harrleson e Sam Rockwell. Sembra che i lavori meno coperti d’interesse mediatico, quelli proiettati in sordina, siano ancora una volta i punti più alti di qualsiasi festival del cinema. Sperando che trovino una naturale distribuzione nel nostro paese, ripetiamo ancora una volta che senza umiltà non esiste creatività.

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