Viaggio al termine della Ragione

Gaza - police chief's cousin's house

Fra le tante domande indispensabili da porsi prima di schierarsi nel conflitto eterno che divide Israele dalla Palestina, la prima dovrebbe essere “Perché è così importante questa guerra rispetto alle altre che affliggono il nostro tempo?”, la seconda “Perché mi è rappresentata mediaticamente in maniera così ossessiva?”, la terza “Ma devo proprio schierarmi con gli uni o con gli altri?” Si scoprirà poi che la risposta unica a queste sarà “è la guerra di tutti, ormai troppo importante per non essere usata a misura (e, peggio, rivendicazione) di ciò che siamo”.

In questa guerra, e soprattutto nel modo di trattarla, ci stanno molte cose: c’è la storia, la politica, la religione e ci siamo noi. E, con noi, l’infernale predisposizione che ci accompagna a guardare al presente con i pregiudizi utili a non metterci in discussione, ma non a comprendere e meno che mai a risolvere. Certo non è possibile che ciascuno di noi possa scrollarsi di dosso non solo le convinzioni ma anche le emotività accumulate nella nostra vita, e visto che la data di fondazione di Israele data 1948, parliamo di molti di noi. Chiunque ha una razionalità e un’istintività ma, messo di fronte a un fatto di cronaca, esercita spesso la razionalità come seconda opzione. In questo caso, non è previsto risultato diverso da una spaccatura verticale riassumibile, a basso livello, nella contrapposizione “gli israeliani non hanno capito niente dalla Shoah, sono macellai come gli altri” e “i Palestinesi (e tutto l’Islam) sono delle bestie”.

Una scuola di Jabaliya rifugio agli sfollati (Foto: Alessio Romenzi -Time)
Una scuola di Jabaliya rifugio agli sfollati (Foto: Alessio Romenzi -Time)

Questo è del tutto irragionevole anche perché rimuove le similitudini, se non addirittura i fattori comuni ai due popoli che anche la lingua comune fa di tutto per nascondere. “Antisemitismo”, per esempio, dalla metà dell’Ottocento e nonostante il successivo riconoscimento d’errore da parte di chi coniò il termine (il tedesco Wilhem Marr) indica l’odio verso gli Ebrei. Peccato che Semiti siano tutti coloro che parlano le lingue di origine comune che alla fine del Settecento il linguista Eichorn volle così nominare – in riferimento  alla Genesi biblica – per indicare le nazioni discese da Sem, il figlio del patriarca Noè. Ebrei e Arabi, da questo punto di vista, pari sono.

L’ossessiva rappresentazione mediatica, dicevo. E’ apparentemente singolare che non ci sia telegiornale o sito che non enfatizzi (pro o contro, poco importa) ciò che succede a Gaza, quando in Congo solo negli ultimi due anni si sono contati almeno cinque milioni di morti. Il Tibet, un paese grande quasi un quarto della Cina, nel quale vivono tanti abitanti quanti sono gli ebrei di Israele, è stato di fatto cancellato dal governo di Pechino ma è irrimediabilmente considerato dalla stampa del nostro occidente qualcosa di lontano di cui non vale la pena occuparsi più di tanto. Il motivo di questa esposizione può essere dato solo da alcuni fatti incontestabili: la nostra appartenenza all’Occidente entro il quale si è sviluppata una parte importante della storia moderna degli ebrei e soprattutto l’immane tragedia che li ha colpiti, le responsabilità e le relazioni politiche del mondo occidentale nella storia di quel paese, l’importanza del contributo dato da intellettuali ebrei alla società e alla cultura nostre fino a esserne parte ineliminabile, e il transfer conseguente per il quale assegniamo a Israele il ruolo di difensore di ciò che siamo e vogliamo continuare a essere contro il pericolo della retrocessione a tempi oscuri.

Se ne sia consapevoli o meno, si sarà quindi portati a preferire Israele, perchè la sua vita civile è simile alla nostra, perchè come occidentali siamo segnati dalla Shoah, perchè i governi che ci rappresentano lo hanno quasi sempre privilegiato, perchè la questione palestinese è in fin dei conti “roba dell’Islam” ed è stata utilizzata spesso e volentieri dagli imbecilli di casa nostra; si sarà viceversa portati a privilegiare la Palestina perché è una lotta di liberazione contro un’occupazione, perché l’arretratezza e le condizioni di vita di quel popolo non puoi ignorarle, perché la percezione è quella della lotta del Davide palestinese contro un Golia non solo israeliano ma occidentale, perché un malinteso senso della morale ti porta a stare con i “diversi”.

Ma nel fare questo di dimentica che Israele per difendere se stesso si comporta come l’agenzia dell’occidente peggiore e al suo interno è ormai da tempo uno stato di fatto controllato dai militari, anche se non è fine ricordarlo, che nella West Bank hanno fatto un’operazione criminale costringendo più del 40% dei palestinesi a vivere al disotto della soglia di povertà stabilita dalla Banca Mondiale; dall’altra parte non si vuole vedere che  la rappresentanza democraticamente eletta sia di fatto un’organizzazione terrorista (Hamas), che la Palestina è utilizzata da tutti i paesi arabi più o meno come un kleenex, e che se dovessimo rapportarci a quella senza considerarla nel quadro della sua lotta con Israele, troveremmo insopportabili tutte le derive ideologiche e religiose del suo agire.

Anche gli integralismi religiosi degli uni contro gli altri non possono essere citati come prova a carico delle presunte diversità “genetiche” dei due fronti. Non ci sono verità rivelate migliori o peggiori, dimentichiamocelo subito prima di generare pericolose ambiguità. Conta il livello di sviluppo della società cui sono applicate, il periodo storico di riferimento, l’interesse dei gruppi sociali (magari i più deboli) che le seguono, e non c’è nessun elemento definitivo in questo, ma un continuo rielaborare delle posizioni e dei ruoli, come purtroppo la stessa Srebrenica ha dimostrato. Se è vero che nello statuto di Hamas esiste una “hadith” attribuita a Maometto che recita:

«L’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me -vieni e uccidilo”; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei»

è altrettanto vero che, a dispetto di chi sostiene che il sionismo è solo una degenerazione dell’ebraismo, nell’Esodo (23:31-32) trovo

Stabilirò i vostri confini dal Mar Rosso al Mar Mediterraneo, e dal deserto al fiume dei Filistei. Vi darò in mano le genti che vivono in quel territorio, e le caccerete dinanzi a voi. Non fate patti con loro o con i loro dei.”

Ora, da quale di queste simpatiche affermazioni di tolleranza e civiltà dovrei sentirmi soddisfatto?

NoteVerticali.it_Israele_Palestina_GazaUltima trincea del pregiudizio, pur dopo avere dimostrato che similitudini e uguaglianze tra i due contendenti la fanno da padrone, vuole che se gli uni non sono i migliori sicuramente gli altri sono peggiori. Giustificazione risibile, ma non ci sono argomentazioni che possano convincere chi più o meno istintivamente ha fatto una scelta per questi o per quelli. Il processo è semplice, in fondo: si cercano nella cronaca di tutti i giorni fatti che possano supportare la convinzione già acquisita, magari prendendo per oro colato immagini terribili quanto false, perché assegnate a un conflitto ma raccolte in un altro (la Siria, come la BBC ha recentemente dimostrato) . E in qualsiasi guerra è di facilità disarmante trovarne.

Io non sto con la Palestina e non sto con Israele. E sto con entrambi, al tempo stesso. Non ho mai creduto alla neutralità e ho invece sempre creduto giusto e utile, se non addirittura necessario, scegliere. Ma questa volta no, non mi è possibile farlo.