World Press Photo 2016: a Napoli la rassegna dedicata al fotogiornalismo

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La giuria ha premiato “Hope for a new life” del freelance australiano Warren Richardson, che ritrae l’attimo in cui un uomo fa passare un neonato attraverso il filo spinato lungo la frontiera tra Serbia e Ungheria

noteverticali.it_hope-for-a-new-life_warren_richardsonTerremoti, esplosioni, migranti, violenza, morte, natura, sport: centocinquanta scatti colgono la vita nel suo farsi e nel suo disfarsi. La tragedia umana dell’esodo che negli ultimi anni sta avvenendo in Medio Oriente è un tema centrale della 61° Mostra Internazionale World Press Photo 2016 ospitata da Villa Pignatelli a Napoli dal 4 al 27 novembre.

Molte foto ritraggono uomini, donne e bambini in fuga da una guerra che agli occhi dell’Occidente sembra lontana e invece, è appena aldilà del mare.

L’emergenza politica e sociale dei rifugiati provenienti dal vicino Oriente – soprattutto siriani – ha negli ultimi anni monopolizzato la cronaca nera dei nostri telegiornali, ma le immagini esposte fanno di più: raccontano il lato umano – o meglio disumano – del loro dramma.

Gli scatti vanno aldilà del reportage giornalistico e sembrano porsi l’obiettivo non solo di cogliere un evento nel momento in cui avviene,  ma di lasciare intravedere anche gli aspetti umani ed emotivi che si celano nell’immagine stessa.

Colpisce con violenza la foto di un uomo che tiene in braccio una bambina addormentata e la guarda attonita, la didascalia accanto spiega che è un padre che ha perso la figlia in un raid aereo in Siria. La cronaca nel momento in cui viene immortalata dalla macchina fotografica diventa storia, una storia che si sta scrivendo proprio ora con inchiostro di sangue: l’importanza e la necessità di raccontare questa storia – che è la narrazione di una tragedia – non la motivazione che ha portato la giuria a premiare come foto dell’anno Hope for a new life. Scattata dal freelance australiano Warren Richardson ritrae l’attimo in cui un uomo fa passare un neonato attraverso il filo spinato lungo la frontiera tra Serbia e Ungheria, nell’agosto del 2015, quando il muro di protezione della zona non era stato ancora ultimato.

La giuria ha motivato la scelta della foto vincitrice per “la semplicità, soprattutto nel simbolismo del filo spinato” che serve a ricordare a chi la guarda che se anche un grande Muro – quello di Berlino – è caduto nel 1989 da allora nel nostro continente si continuano a costruire tanti piccoli muri fatti non solo di filo spinato ma anche di cristallo. Muri invisibili costruiti con solida indifferenza, paura, discriminazione, odio, intolleranza.

Guardando Hope for a new life, non possiamo fare a meno di chiederci, ce l’hanno fatta? Hanno davvero una nuova vita?

 

Cos’è World Press Photo?

World Press Photo è stata fondata nel 1955 in Olanda ed è una delle principali associazioni internazionali per lo sviluppo e la promozione del lavoro del fotoreporter.

I fondatori hanno dato via a un concorso annuale che dalla sua prima edizione è cresciuto costantemente fino a diventare il premio più prestigioso del fotogiornalismo e della narrazione fotografica, con oltre 80mila scatti inviati da fotoreporter professionisti di tutto il mondo.

L’obiettivo principale della fondazione è sostenere la fotografia professionale su scala internazionale, stimolare gli sviluppi del fotogiornalismo, incoraggiare il trasferimento delle conoscenze, favorire lo sviluppo di elevati standard professionali nel fotogiornalismo e promuovere uno scambio libero e senza restrizioni di informazioni.

Ogni anno, si scelgono tre opere vincitrici di nove categorie più una vincitrice assoluta dell’edizione che faranno tappa in 100 città dei 5 continenti e sono selezionate tra circa 100.000 scatti provenienti da 6.000 fotoreporter professionisti di tutte le più importanti testate giornalistiche del mondo.

Tra gli espositori di quest’anno anche due italiani, Dario Mitidieri con il progetto “Lost family portraits” (terzo premio nella categoria “People”) e Francesco Zizola dell’agenzia fotografica Noor, con la serie “In the Same Boat” (secondo nella categoria “Contemporary Issues”).