Lo scorso ottobre, edito da Il Saggiatore, è stato pubblicato il libro Storia critica della televisione italiana, scritto da Aldo Grasso, composto da tre volumi per circa 1.420 pagine.

Pagine copiose che attraversano i suoi tutti, quasi, 65 anni a partire dallo storico 3 gennaio 1954 giorno in cui è iniziata la programmazione ufficiale della tv di Stato, ovvero la RAI.

Aldo Grasso, noto critico televisivo, a Milano è anche professore universitario di Storia della televisione e questa sua ultima pubblicazione sembra essere una summa delle precedenti: non è un dizionario e nemmeno un’enciclopedia. È entrambe le cose unite alla storia e alla sociologia.

Ognuno dei tre volumi ha la stessa struttura, con premesse che ripercorrono la fasi storiche mentre i decenni si snodano lungo le pagine dagli avvicendamenti alla Presidenza RAI alla nascita di Fininvest poi sfociata in Mediaset.

Seguono suddivisioni in paragrafi che rivisitano praticamente tutti, poche esclusioni fatte, i programmi televisivi dal primo – non considerando il precedente biennio di programmazione sperimentale –  andato in onda quel 3 gennaio – precisamente Arrivi e partenze condotto da Mike Bongiorno – all’ultimo del 2018 in corso nel momento della stesura del libro stesso.

Il primo volume ripercorre la storia degli anni gloriosi della tv, non solo perché inevitabilmente era seguita da milioni di telespettatori, ma anche per la qualità stessa dei prodotti offerti. Tutti ricordiamo, almeno dall’ultimo ventennio che coincide con l’inizio del nuovo secolo, i programmi e i generi. A tutti noi è ben nota sia la tipologia sia la sostanza dei numerosi realty show e talent, come altrettanto note sono le fiction e i programmi di intrattenimento, questi ultimi che quasi del tutto hanno soppiantato il progenitore varietà.

Ma è bene ricordare che ai suoi inizi la televisione italiana ha realmente e concretamente contribuito a completare il processo di alfabetizzazione degli italiani. Un programma fra tutti è stato Non è mai troppo tardi che, condotto da un vero maestro ossia Alberto Manzi dal 1960 al 1968, proponeva lo svolgimento di lezioni scolastiche.

Se, poco più tardi, sarà il cinema a veicolare i gusti e i consumi degli spettatori – specie introducendo nelle proprie case elettrodomestici così come lo si vedeva fare soprattutto nelle case di film e telefilm statunitensi – negli anni Sessanta e Settanta la televisione italiana è stata veicolo di cultura anche di alto livello.

Allo stesso modo è bene ricordare il teatro per la tv, ossia spettacoli teatrali riadattati per la ripresa realizzata dalla telecamera televisiva; e gli ancora i più noti sceneggiati tratti dai grandi romanzi classici sia italiani sia stranieri.

La nostra televisione ha accolto spesso il teatro nel suo interno e lo ha fatto anche ai suoi vertici con la presidenza RAI, non a caso negli anni Settanta, del cofondatore e direttore del Piccolo Teatro di Milano Paolo Grassi.

Grasso ricorda un po’ tutto il panorama di questi 65 anni televisivi, esprimendo brevi ma circoscritti pareri critici sui vari programmi e, nei decenni più recenti, sull’interpretazione degli attori di fiction.

Non mancano curiosità e pillole di retroscena registico o di carattere produttivo, difficilmente noti a chi non è addetto al settore oppure a chi non ne è uno studioso.

Tutto ciò in un libro che, se non è facilmente adatto a un’agevole lettura, certo si presta alla consultazione oltre che allo studio di un mezzo apparentemente frivolo, ma spesso con risvolti sociologici quanto affascinanti.

Aldo Grasso, Storia critica della televisione italiana, Il Saggiatore, 2019, 1.418 pagine