Da Berlinguer a Renzi: evoluzione o involuzione? Intervista a Francesco Serra

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

C’era un’altra Italia, tempo fa. L’Italia dell’impegno e della lotta, ma anche l’Italia della speranza, che partecipava attivamente alla vita politica e sociale con il desiderio e la convinzione che la presenza e l’azione fossero componenti fondamentali per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di chi faticava per arrivare a fine mese, ma anche di chi un lavoro ce l’aveva ma ambiva a trovarne uno migliore. Era l’Italia degli anni ’70, quella composta da uomini e donne che credevano nella politica e nei partiti, che votavano in massa alle elezioni, che manifestavano nelle piazze e discutevano nelle case. Un’Italia che non c’è più, spazzata dalla crisi della politica, dagli scandali, dalla corruzione imperante e dalla disillusione. Enrico Berlinguer è senz’altro il più grande riferimento per la sinistra riformista italiana, orfana di leader capaci di parlare a un popolo e rivendicare con lui orgogliosamente i diritti e i doveri di persone impegnate nei propri contesti, a casa, a scuola, sul posto di lavoro, nella società.

Francesco Serra oggi (foto F. Serra)
Francesco Serra oggi (foto F. Serra)

Tra le iniziative dedicate a Berlinguer e alla generazione dei giovani degli anni ’70, da segnalare “Tutta colpa di Berlinguer”, romanzo di Francesco Serra, che mostra in chiave autobiografica quegli anni e quella voglia di cambiamento. Abbiamo parlato già del libro in occasione della sua uscita. Oggi abbiamo avuto l’occasione di dialogare con l’autore, che ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Come nasce l’esigenza di un libro come il suo?
Il libro nasce dall’amarezza per la crisi della politica e dall’esigenza di ripensare il rapporto tra cittadini e partiti.

Che influenza ha avuto la figura di Enrico Berlinguer sulla sua formazione politica e sociale e su quella della sua generazione?
Enrico Berlinguer è stato l’ultimo leader carismatico dell’Italia repubblicana. La sua eticità, il suo rigore, la sua passionalità hanno avuto una grande influenza sulla mia formazione e credo su gran parte della mia generazione.

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1979: Francesco Serra giovane tesserato FGCI (foto F. Serra)

Lei discende da una famiglia nobile. Com’è potuto entrare il comunismo nella sua vita?
La storia dei Serra di Cassano s’intreccia con le vicende della rivoluzione partenopea del 1799, il primo germe, secondo Croce, del nostro Risorgimento. La mia famiglia si schierò con i rivoluzionari e con la cultura napoletana contro i Borboni e i loro sodali inglesi e spagnoli. In questo, vedo un’assonanza con la mia adesione al progetto di cambiamento della società quale fu quello che il Pci propose all’Italia nella seconda metà degli anni Settanta.

Tra i meriti che in genere si attribuiscono a Berlinguer vi è quello di aver teorizzato una visione alternativa e per certi versi indipendente rispetto all’Urss. Creare cioè un ‘comunismo democratico’ che avrebbe potuto favorire il dialogo tra le componenti sociali con l’obiettivo di migliorare la condizione dei lavoratori. È d’accordo su questa visione? In cosa fallì secondo lei Berlinguer?
Berlinguer ebbe il merito di staccare il Pci dall’Urss e di proporre un modello alternativo e democratico di partito comunista. Il suo limite fu quello di non fare un passo fuori da quell’orizzonte. Berlinguer ha sempre difeso il perimetro dell’identità comunista e difficilmente avrebbe traghettato il Pci in una prospettiva riformista e socialdemocratica.

Nelle pagine del suo libro si respira una sensazione di malinconia latente, quasi un senso di nostalgia per anni nei quali la società italiana avrebbe potuto essere cambiata in meglio. Concorda?
Nostalgia no. Tuttavia, in quegli anni vi furono una grande passionalità e una grande tensione morale che poi sono andate perdute. Essere nostalgici di quell’epoca non avrebbe senso e oggi sarebbe antipolitico.

Maggio 1984: la manifestazione che porterà al referendum sulla scala mobile, voluto dal PCI
Maggio 1984: la manifestazione che porterà al referendum sulla scala mobile, voluto dal PCI (foto F. Serra)

Con la morte di Berlinguer si ebbe l’impressione che qualcosa (la sua ‘purezza’, la sua ‘integrità’?) fosse  definitivamente morto con lui. I suoi successori non erano alla sua altezza o l’Italia stava cambiando registro?
Sì, Berlinguer andava controcorrente e forse era inevitabile che con lui si chiudesse un modo di leggere il Mondo. In ogni caso, il gruppo dirigente che gli è succeduto non si è dimostrato all’altezza delle sfide che si preparavano, con un’unica eccezione: l’Achille Occhetto della fine degli anni Ottanta. Lui ebbe una visione e, limitatamente a quel periodo, anche un grande coraggio politico.

Il rapporto con il PSI di Craxi fu lacerante, e portò il PCI ad arroccarsi su posizioni giudicate troppo ‘reazionarie’ a sinistra. Paradossalmente, Craxi riusciva a dialogare con i movimenti extraparlamentari e Berlinguer no. Come spiega questo?
Craxi non aveva il peso dell’ideologia. Si muoveva con grande libertà e senza i vincoli burocratici di un partito ortodosso e chiuso com’era il Pci. Inoltre, fu spregiudicato e anche un abile provocatore politico. Inoltre, i caratteri di Berlinguer e di Craxi erano inconciliabili.

Cosa è accaduto dopo il crollo del Muro di Berlino?
E’ cambiato il Mondo. Occhetto se ne accorse, ma non ebbe la forza di prendere atto fino in fondo delle prospettive nuove che si aprivano. Il Pci cambiò nome e aderì al socialismo europeo, ma poi rimase un partito chiuso e per certi versi anche settario.

Fotomontaggio tra un ritratto di Francesco Serra nel 1986 e una bandiera del PCI (foto F. Serra)
1986: Autoritratto ‘immerso’ in una bandiera del PCI (foto F. Serra)

Perché l’Italia ha avuto vent’anni di governo berlusconiano? Era inevitabile? Quali sono state le colpe della sinistra?
Berlusconi si è abilmente inserito nelle debolezze di una sinistra che sentiva il peso della sconfitta del comunismo, ed era incapace di proporre un modello alternativo di società. A un certo punto, l’unico collante è stato l’antiberlusconismo. Qualcuno si è anche vergognato di essere stato comunista, e questo ha impedito un’analisi corretta dei limiti, ma anche delle virtù di una storia politica importante.

Da Berlinguer a Renzi. Che logica c’è in un percorso simile? Evoluzione o involuzione?
Evoluzione. Renzi rappresenta una sfida a tutti i tabù che hanno contrassegnato la vicenda del comunismo italiano. Non so se sarà in grado di portare fino in fondo la sua idea di partito e di cambiamento, ma la sua è una proposta importante, che lascerà un segno nella vicenda della sinistra italiana.

Ha ancora senso parlare di sinistra oggi?
Sì, se la sinistra abbraccia la bandiera del progresso, ovvero se si libera del conservatorismo sociale e culturale in cui ha ingabbiato se stessa per un ventennio.

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1986: la stanza di Francesco Serra studente universitario a Pisa (foto F. Serra)

Che riscontri ha avuto il suo libro presso le nuove generazioni?
Il libro è autoprodotto, e dunque non ho potuto divulgare come avrei voluto il mio messaggio. Tuttavia, molti l’hanno scaricato da Internet e sono venuti alle presentazioni in giro per l’Italia e anche all’estero. Tra libri venduti e contatti sulla pagina dedicata del sito www.ilmiolibro.it ho parlato a quasi quindicimila persone. A sei mesi dal lancio, rilevo questo: la mia generazione è la più restia a considerare i limiti della propria storia politica, invece i più anziani e i più giovani sono coloro che hanno dimostrato maggior interesse a superare le contraddizioni e le pastoie del vecchio modo di intendere i partiti e la politica.

Fra trent’anni, a chi parlerà Enrico Berlinguer?
Enrico Berlinguer resterà un grande leader nella storia dell’Italia post fascista, così come Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi e Aldo Moro.

Quale sarà il suo prossimo libro? Ci ha già pensato?
Non sono uno scrittore, ma un giornalista e un appassionato di politica. Avevo voglia d’indagare una vicenda politica per fare i conti con la mia formazione e con quella dei dirigenti che – cresciuti alla scuola di Berlinguer – non hanno saputo offrire una prospettiva credibile al Paese.