Il paese dei coppoloni: Vinicio Capossela emoziona l’Unical

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_Vinicio Capossela_Unical_#Ioleggoperche_1Spazio alla parola, a quella scritta e letta, che riempie di contenuti i libri e che ci rende migliori. Un’iniziativa, quella di #ioleggoperchè, che, in occasione della Giornata del Libro, il 23 aprile, ha fatto tappa a Cosenza. Il capoluogo bruzio, tra le cinque città italiane coinvolte insieme a Roma, Milano, Sassari e Vicenza, ha in realtà ‘chiesto asilo’  alla vicina Rende, sede dell’Università della Calabria, e del Teatro Auditorium (TAU), per omaggiare le suggestioni di Vinicio Capossela e del suo ‘Il paese dei coppoloni‘. Non un disco, ma un libro, straordinariamente visionario come il suo autore, che attraversa i percorsi della memoria. La sua memoria, e la memoria di un popolo, quello delle sue origini, a Calitri, nel cuore dell’Irpinia, ma che potrebbe essere la memoria del nostro Sud, intimo e minimo, che tuttavia si fa epico e leggendario nella narrazione di un’avventura d’altri tempi. Introdotto da Fabio Vincenzi, direttore artistico del TAU, salutato dal rettore dell’Unical Gino Crisci, e accompagnato dalla giornalista Alba Battista, Capossela ha raccolto con slancio e rispetto l’invito a parlare del suo libro. Un viaggio che investe il protagonista, un viandante che appartiene al mondo ‘di quelli che sono andati lontano’, e lo porta ‘alla ricerca dei Siensi perduti’. Così facendo, si dà voce alla memoria in uno spazio in cui il tempo (quello che, come osserva la Battista, da chronos – il tempo cronologico e sequenziale – diventa kairòs, ovvero quel ‘tempo nel mezzo’ dove qualcosa accade) sembra essersi fermato. Il rimando va alla Relogia della piazza del paese, ritratta da Rocco Briuolo, e ferma sull’ora del ‘tremamento di terra’, il terremoto (era il 23 novembre 1980) che segnò con dolore l’addio alla vita contadina.

Capossela, che prima aveva ascoltato con attenzione un passo del “Moby Dick” di Melville letto da Roberto, un giovane cieco, ha inteso ribadire la fondamentale importanza del libro, strumento di conoscenza ma anche di libertà (“tra libro e libero c’è solo una ‘e’ di mezzo, ed è quella che li fa andare a braccetto“, ha detto Vinicio). E ha evidenziato quanto l’Italia sia una ‘nazione di paesi’, distinti in ‘terre della polpa’ (le coste) e ‘terre dell’osso’, quelle dell’entroterra, che vivono una comune condizione di vita che si manifesta nelle assonanze di suoni ‘fatti con la zappa’. D’altronde, per citare un insigne meridionalista come Giustino Fortunato, “la geografia fa i caratteri delle persone”. E, con loro, anche le voci con cui si esprimono. L’entroterra quindi come luogo di conservazione, che lo ha reso bacino dell’arcaico, indicando con esso quel confine tra storia e preistoria, che ci parla del rapporto diretto con la terra ma anche della relazione tra naturale e soprannaturale. Quell’osso – dice Capossela – è a rischio estinzione, i paesi subiscono un progressivo spopolamento, e la contemporaneità ‘rischia di arrivare soltanto in forma di spoliazione, di saccheggio a fini energetici, di elettrodotti, smaltimento di rifiuti‘. L’entroterra invece, grande serbatoio dell’immaginazione, non deve andare perduto, perché – secondo Vinicio – è la nostra possibilità di riabitare il mondo.

NoteVerticali.it_Vinicio Capossela_Unical_#Ioleggoperche_2Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano. Per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza e di poesia riplasma in voce universale“. Sono parole di Ernesto De Martino, scelte per la prefazione del libro, che Capossela spiega per sottolineare con forza il senso della località come manifestazione di individualità, anche attraverso il linguaggio. Quella lingua così aulica e altamente descrittiva, misto tra italiano e dialetto, che attraverso gli ‘stortinomi’ ridona autenticità e universalità, e con esse mistero e ampiezza, agli uomini e alle cose, vendicandosi teneramente delle carte geografiche che – stavolta si cita Leopardi – hanno avuto il demerito di restringere il mondo. Così il centro della narrazione diventa il paese dell’Eco, ritrovo per il tempo libero e per l’aggregazione, rimodulata in epicità narrativa che dona lirismo a temi di un quotidiano remoto, fatto di trebbiatrici, trattori, camion, treruote, mezzi di locomozione persi e lontani, ma che in queste pagine rivivono come in un ultimo valzer di ferraglia rumoreggiante, quasi a voler rivendicare la propria esistenza meccanica in accompagnamento alla vita contadina e alle sue gesta. Nel libro c’è spazio anche per l’ironia e il divertimento, anzi il ricreo, e per l’abbondanza, declinata non solo nel cibo, ma anche nella capacità di conservare ogni cosa (filosofia di vita per uno dei personaggi del libro, Vituccio). Si parla di abbondanza, e non può mancare la citazione del rito del maiale, caratterizzato da una particolare musica. E le melodie attraversano il legame tra cielo e terra, tra umano e divino, e tra umano e diabolico: “il Patreterno si è preso la pecora e ha dato la zampogna, il diavolo ha preso la capra e ci ha dato il tamburo“. Una cultura semplice, ma ricca di un patrimonio universale, e preziosissimo. A proposito di demoni, non può mancare il ricordo del concerto in Sila dello scorso settembre, quello dell’equinozio d’autunno e del demone meridiano. E la Sila riecheggia anche nei ricordi che portano Capossela a parlare dell’ispirazione che ha avuto nel riprendere il libro, considerando che “Il paese dei coppoloni” ha una progenie abbastanza lontana, risalente addirittura al 1998, in un periodo in cui Capossela era convalescente per una frattura al calcagno. Appunti che Vinicio iniziò a stendere e che poi accantonò per anni, per riprendere poi l’idea del libro proprio all’indomani del concerto di Capodanno del 2014, mentre trascorreva qualche giorno in Sila.   

Un libro pieno di lunatici, che tesse fili di pensiero, parlando di radici, e che ha radici esso stesso. Che cerca di immobilizzare il tempo (quello che – cita se stesso Capossela – ‘non si è mai sposato, per poter fare quello che vuole‘) e che, attraverso l’immaginario e la memoria, restituisce al mondo e all’uomo la sua ignota grandezza. L’incontro termina qui. Vinicio deve scappare, ha un aereo che lo attende e lo porterà a Milano, dove in serata parteciperà alla trasmissione di Raitre ‘Io leggo perchè‘ in onore della giornata di oggi. Ma il saluto a Rende e alla Calabria si fa più lungo. Capossela saluta uno ad uno chi tra il pubblico ha in mano il suo libro. A ciascuno, una dedica e una parola affettuosa, con la timida riverenza che lo caratterizza. E intanto, nell’aria, si diffondono le note di ‘Che cossé l’amor’ suonate dai Takabum. Musica e letteratura appartengono a un solo filo, quello della cultura popolare. Che bella giornata!  

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(Foto di Ester Apa / Archimedia produzioni)