L’atelier dei miracoli: debolezze, solitudini e consapevolezze in un romanzo rigenerante

NoteVerticali.it_L'Atelier dei miracoli_Valerie Tong Cuong

NoteVerticali.it_L'Atelier dei miracoli_salaniUn tris di sfaccettature umane, antropologicamente, contratte e deteriorate. Millie, Mike e Mariette: vittime e carnefici di loro stessi, del subsistema lavorativo e politico di cui risultano essere delle semplici figure marginali sulla scacchiera istituzionale. Si decide, così, d’intervenire con un deus ex machina vestito da benefattore che, interessato solo al prossimo, accoglie a braccia aperte la gente smarrita ed incapace di sapersi guardare allo specchio nella totalità identitaria, conducendola all’Atelier. Rehab/Corte dei miracoli: spazio dell’autoanalisi, indipendenza interiore, consapevolezza. Insomma, una rinascita nuova di zecca con, però, il suo risvolto. L’Atelier ha il suo tornaconto per tutta la magnanimità con cui fertilizza un “assistito”; una convergenza organizzata d’interessi, un sistema efficace. La menzogna diventa l’arma di costruzione di massa. Un compromesso di restituzione di benessere vitale in cambio di protezione di identità politiche in ascesa al potere. Insomma una sorta di socio-business, un narcisista impeccabile, ma costruito. L’Atelier tira le fila psico-affettive degli “assistiti”, sciogliendo, così, nodi che ostacolano il progresso esistenziale. Il frutto: la consapevolezza, strumento che concede all’assistito di elaborare e capire che, in fin dei conti, è necessario tagliare anche il nodo comandato dall’Atelier stesso. La scrittrice fornisce una visione della realtà sociale con il suo bipolarismo d’interesse contrapposto agli outsider capaci di allestire l’atelier come spazio di scambi trasparenti, caratterizzati da debolezze, solitudini, consapevolezza e la volontà dell’intenzione.

L’atelier dei miracoli, Valerie Tong Cuong (2014). 215 pagine, Traduttore: R. Fedriga. Editore: Salani  (collana Romanzo).