Ognuno potrebbe: l’invettiva civile di Michele Serra

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

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Dopo ‘Gli sdraiati’, una nuova impietosa analisi della società di oggi, tra cosa siamo diventati e cosa abbiamo perduto. 

Giulio Maria è un ‘giovane anziano’, che dimostra ben oltre i suoi trentacinque anni, agitando con noncuranza un’esistenza sulla quale indugia un senso costante di pessimismo cosmico che attraversa ogni sua azione. E’ fidanzato con Agnese, che lo definisce un “rompiballe stabile” ma che lo ama per com’è e non desidererebbe mai un altro uomo al suo posto. Giulio Maria è un antropologo, e ha un lavoro che non è un lavoro, perché ha ottenuto una borsa di studio universitaria e passa il tempo ad analizzare le esultanze degli sportivi di oggi, non capendo il perché di espressioni a metà tra il serio e il tragico per un gol segnato che scatena entusiasmi esagerati in platee di idioti che fuori dallo stadio riacquisteranno la loro piatta normalità. Vive in un territorio sospeso che chiama Capannonia, una terra di mezzo che per lui è un posto terribile, dove sembrano vegetare espressioni di un tempo che fu, abbandonate tristemente al nulla. Come il capannone in cui suo padre ha lavorato per decenni come ebanista, che sovrasta vuoto a rappresentare la crisi dei valori e delle idee di una società che cresce adulti perennemente immaturi.

Giulio Maria è il protagonista di “Ognuno potrebbe”, il romanzo in cui Michele Serra traccia una impietosa analisi della società di oggi, che esalta l’io per isolare ciascuna identità circoscrivendola in un nucleo apparentemente autosufficiente, ma in realtà deficitario di relazioni, interessi, sogni. Colpevole chiamato più volte in causa è lo smartphone, per il quale Serra, prendendo a prestito il nome dell’ammiraglia telefonica di casa Apple, conia un intelligente pseudonimo: l’egòfono. E’ per colpa dell’egòfono e per la “Sindrome dello Sguardo Basso” che Agnese, la fidanzata di Giulio Maria, inciampa per strada e cade. E’ per colpa dell’egòfono che la comunicazione interpersonale ha cessato di essere reale, con le parole, con le espressioni, con gli sguardi, ed è diventata virtuale, quindi, a ben vedere, finta, se trasformata così per relazioni che hanno lasciato il posto alle chat e ai social.

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Il protagonista, che nel libro si confessa ad alta voce, ci ricorda che lo stesso termine “selfie“, espressione intragenerazionale quantomai abusata, in altri periodi storici indicava addirittura la masturbazione, esaltazione in negativo di una pretesa di completamento ritrovata illusoriamente in se stessi, che è poi espressione di un narcisismo malato che è rifiuto di confronto e di negazione di ogni rapporto. A ben vedere, c’è il rimpianto per il passato, e per un tempo che non c’è più che era dedicato con attenzione rigorosa al lavoro manuale:

“.. sei solamente il lavoro che stai facendo, non pensi più a te stesso. Finalmente! Non pensi più a te stesso, ovvero interrompi la principale attività dei miei contemporanei (me compreso, mica mi illudo), e anche la più nociva, la più inutile, la più inconcludente.

Se non hai le mani libere, non puoi farti un selfie…”

Lo stile di Serra è come al solito illuminante, e rende la narrazione fluida e quantomai scorrevole. La sua è un’invettiva civile portata avanti con pacatezza e discrezione, ma mai con rassegnazione: la stessa scelta del titolo, “Ognuno potrebbe”, evidenzia già in sé un senso di possibilismo che apre la strada alla speranza. Il ‘potrebbe’ è da applicare a chi ci rappresenta, ma soprattutto a ciascuno di noi, che con un piccolo contributo di volontà e di buonsenso, potrebbe aiutare a raddrizzare una società morente riportandola sul binario della propria redenzione.


Michele Serra, OGNUNO POTREBBE, 160 pag., Feltrinelli, 2015.